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Distrazioni e altre cose dei tempi moderni.

andrew sullivan

Andrew Sullivan, con un articolo pubblicato sul New York Times Magazine, ritorna sui motivi che l’hanno fatto smettere di punto in bianco di curare il Daily Dish ormai oltre un anno e mezzo fa. Per la prima volta, cosa che non fece nemmeno nel blog di commiato ai suoi lettori, racconta i veri motivi che l’hanno spinto alla scelta:

If the internet killed you, I used to joke, then I would be the first to find out. Years later, the joke was running thin. In the last year of my blogging life, my health began to give out. Four bronchial infections in 12 months had become progressively harder to kick. Vacations, such as they were, had become mere opportunities for sleep. My dreams were filled with the snippets of code I used each day to update the site. My friendships had atrophied as my time away from the web dwindled. My doctor, dispensing one more course of antibiotics, finally laid it on the line: “Did you really survive HIV to die of the web?”

Attraverso il racconto dei dieci giorni passati alla Insight Meditation Society di Barre, Massachussets, Sulivan arriva ad una conclusione amara sull’epoca delle enormi distrazioni che tutti stiamo vivendo. Una conclusione che, se ci pensiamo, può persino apparire banale nelle sue motivazioni. La speranza è che, arrivando da quel pulpito da cui arriva, il messaggio riesca a passare. Pur tra le mille distrazioni cui siamo sottoposti:

There are books to be read; landscapes to be walked; friends to be with; life to be fully lived. And I realize that this is, in some ways, just another tale in the vast book of human frailty. But this new epidemic of distraction is our civilization’s specific weakness. And its threat is not so much to our minds, even as they shape-shift under the pressure. The threat is to our souls. At this rate, if the noise does not relent, we might even forget we have any.

So long, Andy

Appena ripresomi per la dipartita di Giuliano Ferrara dal Foglio, arriva il post di Andrew Sullivan a darmi la mazzata finale: smette di bloggare. Seriamente: il rinnovo automatico per gli abbonati è sospeso, ed è stato tolto il pay-meter sugli articoli già scritti. Per due motivi, fondamentalmente:

andrew-sullivanIl primo spero che chiunque possa capirlo: nonostante sia stata l’esperienza più gratificante della mia carriera da scrittore, ho bloggato tutti i giorni per quindici anni filati (beh, abbastanza filati). Un tempo lungo abbastanza per qualunque lavoro. In un certo senso, il motivo sta tutto qui. Arriva un momento in cui devi muoverti verso cose nuove, shakerare il tuo mondo, o riconoscere prima di fare crash che gli esaurimenti possono capitare.
Il secondo è che sono saturo della vita digitale e voglio ritornare in quella reale. Sono un essere umano prima che uno scrittore; e uno scrittore prima che un blogger, e anche se sono stati una gioia e un privilegio essere stato il pioniere di una nuova forma di scrittura, desidero fare altro, in forme più tradizionali. Voglio tornare a leggere, lentamente, con attenzione. E voglio assorbire un libro difficile e rimuginare i miei pensieri su di esso per un po’ di tempo. Voglio avere un’idea e farle prendere lentamente forma, piuttosto che pubblicarla immediatamente su un blog. Voglio scrivere lunghi pezzi che rispondono più astutamente e a fondo alle molte domande che l’esperienza di The Dish mi ha posto. Voglio scrivere un libro.

E voglio passare un po’ di tempo vero con i miei genitori, mentre ci sono ancora, con mio marito, che troppo spesso è una «vedova del blog», mio fratello e mia sorella, mia nipote e i miei nipoti, e ritrovare gli amici che ho dovuto semplicemente abbandonare perché ero sempre incollato al blog. E voglio stare bene. Negli ultimi anni ho avuto crescenti problemi di salute. Non sono correlati al mio essere sieropositivo; il dottore mi dice che sono semplicemente il risultato di 15 anni di quotidiano stress dovuto all’essere sempre sul pezzo. Le ultime settimane sono state particolarmente difficili — e mi hanno costretto a fare i conti con la realtà.

