Archivio tag: arte contemporanea

Greetings from Rimini

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‘Saluti da Rimini’ è la nuova creatura dell’artista Maurizio Cattelan e del fotografo Pierpaolo Ferrari, le menti dietro il progetto della rivista Toiletpaper. Si tratta di una serie di cartoline installate in alcuni luoghi storici del capoluogo romagnolo dal forte significato simbolico e allusivo. Scrive il sito della storica rivista di architettura e arte Domus:

Rimini è la città in cui, nell’immaginario collettivo, gli estremi si sovrappongono. La frenesia della stagione turistica lascia il posto al lungomare d’inverno; le feste e le discoteche agli eventi culturali; poi l’estate immaginata, gonfia di bellezza e desiderio, sfuma nella realtà della villeggiatura affollata e odorosa di crema solare. C’è Fellini e c’è la piadina. C’è una città che, nell’ultimo secolo, a ogni bivio della storia ha saputo imprimere un’accelerazione, che spesso ha giocato di anticipo con tendenze e costumi dell’Italia via via del boom, dei favolosi anni Sessanta, della congiuntura, dell’austerity, degli anni Ottanta e Novanta sino ad oggi, alle prese con un deciso cambiamento.

Sul gusto, la televisione e l’individualismo trasformato in omologazione.

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Grayson Perry è uno dei maggiori artisti contemporanei inglesi. Anzi, è due dei maggiori artisti contemporanei inglesi: c’è anche Claire, il suo alter ego di quando si traveste. Perché Perry non è famoso solo per le ceramiche classiche che decora con i colori più sgargianti possibili, né per le carte da parati che produce o per le innumerevoli esibizioni, per le opinioni audaci o per aver vinto il Turner Prize nel 2013. È sposato con una giornalista e psicologa (Philippa Perry), ha un figlio di 23 anni (Florence) ed è un personaggio ‘cross-dressed’.

Ma è anche, Grayson Perry, un osservatore acuto e intelligente dell’umanità, dei suoi usi, dei suoi costumi, del suo gusto. Proprio il gusto è uno dei leitmotiv del suo lavoro di artista. Ad esso ha dedicato molti suoi interventi e un’intera serie di documentari televisivi trasmessi nel 2014 da Channel 4 e intitolati All the possible tastes with Grayson Perry.

Lo scorso 15 giugno ha rilasciato una lunga intervista al magazine online di politica e arte Guernica, nel quale ha detto la sua su molti degli argomenti che gli stanno più a cuore e per i quali, con gli anni, è diventato un opinion leader anche al di fuori del mondo artistico. È una lettura interessante, come spesso accade quando c’è di mezzo Perry, che val la pena di leggere per intero; qui, ne riporto alcuni passaggi.

A proposito del gusto, ritenuto un prodotto dell’inconscio che vuole mostrare chi sei e dove vuoi arrivare, Perry afferma:

Well, taste is a phenomenon. Most of taste is unconscious—it comes from your upbringing, from your family, from your society, your gender, your race; it’s a melange of all those things. The basic premise of taste, as Stephen Bayley, the cultural critic, said, is that taste is that which does not alienate your peers. Most people want to fit in with their tribe in some way or another, so they give off signals, whether it’s with their clothes, their behavior, their car, their whatever, and gain status. Every tribe has a hierarchy, and that’s what taste is: it’s an unconscious display of who you are, and where you want to be.

Tra i mass media in grado di ispirarlo maggiormente, la televisione è quella che sembra avere un ruolo più importante:

People are often horrified that I watch a lot of TV. But I say that’s my business! That’s where I get all my culture. TV now, especially the big American box set–type TV, is our literature, the high culture of our time. Things like The Wire and Game of Thrones—they’re the most crafted, well-funded, brilliantly devised things. And I think that people who turn their noses up at them are doing it at their cost. Telly is now heritage, because the Internet is now the devil. It used to be that telly was the devil, and now computer games are the devil, and the Internet. So telly’s been allowed to sort of sit there, and it’s got a gold frame around it now. We watch telly in a different way. I grew up with it so it’s like my heritage. My wife’s middle class, she could hardly watch television at all. I had to teach her how to do it. And now she’s more of an obsessive. I mean, she watches much trashier telly than I do.

