Archivio tag: architettura

Architettura biologica.

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Biota Lab è un laboratorio di architettura che ha come obiettivo quello di progettare materiali per la costruzione di edifici che favoriscano la crescita di muschi e licheni. Altro che superfici a specchio e brutalismo grigio da cemento armato:

For most architects, moss and lichen growing up the side of a structure is a bad sign. Building materials are designed specifically to resist growth, and much research has been done to develop paint treatments and biocides that make sure the concrete and wood and bricks that sheath a building aren’t colonized by living things. But a new group is trying to change all that. Instead of developing surfaces resistant to moss and lichen, the BiotA lab wants to build facades that are “bioreceptive.”

BiotA lab, based in University College London’s Bartlett School of Architecture, was founded last year. The lab’s architects and engineers are working on making materials that can foster the growth of cryptograms, organisms like lichens and mosses. The idea is that ultimately they’ll be able to build buildings onto which a variety of these plants can grow. Right now, they’re particularly focused on designing a type of bioreceptive concrete.

Marcos Cruz, one of the directors of the BiotA lab, says that he has long been interested in what he sees as a conflicted way of thinking about buildings and beauty: “We admire mosses growing on old buildings, we identify them with our romantic past, but we don’t like them on contemporary buildings because we see them as a pathology,” he says. Cruz says that he wants the BiotA project to push back against the idea that cleanliness is the ideal that buildings should strive for. “Architects were wearing a straightjacket, that only in the last 20 years architects started shredding off.”

Edificio della settimana – 4

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Ribbon Chapel, Onomichi, Japan, by Hiroshi Nakamura

Scrive Wallpaper* [n.191, Feb 2015, p.78]:

Con due spirali che si sostengono reciprocamente e si uniscono in cima, il concetto architettonico di Nakamura allude all’unione di due singoli percorsi individuali. Un concetto che percorre l’intero progetto è la nozione tradizionale giapponese dell’akai ito, o ‘filo rosso’, che collega in maniera invisibile due anime gemelle. A differenza di un edificio tradizionale, i ‘nastri’ di questa cappella si contorcono fino a diventare il tetto e la gronda, i muri e i pavimenti.

Ricostruire l’architettura.

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Steven Blinger e Martin C. Pedersen si chiedono sul New York Times quando il potenziale dell’architettura di migliorare la vita degli uomini si è perso a causa della sua incapacità di connettersi agli stessi:

Abbiamo insegnato a generazioni di architetti di esprimersi come artisti, ma non gli abbiamo insegnato come ascoltare. Così quando ci hanno tirato in causa per via di crisi e catastrofi — a New York, per esempio, dopo l’11 settembre, o a New Orleans dopo l’uragano Katrina — abbiamo fallito nel dare alla gente una buona ragione per credere in noi. In Cina e in altri paesi dell’Asia, l’architettura occidentale continua a esprimersi in maniera unica ma, allo stesso tempo, ripete molte delle catastrofi del secolo scorso nel design urbano su scala significativamente più larga.
La disconnessione dell’architettura con la gente è sia fisica che spirituale. Perseguitiamo nel tentativo di vendere al pubblico palazzi e quartieri non particolarmente desiderati, in un linguaggio che il pubblico stesso non capisce. Nel frattempo, abbiamo ceduto il passo ai dilettanti, con il risultato che siamo circondati dall’espansione urbana selvaggia e dai quartieri spazzatura.

La soluzione per riprendere in mano la situazione, secondo i due architetti è la seguente:

Dobbiamo ripensare al mondo con cui rispondere alle esigenze delle persone progettando per loro e per i loro interessi, non per i nostri. Dobbiamo affinare le nostre competenze attraverso un’autentica collaborazione, non con comportamenti da venditori un po’ viscidi; dobbiamo rivalutare la nostra ossessione per la meccanizzazione e la materia e esplorare forme più universali e principi di costruzione più naturali.
Non tutti gli architetti sono ugualmente bravi nel produrre lavori seminali. Ma dobbiamo avere accesso agli stessi strumenti e alle stesse fonti di ispirazione. E, siamo onesti: riconnettere l’architettura con i suoi fruitori — riscoprire cioè il centro radicale, il luogo dove ci incontriamo, ci ascoltiamo e collaboriamo realmente con il pubblico, parliamo un linguaggio comune e riusciamo ancora a far progredire l’arte dell’architettura — è un qualcosa che è atteso da tempo. È anche una delle grandi sfide per il design ai giorni nostri.

