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Obsolescenza digitale

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Da queste parti sono stati spesso raccolti i gridi di allarme degli archivisti, soprattutto per quanto riguarda l’enorme patrimonio musicale — c’è il caso della British Library, e quello nostrano della Rai. Qualche giorno fa, parlando al convegno annuale dell’American Association for the Advancement of Science, Vint Cerf — uno dei due papà dell’Internet, secondo un’espressione molto cara ai giornalisti — ha messo in guardia sul rischio della scomparsa di tutte le informazioni che oggi siamo abituati a dare per scontato esistano in digitale, e quindi erroneamente per sempre.

Sembra strano, dato che uno degli adagi che si ripetono sempre più spesso è che una volta pubblicato qualcosa in rete, una volta scattata una foto con un cellulare, una volta registrato un suono con uno smartphone, questi esisteranno per sempre. Eppure è così. Un editoriale del Guardian fa un po’ il riassunto di come stanno le cose. C’è un problema a livello di supporti:

Nulla che non sia stato immagazzinato due volte in due differenti posti è davvero al sicuro. Gli hard disk muoiono, i compact disc perdono lucentezza e diventano illeggibili in una ventina di anni, i nastri si ossidano: non possiamo fare affidamento a nessuno di questi supporti apparentemente fidati. Un vecchio album di fotografie analogiche della nostra famiglia può sbiadirsi con gli anni, ma le nostre foto digitali spariranno del tutto, e i media su cui sono immagazzinate elettronicamente si romperanno molto prima che muoiano le persone che sono raffigurate al loro interno. Le foto dei vostri nonni saranno preservate molto meglio di quanto quelle dei vostri figli o nipoti.

E uno a livello di device che leggono questi supporti:

I floppy disc ormai sono finiti nel dimenticatoio. Stessa sorte sta toccando ai CD rom. Nel giro di 10 anni, le chiavette USB e le schede di memoria saranno qualcosa di pittoresco come le lanterne magiche. La velocità del cambiamento nei sistemi di scrittura digitale è paragonabile al cambiare alfabeto, o un intero sistema di scrittura, ogni 10 o 15 anni. Passare dai sillabari ai pittogrammi e poi tornare all’alfabeto, quindi cambiare direzione e inventare qualcosa di completamente nuovo. Non è abbastanza, in questo scenario, preservare solo i manoscritti […] Anche quando esiste l’hardware (o si è riusciti a ricostruirlo) per leggere i supporti obsoleti, non c’è certezza del fatto che si possa re-inventare anche il software che serve a decodificarli.

Hannah Jane Parkinson analizza però la situazione dell’obsolescenza da un diverso punto di vista, meno scientifico e più personale:

Provengo da una famiglia di accumulatori. Sul mio iPhone attualmente sono salvate 5 mila 426 foto. Possiedo due hard disk esterni da un terabyte ciascuno, riempiti di file multimediali e documenti. In altri tempi, avevo vecchie scatole di scarpe piene di cartoline di auguri, lettere d’amore, biglietti aerei, cartoline, locandine di locali e souvenir pacchiani provenienti da diversi paesi. Ho ancora le pagelle della scuola. Peggio, ho ancora i sussidiari e i vecchi compiti — nel caso dovessi controllare qualcosa, tipo la formula scientifica dell’acqua. Una volta ho quasi pianto quando mi sono accorta che un poster si era sbiadito con la luce del sole. E mi sono rammaricata per la perdita di messaggi che probabilmente non avrei mai più ri-aperto quando ho accidentalmente cancellato una conversazione via sms. Ma quanto è salutare tutto ciò? Rimanere appesi ad artifici emozionali favorisce la salute mentale? Perché teniamo tutta questa roba? Non ci fa rimanere ancorati al passato? […] Forse Cerf ha ragione quando si preoccupa per la perdita di lavori accademici che non potranno essere visti dagli antropologi del futuro, o per l’attenuazione della memoria collettiva su cose come il Dos. Ma per noi che viviamo qui e ora è probabilmente meglio mollare tutto.

Digitalizzali.

Simon Chaplin, direttore della biblioteca della galleria londinese Wellcome Collection, interviene sul Guardian a proposito delle virtù — e secondo lui dei pochi vizi — della digitalizzazione del patrimonio librario.

By embracing the opportunities digitisation offers to give more people more access to more books, libraries are ensuring that no one company or organisation can exert a monopoly. By making digitised books freely available, they ensure that no other library is disadvantaged and that there are as few obstacles to access as possible. Well-planned, collaborative digitisation can allow libraries to share the burden of preservation so we don’t all end up jealously hoarding the same dwindling stock of physical books.

