La non rivoluzione del non disco di Beck.

Tin Pan Alley

Nella lunga estate caldissima dominata dall’assenza di qualsivoglia spunto di avvenimento vagamente musicale — al massimo, ecco, c’è la questione delle Pussy Riot incarcerate e di Madonna che in Russia si è presa della buona donna perché spesasi in loro difesa — giunge Beck a far alzare le sempre mal sintonizzate antenne dei critici musicali. La notizia è che il suo prossimo album, intitolato Song Reader, non sarà pubblicato in nessuno dei formati da ascolto comunemente conosciuti. Niente mp3, né cd, tantomeno vinile. Il disco uscirà solo come una raccolta di spartiti musicali, senza che i brani siano mai stati registrati. L’idea è quella di farli eseguire ai fan o a selezionati musicisti per poi, chissà, pubblicarne degli estratti in rete. Le case discografiche non si disperino: nessuna major del disco pubblicherà l’album, che sarà invece edito dalla casa editrice britannica Faber and Faber.

L’operazione è stata salutata da molti come innovativa. Presumibilmente dagli stessi che la pensano come un noto critico musicale italiano, il quale in un suo deboluccio pamphlet di qualche anno fa sottotitolato «ode in morte della musica» scrisse che la musica era già morta un po’ di volte, tra cui quella dei famosi 4 minuti e 33 secondi di John Cage, dimostrando così di capire poco la musica e per nulla il compositore americano. Siamo abbastanza sicuri di questo pensiero perché Cage era il termine di paragone che stamattina si leggeva negli articoli che davano la notizia di Song Reader, e se fossimo i tizi della ISBN manderemmo in omaggio (ulteriore, visto che la copia promozionale dev’essere stata poco considerata non avendo avuto traccia di recensioni) nelle redazioni culturali dei giornali italiani la loro recente traduzione de Il Silenzio Non Esiste, bellissimo saggio del musicologo Kyle Gann che racconta e contestualizza proprio la storia della celebre composizione di Cage (ripassare non fa mai male: il silenzio non esiste, capito?, quindi l’opera cageana non era «il silenzio intitolato da Cage 4’33’’», come si legge a pag. 6 della prima edizione del pamphlet di cui sopra. No silenzio, no morte della musica).

La trovata di Beck è furbissima proprio per far cadere nel trappolone mediatico i critici, visto che si presenta come una succulenta protesta nei confronti degli mp3 che si trovano mesi prima delle uscite ufficiali e della pirateria che svuota di ogni senso l’attività artistica e quella dell’industria discografica. Insomma, il piagnisteo può tranquillamente continuare, mentre con una mano si tengono nascoste le responsabilità dell’industria stessa e con l’altra si annaspa alla ricerca di una soluzione che riesca a sfruttare a pieno le tecnologie di oggi, come se il problema fossero queste e non la mancanza di visione commerciale da parte di un mondo che è rimasto fermo a quando le tecnologie erano di ieri.

Beck in una riedizione di Tin Pan Alley è, sinceramente, poco credibile. Anche perché l’idea, ci permettiamo di far notare, è tutto fuorché rivoluzionaria: è roba di cento anni fa e, al di fuori dei contesti della popular music e del jazz, funziona ancora così: i compositori, per la maggior parte, scrivono i brani che verranno eseguiti da altri su pezzi di carta. Non ce ne voglia, quindi, Beck, quando descrive il disco come «un esperimento di cosa possa essere un album sul finire del 2012». Un’intera industria (quella delle edizioni musicali) fu messa in crisi proprio dall’arrivo del fonografo, in un processo progredito, non di regressione. Quella di Beck ha invece tutta l’aria di essere l’apoteosi della retromania così come teorizzata lo scorso anno da Simon Reynolds (nell’omonimo saggio pubblicato proprio dai tizi di Faber and Faber).

Risulta magistrale la bocciatura dell’Independent il quale, in un editoriale, scrive testuale: «rivoluzione musicale post Napster? Forse, ma è dura scansare l’impressione di fan fregati da un album che il suo autore non si è nemmeno preoccupato di registrare». Ecco, cari critici di casa nostra pronti a dedicare pagine agostane, in assenza dell’annosa questione circa la validità o meno del tormentone musicale dell’estate, ad un’operazione inodore: in Inghilterra anziché sprecare parole come rivoluzioni, piazzano un leading article nelle pagine delle opinioni, perché anche gli avvenimenti vuoti hanno bisogno di commenti di un certo spessore.