(foto via Flickr)

Edificio della settimana – 3

Skogskyrkogården

Kieron Long spiega perché gli svedesi sanno come costruire cimiteri:

The right to build Skogskyrkogården (literally, “woodland cemetery”) in southern Stockholm was won in a council-run design competition. It was 1914, and the winners were Sigurd Lewerentz and Gunnar Asplund. Then both 30 years old, they would become two of the most influential architects of the 20th century; in their contrasting ways they define Swedish architecture to this day. Asplund’s red rotunda at the City Library, a building on the cusp of modernism but with its stylistic roots in an older architecture, is one of Stockholm’s defining monuments. Lewerentz went on to build several religious buildings of unmatched power, in particular the churches of St Mark’s in Björkhagen and St Peter’s in Klippan with their elemental brick walls and thick mortar joints—a stylistic quirk that has often been parodied.

Skogskyrkogården tackles head-on the question of how architecture can articulate the passing of time. Inevitably there’s a sense of an ending about it. But Asplund and Lewerentz tried to create an experience that emphasised not the finality of death, but the slow, circular rhythms of the natural world. Skogskyrkogården is a choreographed passage through a landscape, with episodic experiences of chapels, graves, colonnades and, above all, nature.

(foto via Flickr)

Criticare il One World Trade Center

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Questa settimana lo skyline di New York torna ad essere vivo, con le prime persone che prendono posto negli uffici del nuovo One World Trade Center, eretto laddove si trovavano prima le torri gemelle — tra i primi ad entrare, proprio oggi, i dipendenti di Condé Nast.

La critica è però sempre in agguato. Zachary M. Seward su Quartz fa un’analisi dell’edificio non proprio entusiasmente, definendolo addirittura «un fallimento»:

Born of politics and compromise, the building was never going to be an architectural masterpiece. The final product is a shell of the original vision to erect a soaring complex, known as the Vertical World Gardens, that reimagined New York’s financial district as the welcoming global capital it was always meant to be. Then came the revisions, the short-lived decisionto call it the Freedom Tower, more changes, and delays upon further delays.

What emerged, finally, is altogether safe—from the 185-foot concrete base that defends One World Trade Center against the city around it to the ever-so-slightly creative choice of finishing the building with a stack of tapering octagons. It is hard to imagine anyone getting worked up over this design. From whatever angle you choose to view it, the edifice says just one thing with any passion: that it exists.

Seward arriva addirittura a definirlo come «9/11 kitsch», un’espressione usata solitamente per definire tutta quella memorabilia, spesso tendente al cattivo gusto, prodotta in seguito al tragico evento:

One World Trade Center is 9/11 kitsch. This failure is most obvious in the spire, which stretches the building’s height to 1,776 feet. It’s the sort of empty symbolism that, like the Freedom Tower name, might have once seemed meaningful but now reveals itself to say nothing at all. Worse, actually, for the attempt to evoke American independence is actually an excuse to make One World Trade Center the tallest buildingin the United States, which will help sell $32 tickets to the observation deck, a crucial source of revenue.

(foto via flickr)

Edificio della settimana – 1

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Lugar De La Memoria (Luogo della memoria) by Barclay & Crousse, Lima, Perù.

Scrive Wallpaper* [Ottobre 2014, p. 85]:

In 2010, the Commission for Truth, led by Nobel Prize-winning Peruvian writer Mario Vargas Llosa, launched a national architecture competition for «a place for the reconciliation of Peruvians», a memorial to the bloody conflict that tore apart the country from 1980 to 2000. First place was awarded to celebrated Lima-based practice Barclay & Crousse, headed up by Sandra Barclay and Jean-Pierre Crousse. Their proposal was brought to life over the following four years and opened this summer. Overlooking the bay of Lima and echoing pre-Colombian architecture with its open air terraces, the Lugar de la Memoria (Place of Memory) houses a theatre, auditorium, research study centre and exhibition spaces.

 

Ricostruire quella Milano.

A Milano fino a qualche anno fa esisteva Ice Age, piccolissimo negozio di dischi che stava in Porta Ticinese. Non l’ho mai sentito come uno dei miei negozi di dischi, principalmente per due motivi. Primo, l’età: pur avendo chiuso nel 2006, ha vissuto l’epoca di massimo splendore nel momento in cui appena appena iniziavo a delineare dei gusti musicali ben precisi. E poi il genere musicale: era un negozio specializzato in musica elettronica, goth, industrial; roba che col tempo c’ho sguazzato dentro, ma che all’epoca mi sembrava una nicchia talmente ristretta e dalla quale tenersi debitamente a distanza. Per me, che arrivavo a Milano dalla provincia, entrare nel reparto dischi del Virgin Megastore di piazza del Duomo era già una festa tanto era l’imbarazzo della scelta.

Da Ice Age, comunque, un paio di volte ci sono stato, perché è diventato subito un luogo mitico tra noi ragazzini che il sabato pomeriggio andavamo alla fiera di sinigaglia, sulla darsena, a piedi da Piazza Duomo. Ogni tanto, quando eravamo tutti insieme, qualcuno di noi saltava fuori dicendo: «Oh, ma ve lo ricordate l’Ice Age?!» e noi stavamo lì, un po’ a ridere e un po’ a mangiarci le mani per non frequentarlo — oggi, per non averlo mai frequentato — perché ci sembrava un posto fighissimo seppur non riuscissimo fino in fondo a capire perché. Ma era uno di quei negozi che solo a passarci davanti e dare una sbirciatina dalla porta (sempre aperta: io la ricordo così) sentivi un’attrazione incredibile che ti spingeva verso l’interno.