Mentre sulla progressiva omologazione della classe media, che vorrebbe essere individualista ma finisce per diventare un prodotto seriale, Perry afferma:

There’s a desperation in middle-class people to try to be individual. I think it’s an illusion on the whole, because curiously they all end up being an individual in the same way. Because not many people are creative, really. They’re kind of individualistic but within a very narrow bandwidth of what is acceptable at the time in fashion, or what they’ve seen in magazines. Genuine maverick taste is quite rare. Say someone chooses their tattoo, right, they have a tattoo. They’re a groovy person and they have a tattoo. The real decision they made was to have the tattoo. It’s not what the tattoo is. All tattoos are basically the same. But it’s having the tattoo. They all mean the same thing, the tattoo. What is on the design is bollocks. It’s squiggly blue lines that you have on your arm.

Da quando l’arte è diventata conservatrice?

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Jerry Saltz su Vulture riflette sulla tendenza che si sta verificando, nel mondo dell’arte, all’auto-censura e al politicamente corretto:

Flexibility is life, but lately I keep thinking that the art world has gotten a lot less flexible, and the freedom that I’ve always thought of as completely foundational — freedom to let our freak flags fly and express ourselves, even bizarrely — has constricted considerably. And it’s happening at such mutated and extreme rates that we must ask if the art world is not now one of the more self-policing areas of contemporary culture. How did we come to live in an insular tribal sphere where unwritten rules and rigid moralities — about whom to like and dislike, what is permissible to say and what must remain unsaid — are strictly enforced via social media and online disapproval, much of it anonymous? When did this band of gypsies and relentless radicals get so conservative?

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David Hockney ci parla dell’iPad.

David Hockney è il protagonista di una lunga feature sull’Observer, l’edizione domenicale del Guardian. Alla fine del ritratto risponde alle domande che alcuni lettori del quotidiano, e alcuni suoi colleghi artisti, gli hanno posto. In particolare è interessante la risposta che dà a Yinka Shonibare, che gli chiede la differenza tra il disegnare su carta e il disegnare su iPad— una tecnica, quest’ultima, che Hockney ha percorso molto negli ultimi anni, mostrando una sensibilità artistica e una curiosità intellettuali fuori dal comune per uno della sua età:

How is drawing different using the iPad? Does drawing with the iPad give you the same feeling as drawing on paper?

Well, no it doesn’t, because you are drawing on a sheet of glass. But on an iPad you can draw for ever and you can’t on a sheet of paper. And on an iPad you draw a bit differently, but that’s all you do. Drawing is 50,000 years old, isn’t it? I think it comes from very deep within us actually. When all those people in the 1970s were trying to give up drawing, I did go and see them and they said: “Oh, you don’t need to draw now.” And I did point out: “Well, why don’t you tell that to that little child there? Tell them you don’t need to draw and see what happens.” Young people draw, they start making marks, everybody does.

Cose da mantenere.

Interrogata da Frieze su cosa non dovrebbe cambiare nel mondo, una delle preferite dal titolare di questo blog, l’artista statunitense Barbara Kruger, ha risposto:

Il profumo di caffé la mattina, i buoni amici, le ceramiche blu e verdi, le belle viste, le risate fuori controllo, il Beachwood Café di Los Angeles, il rigore intellettuale di Rachel Maddow, la coraggiosa complessità di Laura Poitras, la brutale antropologia del reality show The Real Housewives, la necessità della figura pubblica degli intellettuali, la resistenza e l’organizzazione (sia online che sul territorio) che stanno cambiando il mondo, la radio pubblica, l’intensità della musica, le bouganville e la lavanda, i gatti e i cuccioli.

(foto via Flickr)

Oxfordiana.

Se fossi a Oxford fino al 31 agosto saprei già dove passerei una mezza giornata:

In una recensione della mostra, in verità positiva solo un po’, Laura Cumming ha scritto:

She writes words on walls. We read them. That’s it. This has been Barbara Kruger’s laconic way of working for more than 40 years, and it has brought her international fame. Her art is terse, assertive, argumentative, pithy and always directed straight at your face.

 

La finta-vera serialità di Maurizio Cattelan

La prima volta che mi sono scontrato con l’opera di Maurizio Cattelan è stata in occasione dei famosi bambini impiccati agli alberi di piazza XXIV Maggio a Milano. Ne scrissi nel mio primissimo blog, ospitato su una piattaforma che non esiste più quindi niente link. Non l’avrei comunque messo, il link, visto che si trattava di una stroncatura di quelle di cui ci si vergogna anche a distanza di 13-14 anni: una roba del tipo «penserete mica che sia questa l’arte» ecc ecc, scritta senza la minima criticità e con il piglio polemico di un ottantenne — detto con tutto il rispetto che si deve agli ottantenni.

