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Tanta nostalgia degli anni Novanta.

Jason Farago, giornalista e critico d’arte, ha scritto un lungo articolo per la sezione Culture del sito della BBC, nel quale sostiene che nel mondo dell’arte c’è una decade che «sembra appartenere a ieri e alla storia antica allo stesso tempo»: gli anni Novanta. A riprova di ciò, Farago cita alcune grandi esibizioni che si sono tenute negli ultimi anni. Nel 2013, ad esempio, il New Museum di New York ha ospitato una mostra interamente dedicata al 1993, intitolata NYC 1993: Experimental Jet Set, Trash and No Star; mentre lo scorso anno il distaccamento di Metz del Centre Pompidou ha allestito 1984-1999: The Decade, una retrospettiva sulla generazione che ha riportato l’arte francese al centro dell’attenzione. O, ancora, sta per essere inaugurata al Montclair Museum nel New Jersey la mostra Come As You Are: Art of the 90s, interamente incentrata sugli anni Novanta. Queste esibizioni non solo, sottolinea Farago, ci permettono di capire come quell’arte sia venuta alla luce; soprattutto, «dimostrano come quell’arte sia ancora forte quindici anni dopo».

Per capire l’arte degli anni Novanta è essenziale concentrarsi sull’economia prima ancora che sull’estetica. Dopo la sbornia degli anni Ottanta — che Farago descrive come un periodo di grandi eccessi mediatici e deliranti speculazioni, dove le opere d’arte valevano un mucchio di soldi — si assistette nel 1991 ad un crollo del mercato dell’arte, con la chiusura di moltissime gallerie e la caduta delle quotazioni di molti artisti contemporanei fino a quasi il 50%. Per dirla con le parole di Mary Boone, celebre commerciante di opere d’arte, se «gli anni Ottanta erano l’eccesso, i Novanta rappresentavano la conservazione».

Ma cosa caratterizzava maggiormente l’arte degli anni Novanta? Secondo Fargo:

le questioni razziali, la sessualità e il multiculturalismo erano costantemente dibattute all’inizio della decade, in particolare durante la controversia Biennale organizzata dal Whtiney Museum nel 1993, della quale l’opera d’arte più famosa furono le spillette per entrare nel museo, disegnate da Daniel J Martinez, che formavano la frase «Non avrei mai potuto immaginare di voler essere bianco». Anche l’emergere della Rete influenzò fortemente la produzione di arte. Così come la cosiddetta «celebrity culture», soprattutto in Gran Bretagna, dove i giovani artisti appartenenti alla corrente dei Young British Artist conquistarono sia le gallerie che le prima pagine dei tabloid. Il grande tema, tuttavia, era la globalizzazione. Ciò si rifletteva non solo nell’arte di quei giorni, ma anche nelle istituzioni che nacquero in quel contesto: gli anni Novanta furono il decennio in cui le Biennali — da quella di Johannesburg a quella di Montreal fino a quella organizzata a Gwangju, in Corea del Sud — diventarono snodi centrali nella produzione e nella diffusione di arte.

Le spille ideate da Daniel J. Martinez nel 1993 per la Biennale del Whitney Museum

Le spille ideate da Daniel J. Martinez nel 1993 per la Biennale del Whitney Museum

Tra i contributi più importanti al dibattito sull’arte negli anni Novanta, Farago cita il libro del curatore francese Nicolas Bourriaud Estetica relazionale, pubblicato nel 1998, nel quale l’autore si spinse ad affermare che l’arte non era più solo una collezione di oggetti, ma «un modo di incontrarsi: il lavoro di ogni singolo artista è un insieme di relazioni con il mondo, che danno vita ad altre relazioni e così via, all’infinito». Per questo motivo, nota Farago, negli anni Novanta gli artisti hanno iniziato a lavorare su più media e hanno iniziato a creare

eventi o esperienze con i quali i visitatori potevano interagire direttamente. Félix Gonzàlez-Torres ha creato montagne di caramelle da succhiare, che i visitatori della galleria potevano consumare una per una. Rirkrit Tiravanija serviva il curry, gratis. Piotr Ulkański aveva trasformato il pavimento di una galleria in un illuminato dancefloor. Nel 1997, Jeremy Deller aveva collaborato con una sezione di fiati di Manchester, che suonava acid-house arrangiata per tube e tromboni; la reazione dell’artista fu classicamente anni Novanta: «Mi sono reso conto che non dovevo più creare degli oggetti. Potevo organizzare queste specie di eventi, far succedere le cose, lavorare con le persone e divertirmi».

Félix González-Torres (American, 1957–1996). "Untitled" (Portrait of Ross in L.A.), 1991.

Félix González-Torres (American, 1957–1996). “Untitled” (Portrait of Ross in L.A.), 1991.

Nonostante espressioni tipiche dell’arte degli anni Novanta siano passate subito di moda, come la net art con le sue enormi fotografie modificate digitalmente, secondo Farago è quasi sorprendente constatare la freschezza e l’attualità di moltissima arte di quel periodo. Non solo per via del fatto che molti temi di allora sono ancora in voga oggi, come la questione dell’identità o l’impatto delle trasformazioni economiche. Ma anche a livello di lascito culturale:

La pratica sociale delle gallerie che è emersa in quel decennio rimane la lingua franca dell’arte contemporanea di oggi, e le installazioni video che erano innovative negli anni Novanta ora sono alla base di ogni esibizione. Da allora cosa è emerso di nuovo? Al di là di un piccolo ritorno della performance e di un revival della pittura astratta, il lascito degli anni Novanta dura ancora oggi. Le persone fanno ancora la coda per del curry nelle gallerie; l’unica differenza è che oggi lo fotografano prima di mangiarlo.

Per Farago la teoria di Francis Fukuyama, secondo la quale la storia è finita nel 1989, è fallita brutalmente all’inizio del 21esimo secolo, con la crisi economica che ha dato il via alla ripresa dei cicli storici. Ma forse è possibile traslare il pensiero di Fukuyama dalla storia alla cultura: «La successione regolare di periodi e movimenti che ha caratterizzato la storia dell’arte può essere finita, e gli anni Novanta potrebbero essere più di un punto su una timeline: il primo decennio di un lunghissimo periodo di stasi».