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Richard Skinner spiega cos’è il dub.

Quando si parla di musica dub, la prima cosa che viene in mente è il reggae. Anzi, si tende a pensare al dub come ad un sottogenere del reggae, togliendogli ogni autonomia. Lo si liquida in fretta come qualcosa nato da, non come corrente artistico/musicale (estetica?) a sé stante.
Non lo fa solo Wikipedia, che già nelle prime righe lo definisce come un «genere musicale nato dal reggae negli anni Sessanta» e «comunemente considerato un sottogenere». Lo fanno anche fonti ben più autorevoli, come l’Encyclopedia of Popular Music di Colin Larkin («Essentially reggae in the raw») o il Grove («A technique of reggae»).

Se è innegabile che il dub nasca come costola del reggae, più precisamente come lato b dei 45 giri che trasmessi dai sound system giamaicani, non è difficile intravedere un filo rosso che dal reggae arriva a moltissima musica dei giorni nostri. In molti hanno provato ad indagare questo fenomeno, presentando il dub come estetica, o come tecnica di missaggio, o come mood musicale. C’è un’amplia bibliografia a riguardo e c’è anche qualche filmato interessante, come questo Dub Echoes, prodotto dalla Soul Jazz records e accompagnato da una doppia compilation (qui il trailer).

Tuttavia in questo genere di indagini sul dub la parte dedicata a spiegare le connessioni con il reggae è la principale, e chi volesse capirne di più si ritrova spiazzato. Ma il dub, piuttosto, è un concetto. Come, per intenderci, è un concetto quello dello ‘swing’: inizialmente associato al jazz, il termine è via via diventato un’espressione specifica per indicare la precisa volontà del compositore/interprete nell’intendere (o meno) la composizione/interpretazione («non ha swing…»).

Una spiegazione finalmente sintetica ed esauriente su cosa sia il dub la fornisce un e-book agile (ma si potrà ancora dire «agile» di un e-book?) appena dato alle stampe (idem) dai tipi di Noch Publishing: “Dub, Red Hot vs Ice Cold” di Richard Skinner. Già dal titolo si capisce che il saggio è diviso in due parti: una prima, che indaga le origini del dub (ovviamente giamaicane) fornendo non solo delle coordinate storiche ma anche degli aneddoti atti a facilitarne la comprensione — e questa è la parte red hot. Una seconda, quella ice cold, che traccia tutti i territori in cui il concetto di dub è penetrato, alcuni dei quali lontanissimi per sonorità da quelli originali (techno dub, jungle, 2step, dubstep e praticamente ogni invenzione elettro-club-dance proveniente dall’Inghilterra negli ultimi vent’anni — dai Massive Attack in poi).

In questo libro, soprattutto, sono contenute alcuni delle definizioni più incredibili che si siano mai lette a proposito di dub. Tutte senza alcun tipo di sottotraccia accademica, il che rende la lettura leggera anche per chi non è molto avvezzo alla terminologia musicale né alle dissertazioni cui i popular music studies, soprattutto di origine britannica, ci hanno abituati. Che il merito di tutto ciò stia (anche) nel fatto che la Noch Publishing è sì una casa editrice inglese e specializzata in quello che — come da suo sito internet — è il concetto esteso dell’ascolto, ma allo stesso tempo è diretta da due persone italianissime che sanno il fatto loro? Paolo Inverni è un artista piemontese che opera nel campo audiovisivo con un curriculum che parla da solo. Daniela Cascella è una vera e propria istituzione nel campo della musica e della sound art, già collaboratrice di prestigiosi magazine quali Contemporary, Wire e Frieze, autrice di libri, di un blog molto seguito, di una nuova imperdibile serie radiofonica e di due titoli, reperibili anche in italiano: Scultori di Suono (Tuttle, 2008) e The Edge of the World (Arcana, 2008), testo critico su tutti i testi dei Cure che si mangia in un sol boccone chili e chili di carta delle biografie, analisi e pseudo-tali prodotte in passato ad uso e consumo dell’adolescente medio italiano.

L’autore, Richard Skinner, è uno scrittore e poeta, nonché direttore del Fiction Programme alla Faber Academy. Ha in uscita nel 2014 per i tipi di Faber & Faber un libro sulla vita (romanzata) di Erik Satie: The Velvet Gentleman. Non so se sia o meno sua abitudine scrivere in modo così lineare e comprensibile di musica, ma in “Dub, Red Hot Vs Ice Cold” questa qualità riesce ad essere un apprezzato valore aggiunto. Che gli ha permesso di mettere la parola fine all’annosa questione su cosa rispondere alla domanda da un milione di dollari, quella che un po’ tutti noi appassionati di musica ci siamo sentiti rivolgere più e più volte: «Cos’è il dub?!»:

Dub is the science of studio pressure, when engineer becomes artist.