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Il labirinto del Novecento.

Ieri pomeriggio sono stato al Museo del Novecento a Milano. Era una di quelle domeniche pomeriggio di inizio settembre, troppo presto per starsene in casa a poltrire ma anche troppo tardi per passare tutta la giornata fuori — il lavoro che è già ripreso e quindi, tecnicamente, la domenica pomeriggio è già lunedì mattina, aria di depressione generale, centri commerciali affollati.
Mi sembrava quindi una buona idea approfittarne e andare a vedere la mostra Andy Warhol’s Stardust, che proprio ieri chiudeva dopo essere stata a Milano tutta l’estate. Una buona idea coadiuvata dal fatto che la mostra era gratuita e che il Museo del Novecento è davvero un bel posto.

(Ok, queste le motivazioni ufficiali. Ce n’è anche una ufficiosa: fare incetta di riviste nella Mondadori che sta di fianco al Museo del Novecento. Ma lo devo mettere tra parentesi, altrimenti chi mi ha accompagnato mi rinfaccia il solito “ah, allora era quello il motivo per cui bramavi così tanto di andare?”)

Solo che dopo essere stato a questa mostra, m’è venuto da fare un paio di considerazioni. La prima riguarda la mostra in sé, che insomma è stata un po’ deludente: un corridoio, quattro serigrafie e qualche riproduzione di Interview alle pareti. Un po’ pochetto, considerato il battage pubblicitario messo in piedi e considerato che c’erano pure la solita zuppa Campbell e il solito campionario di didascalie un po’ così — però c’era anche la serie, notevole, dedicata ai personaggi di spicco del mondo ebraico che non avevo mai visto e che era davvero davvero bella, oltre alla serigrafia di Muhammad Ali anche quella davvero super.

Questa la prima considerazione.

La seconda, che scrivo sempre con questo tono qui tra il serio e il faceto, nonostante meriterebbe di meglio, è questa. Non era la prima volta che visitavo il Museo del Novecento. La prima volta, immagino come per molti, era appunto per vedere la collezione permanente. Non ho dunque capito perché queste mostre temporanee (come quella dedicata a Warhol) debbano subire quello che mi è venuto subito alla mente come “l’effetto Ikea”, dal noto megastore di mobilio. C’è da fare una precisazione: non è che io frequenti abitualmente l’Ikea (vi giuro che c’è gente che lo fa), e nemmeno che io sia solito frequentare altre ikee oltre a quella che (non) frequento abitualmente. Ma il noto centro commerciale svedese è famoso per una peculiarità: te lo devi girare tutto. Nessuno sconto sul percorso, al massimo una scorciatoia per andare direttamente in quel posto pieno di scaffali altissimi meglio conosciuto come il magazzino. Ma se vuoi vedere — chessò — solo le cucine, o solo le camere, o solo le sedie (e per giunta magari solo quelle da ufficio), non c’è speranza: devi entrare nel labirinto e girarlo tutto. Siccome sono magnanimi, questi svedesi, ogni tanto imboscano un cartello con scritto “via veloce” o qualcosa del genere, ma appunto lo imboscano quindi non è detto che tu lo veda. Spero di aver reso l’idea.
Perché ho scomodato questo labirinto e ora vorrei farne un paragone col Museo del Novecento? Perché per vedere la mostra di Warhol, che occupava un (uno!) corridoio del piano terreno di tutto il palazzo ex Arengario, ho dovuto girare prima tutto il museo. E quando dico tutto intendo tutto, compresa la sala con i tagli del Fontana. C’ho provato con la guardia, ma è stata (giustamente) implacabile: “mi spiace, deve fare il biglietto e entrare di là”.

Ora, io non sono un curatore né capisco di marketing museale o cose simili. Quindi posso anche credere che si voglia obbligare la gente a godere non solo della mostra temporanea ma anche degli incredibili (non sono ironico) Boccioni che stanno nelle sale dedicate al Futurismo. Proprio un po’ come l’Ikea (vedete che torna tutto?), che obbliga i potenziali clienti a passare anche dal reparto scopini per il bagno nonostante loro volessero solo comprare un cuscino, perché può essere che nel frattempo si ricordino che serviva loro (ma per davvero?) proprio quella pentola in offerta e allora via, la tirano su e il fatturato aumenta. Commercialmente è un ragionamento che non fa una piega.