Curatela delle cose che contano, fondamentalmente.

Partendo da alcune considerazioni di Ross Douthat sul caso del magazine statunitense New Republic (undici redattori, e il direttore Franklin Foer, hanno rassegnato le dimissioni in polemica la proprietà), Andrew Sullivan (che della rivista fu direttore dal 1991 al 1996) traccia sul suo blog The Dish alcune considerazioni sull’attività che da quindici anni porta avanti ogni giorno, bloggando e aggregando contenuti presi dalla rete:

[T]he Dish’s coverage of the world every day includes philosophy, theology, art, photography, literature, film and poetry alongside our bread and butter political and policy analysis. If you want to know why we don’t take the weekends off – but try to curate and aggregate some of the more thoughtful essays and reviews and posts on what might be called “the eternal things”, this is why. Because we’re trying in our inevitably limited bloggy way to keep the worldview of the now-disappearing literary and political magazines alive in a new medium and a new form. If we had the resources, we would do more – finding ways to add many more original essays and reviews to Deep Dish, for example. We’re brainstorming the future of our little experiment all the time – but the demise of places where high and low culture, politics and poetry, human life and abstract argument can jostle for space and inform each other makes me particularly aware of the need to fill this cultural void, while some of us still retain the institutional memory to replicate it. Culture needs stewards, and they can come in all sorts of shapes and sizes.

I struggle with blogging all the time – it’s a very intense and public way of being a writer, it’s extremely Howler Beagle (tr)strenuous, and doing it for fifteen years every day can get you exhausted by exhaustion. Part of me wants to drop off the planet all the time and just grab a book or ten, or debate something in the news without anyone but my friends to tell me I’m full of shit, or just not go online for a few weeks on end. Part of me would like to go a week without being called a racist, a sexist, a homophobe, an anti-Semite or a misogynist (I guess that was Burning Man). But I’m not delusional, and when I see the little lifeboat that we, with your help, have managed to create over a decade and a half, it seems a vital thing to figure out a way for it to survive and thrive. As more old-school magazines become shipwrecks, or unrecognizable, we have to keep that boat buoyant until the seas calm … or this metaphor completely runs out of steam.

Esperienze di lettura educate.

Scrive un lettore ad Andrew Sullivan:

[T]he reason I want to write you most of all, is I’m amazed at how much more I read the Dish compared to other websites I enjoy (Vox, Slate, Salon, Mother Jones). Do you know why I read the Dish more? It’s not because I don’t want to read articles on those sites. I’m not too turned off by the tone of stupid articles that occasionally appear (all publications have articles I find stupid).

No, it’s because of their god damned ADS! I could deal with banner ads. I could deal with rollovers that cover the entire screen until I hit “X” and push the ad back to the top of the page. But now, every single one of those sites runs video ads that launch when you open the site. In the side of the page, a video plays. Guess what happens next? My fucking Internet browser freezes or crashes. As much as I want to read these sites, the people running the sites are making it impossible for me to do so. So impossible, in fact, I find myself reading them less and less.

I work in digital ad sales. User experience matters to us at our site. You know what website has the best interface that I can hang out on all day? It’s the Dish of course. Thank you for being ad-free.

Il che mi sembra dirla lunga non tanto sull’etica del piazzare annunci pubblicitari — The Dish non ne ha, vive della forze degli abbonati e, per una minima parte, dei link sponsorizzati; ma per quanto mi riguarda non vedo problemi in qualche AdSense — quanto su quella di rendere l’esperienza di lettura la migliore possibile. Forse che sia l’unica cosa che davvero conti per il lettore, anche nelle considerazioni che questo fa sul pagare o meno per fruire di un contenuto? Può essere che mi sbagli. Ma forse si sbaglia anche chi non sopporta di essere continuamente interrotto da: video che si aprono su tutto lo schermo, filmati che partono in automatico con l’audio sparato ad alto volume, pubblicità che non si possono spegnere prima di un certo periodo di tempo, contenuti inseriti in cornici pubblicitarie di automobili.