In quella zona non c’era solo Ice Age. C’era anche Supporti Fonografici, un po’ più avanti, credo proprio dove ora sta Serendeepity. Un altro negozio che percepivamo come storico, ma che non siamo mai riusciti a frequentare. Ricordo però di essere entrato anche lì e lo stupore che ho provato ad aver visto per la prima volta i dischi dei Current 93 e dei Death In June esposti sugli scaffali. Se al Virgin c’avevo trovato i gruppi metal dei quali ai tempi leggevo le recensioni sulle riviste specializzate chiedendomi — a dodici, tredici anni — dove mai avrei potuto comprarli, e cioè dove mai vendessero un disco dei Savatage (per me che il reparto cd del Carrefour sembrava già il paese dei balocchi, e in un certo senso lo era), figuratevi lo choc quando ho preso in mano una copia di But, what ends when the symbols shatter. Senza comprarla ovviamente — e ripensandoci bene, senza averla mai più comprata.

Allora prima, incuriosito, ho digitato “ice age dischi milano” su Google. Tra i primissimi risultati è apparsa questa pagina del sito di Rebecca Agnes. Rebecca è un’artista italiana che divide il suo tempo tra Milano e Berlino e che ha fatto cose belle e bellissime. Secondo me appartiene a questa seconda categoria il progetto Luoghi che non esistono più (2010) dove, attraverso la costruzione di modellini in legno, ha voluto ricreare alcuni luoghi storici della Milano del tempo in cui ci ha vissuto (da studentessa di Brera, presumo leggendo la sua bio):

Mi sono messa a tagliare, incollare e dipingere questi luoghi ricostruendoli secondo le mie capacità. Parallelamente ho cercato di collocare la loro esistenza nel tempo. Ho cercato l’anno in cui sono stati aperti e l’anno in cui sono stati chiusi. In questo è stato fondamentale il chiedere e cercare nei social-network, dove le persone ricordano (e spesso rimpiangono) un party, un negozio di dischi, un bar oppure semplicemente si lamentano dell’assenza di un panificio sotto casa.

Il risultato è sensazionale e rappresenta proprio in quel fazzoletto di Milano che intendo io. E sì, ci sono sia l’Ice Age che Supporti Fonografici.

l'Ice Age (che è quello nero in basso, l'altro è l'appartamento di Rebecca) photo: Rebecca Agnes

Supporti Fonografici - photo: Rebecca Agnes

(Le foto sono di Rebecca Agnes)

la città dell’uomo.

Oggi ho voluto comprare il numero di settembre di Domus perché con il nuovo direttore Nicola Di Battista si inaugura un nuovo corso per la più storica — e probabilmente importante — rivista d’architettura a livello internazionale. Quando si sfoglia Domus, non per forza come addetti ai lavori ma anche solo come semplici appassionati mossi da curiosità e interesse per il mondo dell’architettura, si ha l’impressione (giustificata) di trovarsi davanti ad un prodotto le cui molte qualità possono essere riassunte nell’aggettivo ‘prestigioso’. Da lettore curioso, ma piuttosto saltuario, dell’edizione cartacea, anche oggi ho confermato la stessa impressione. Ma una cosa mi è piaciuta più di tutte, ed era contenuta nell’editoriale del nuovo direttore (che poi tanto nuovo non è, avendo già diretto Domus negli anni ’90). E cioè, nel domandarsi il ruolo dell’architettura di oggi e nello spiegare il perché ha voluto mettere in copertina un payoff come “la città dell’uomo”:

Debbo anche dire, però, che qui intendiamo “la città dell’uomo” principalmente come contrapposizione a quella che oggi possiamo definire “la città dei clienti”, che sembra essere diventata l’unica città possibile, globalmente riconosciuta da nord a sud, dall’occidente all’oriente, dalle Americhe alle Asie, come imperativa e ineluttabile risposta all’esigenza edificatoria dei nostri tempi. Contro la città dei clienti, chiusa e settaria, vogliamo di nuovo lavorare alla città dell’uomo, aperta e ospitale: questo cambio di direzione darebbe di nuovo agli architetti la possibilità di proporre un ruolo alto del loro mestiere, rispetto ai grandi temi che la nostra contemporaneità ci impone, e soprattutto servirebbe a porre le basi per un nuovo Rinascimento, desideroso di utilizzare tutte le straordinarie innovazioni che oggi siamo in grado di produrre per progettare al meglio i luoghi, in maniera più adeguata possibile alle esigenze materiali e spirituali dell’uomo che questo tempo vive. Niente di più, ma anche niente di meno.