All’Ikea, però. In un museo la vedo un po’ diversa. Se una persona vuole vedere tutto il museo ha la facoltà di farlo. Ma se magari l’ha già visto, e per giunta quella domenica pomeriggio è pure di fretta e ha giusto quella mezzoretta per una mostra sola, l’unico rischio che si corre è quello di fracassare le scatole a chi è realmente interessato a tutto il museo. Facciamo a capirci: io ieri, percorrendo in modo veloce sale che avevo già visto non più di qualche mese fa, e capitando pure di avere poco tempo a disposizione, ero abbastanza imbarazzato. Passavo davanti a persone che magari volevano godersi il loro taglio sulla tela in santa pace, senza una massa di gente (con me erano molti, purtroppo o per fortuna) che voleva solo giungere all’ultima sala.

Insomma, era proprio impossibile permettere alla gente di entrare solo nell’ultima sala?

Perché Ornaghi non l’ha chiamata?

Martedì 23 ottobre Roberto Giardina su Italia Oggi si chiedeva perché il ministro dei Beni Culturali Ornaghi non avesse pensato a Carolyn Christov-Bakargiev per il Maxxi, preferendole invece Giovanna Melandri:

Carolyn Christov-Bakargiev, 55 anni a dicembre, ha curato l’ultima edizione di Documenta a Kassel, la più grande rassegna al mondo di arte contemporanea, che si tiene una volta ogni cinque anni. Ha stabilito il buono record di visitatori, oltre 300 mila, ma è una dato che conta fino a un certo punto. I critici, di solito mai contenti della rassegna, concordano sul fatto che sia stata la migliore edizione degli ultimi decenni. La rivista Art Review ha appena scritto che Carolyn è la personalità più importante e più influente al mondo nel mondo dell’arte (la ripetizione è voluta). E, dopo Kassel, Carolyn è disoccupata. Come ha dichiarato il giorno di chiusura della rassegna, «non so che farò, ma di certo non vado in vacanza, non fare nulla per me è impossibile». Perché Ornaghi non l’ha chiamata?

Il resto qui.

Piccioni contemporanei

(photo: Klat magazine)

Se si vuole creare un’opera d’arte che faccia parlare di sé, bisogna evitare le reazioni scontate. Che è un po’ quello cui sono invece andati incontro Julian Charrere e Julius Von Bismarck, il duo di artisti che nell’ambito della Biennale di Architettura di Venezia ha colorato i piccioni di piazza San Marco per un progetto intitolato “Some Pigeons are more equal than others”. L’intento, immaginiamo, era quello di mostrare un parallelismo tra la diseguaglianza sociale nel mondo dei piccioni — che non esiste, se non dopo il loro processo di colorazione — e quello della nostra società. Tema abusato, ma tant’è. Si diceva, in precedenza, delle reazioni scontate. I due artisti avrebbero potuto infatti mettere tranquillamente in conto di incappare nelle ire degli animalisti, i quali sono partiti alla carica — anche sui siti specializzati — con argomentazioni del tipo:

Ma si può considerare arte quando in ballo ci sono animali di qualsiasi razza? Le opere d’arte sono giustificate in quanto tali anche quando coinvolgono altri essere viventi non consenzienti? (Artsblog)

A nulla sono servite le rassicurazioni circa i pigmenti utilizzati nella colorazione, pigmenti naturali che non recano danno alcuno alle creature. La reazione del mondo animalista era infatti prevedibile, e ha finito per neutralizzare qualunque altro intento insito e presunto nell’atto della creazione dell’opera e dell’obiettivo di stupire. Sia chiaro: non è che lo scrivente si schieri dalla parte della tortura animale, né in alcun modo né tanto meno per fini artistici. Spostando il punto d’osservazione, direi piuttosto che lo scrivente si schiera tra coloro i quali vogliono essere stupiti dall’arte, vogliono che questa ponga interrogativi. Vogliono, inoltre, che l’esercizio artistico valga qualcosa, sposti qualche confine, e non che rimanga piuttosto confinato in sé stesso.
Un paio di boxini in prima pagina e di citazioni sui quotidiani internazionali sono state le uniche reazioni. Un po’ scarse, per la verità — e per un’opera d’arte.
E proprio a proposito della reazione della stampa, in particolar modo quella italiana, ci pensa Caroline Corbetta a sintetizzare bene quale sia l’andazzo nelle redazioni:

Intanto, noi si rimane in attesa che sui quotidiani nazionali si apra un vero dibattito sull’arte contemporanea.

Ci uniamo al grido.