Vendere prima e regolare i conti dopo. Un’idea?

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Amoeba Music, catena di negozi di dischi statutinitense famosa tra i collezionisti per la sua vastissima fornitura, ha intrapreso un’operazione a metà strada tra la sopravvivenza cui tutti i negozi di dischi aspirano, il marketing e la salvaguardia di un certo tipo di repertorio musicale.
L’idea è semplice, e la spiega a Variety il titolare di Amoeba Jim Owens: abbiamo uno stock di dischi cosiddetti “esoterici”, vecchiume discografico per la maggior parte fuori catalogo ma dall’immenso valore musicale, l’abbiamo digitalizzato e messo in vendita attraverso la sezione Vinyl Vaults del nostro sito.

Ci sarebbe però la questione dei titolari dei diritti associati a questi supporti fonografici. Owens ha dichiarato che per Moeba è impossibile risalire a chi detiene questi diritti, proprio per via della natura dei supporti stessi. Però, aggiunge, i ricavi della vendita di questi file digitali vengono accantonati, e se qualcuno si fa avanti reclamando un suo diritto ovviamente ripartiamo quanto gli spetta, compresa la facoltà di chiederci di togliere dal commercio quelle digitalizzazioni.

L’idea, come scrivevo all’inizio, è interessante e apre molti paradigmi sul futuro della vendita di musica, almeno in alcune nicchie. Se da un lato, infatti, in questo modo è possibile generare ancora un’economia di larga scala con prodotti destinati altrimenti a girare solo tra il cerchio ristretto dei collezionisti, dall’altra è inevitabile un approccio, per così dire, più legale alla vicenda. Encomiabile il comportamento della Amoeba che promette di ripartire economicamente chiunque riuscirà a dimostrare di vantare dei diritti su quanto da loro commercializzato; un po’ meno il fatto di vendere prima e regolare i conti dopo. Anche se c’è da dire che la cosa avviene, più o meno regolarmente, anche in altri settori: quante volte leggiamo, nelle note di stampa di un libro o nel colophon di una rivista, che l’editore è disponibile a regolare i compensi per le immagini stampate delle quali non è stato possibile rintracciare gli aventi diritto?

Un’altra questione sollevata da questa iniziativa riguarda i cosiddetti “sharity blogs”, ovvero quei blog musicali che pubblicano — anche in questo caso in modo non regolare — i dischi che sono da tempo fuori catalogo. Di esempi di questo tipo ne è piena la rete, e il caso più famoso è forse quello del portale di Kenneth Goldsmith Ubu. Anche in questo mondo, però, ci si attrezza se non proprio per regolare i conti, almeno per preservarsi la coscienza. Spessissimo, infatti, lo scopo di questi portali non è quello di fomentare la pirateria musicale, bensì di rendere disponibili agli appassionati titoli che altrimenti sarebbero di difficilissima reperibilità. Inoltre, quando capita che uno di questi dischi sia ristampato, il collegamento per il download viene disattivato e compaiono tutte le indicazioni per l’acquisto della ristampa per chi fosse interessato. Un modello decisamente meno orientato al business e che dovrà tenere conto dell’operazione Amoeba qualora questa dovesse prendere piede. Attualmente i titoli disponibili sono relativamente pochi, un migliaio, ma la promessa è quella di aggiungerne 10-15 ogni giorno, pescando da un serbatoio di rarità musicali decisamente maggiore.