(photo Christian Senger via Flickr)

I bit basteranno e il sapere non svanirà.

Mi ricordo che al liceo (stiamo parlando di tredici-quattordici anni fa) uno dei temi di italiano più ricorrenti riguardava la scomparsa del libro cartaceo. Sembra strano, visto che ancora non era stato prodotto alcun lettore di ebook e la connessione internet era non certo più un privilegio, ma nemmeno così diffusa tra tutti i compagni di classe. Però ricordo bene che, almeno una volta all’anno, la professoressa di italiano (che non smetterò mai di ringraziare, ma è un altro discorso) arrivava con un ritaglio di giornale (solitamente Repubblica, per mantenere fede al luogo comune sull’elettorato dei dipendenti pubblici) in cui qualche cassandra ipotizzava un futuro amebo di carta stampata, dove nessuno avrebbe più letto un libro perché questo, inteso come oggetto, non sarebbe più esistito, soppiantato da una allora non meglio definita lettura digitale.

Noi studenti ci limitavamo a svolgere il compitino, che sottintendeva un’adesione più o meno convinta (ma comunque un’adesione) alla teoria già sottoscritta dalla professoressa che ci consegnava il ritaglio di giornale. Sostanzialmente: che vergogna la scomparsa del libro di carta. Mai che qualcuno provasse ad indagare più a fondo, e a dire che le rivoluzioni della stampa avevano cambiato di molto l’oggetto (che rimaneva pur sempre qualcosa di fisico, è vero) senza mutare il soggetto.

Ma a dire la verità, il discorso a quel punto non verteva più tanto sulla scomparsa del libro, o della parola scritta e quindi della letteratura o del giornalismo in generale. Piuttosto, arrivava sempre un messaggio apocalittico del tipo: ma potremo continuare a fidarci di qualcosa di non palpabile, digitale, inconsistente, come ci siamo fidati per secoli della parola stampata? La discussione si spostava verso una più generale diffidenza nei confronti delle tecnologie. La cosa poteva avere ancora un senso ai tempi del mio liceo, ed era già un senso un po’ stiracchiato. Oggi, che siamo consci dei rischi connessi (ops!) alla tecnologia e li abbiamo accettati, tutto sommato senza fatica, a mio avviso non regge più.

Pensavo a questo quando stamattina leggevo un articolo di Federico Guerrini su La Lettura (non c’è ancora un link). Il contenuto era: come facciamo a fidarci dell’archiviazione della conoscenza in digitale, quando sappiamo tutti che essa porta con sé vari problemi, il più grave dei quali si chiama obsolescenza dei supporti e dei formati digitali? Ecco, mentre lo leggevo mi sono ritornati alla mente quei temi del liceo.
Non che Guerrini nel suo articolo difenda un mondo che non c’è più, come faceva la mia professoressa di italiano. Però mette in guardia dal fidarsi troppo dei data center, dice di tenere in considerazione la quantità di bit prodotti ogni giorno, sottintendendo (o almeno così a me sembra) che prima era meglio — cioè quello che faceva la mia prof. di italiano.

I paradigmi dell’archiviazione sono oggetto di seri dibattiti tra archivisti di tutto il mondo. Ridurli ad uno spauracchio nei confronti delle nuove tecnologie è, probabilmente, la strada più difficile per affrontare tali dibattiti. Certo, ieri Dropbox ha subìto dei gravi problemi di sincronizzazione: qualcuno ha parlato di un attacco hacker, loro si sono difesi dicendo che erano solo delle manutenzioni (a quanto pare non programmate). La mia fetta di mondo, che è una fetta di mondo piccolissima al confronto di quella dei grandi archivi, è andata in crisi e sono volate parole grosse nei confronti del cloud e di come non ci si possa fidare completamente di esso.

E’ una consapevolezza diffusa se — per quello che vale — uno dei miei tweet che, a distanza di tempo, continua ad essere stellinato, retwittato e commentato con una certa regolarità rimane quello dove è citata un’intervista di Kenneth Goldsmith di Ubu a Dazed and Confused, in cui spiegava perché non credeva al cloud:

Però, ormai, questo metodo di archiviazione è parte della nostra vita. E io non credo che là fuori ci sia qualcuno che ha così poco a cuore il futuro di ogni tipo di informazione e conoscenza da sottovalutare il fatto che, dopo un tot di release, un file .doc potrebbe essere difficile da aprire. Del resto, nessuno è stato così stupido da aver delegato la memorizzazione del sapere a dei file .doc. Forse l’ha fatto la mia professoressa di liceo. Ma è tutto il post che dico che faceva parte di un altro mondo.