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E tanti auguri.

Non sono mai stato uno springsteeniano, nel senso di Bruce. Anzi, talvolta trovo la retorica che lo circonda un tantino esagerata, per non dire insopportabile, in maniera del tutto simile a come trovo esagerata la retorica battistiana (nel senso di Lucio, seppur con lodevoli eccezioni). Eppure c’è un disco, Born to run, la cui title-track inserirei tra le venti migliori canzoni di sempre. Per Born to run credo che non sia esagerato utilizzare il termine «epocale» e un lungo articolo sull’Atlantic si spinge ancora più in là, fino ad arrivare a considerare l’album un vero e proprio manifesto del sogno americano in contrapposizione al declino dello stesso ai giorni nostri.

La storia del brano simbolo non solo di un disco, ma forse dell’intera discografia di Bruce Springsteen è una storia tipicamente da sogno americano. I due dischi precedenti di Springsteen e della sua E Street Band, Greetings from Asbury Park, N.J. e The wild, the Innocent, and the E Street shuffle, nonostante l’enorme promozione dell’etichetta discografica Columbia Records, erano stati dei flop a livello commerciale. Si sentiva quindi il bisogno di una grande trovata, che risollevasse le sorti economiche del gruppo. Venne a Mike Appel, il manager di Springsteen, l’idea di creare un po’ di hype: distribuire delle copie contenenti un rough mix – tecnicamente il mix non definitivo di una registrazione – di ‘Born to run’ (il pezzo, non il disco) ad una cerchia selezionata di disc jokey. Nel giro di qualche settimana, il pezzo divenne una vera e propria hit, con i ragazzini che cercavano disperatamente una copia nei negozi di dischi e le radio, quelle i cui dj non avevano ricevuto il pezzo da Appel, che si facevano vive chiedendo da che disco provenisse quel brano. Come racconta l’Atlantic nel già citato articolo, la radio di Philadelphia WFIL trasmetteva il brano più volte al giorno per soddisfare l’enorme richiesta da parte del pubblico, mentre il dj di Cleveland Kid Leo aveva preso a suonarla ogni venerdì pomeriggio alle 5 e 55 a mo’ di sigla che segnasse ufficialmente l’inizio del fine settimana.

Sono strategie di marketing che ora, nell’epoca del virale, dei brani dati in anteprima attraverso Youtube o con le versioni pirata degli stessi che iniziano a circolare settimane prima dell’uscita ufficiale, fanno ridere. Era un mondo diverso, dove il potere di una ristretta selezione di disc jokey era tale da decretare il successo di un disco. Se esistesse oggi un manager intelligente come Mike Appel, probabilmente darebbe il brano in anteprima a degli influencer su Instagram e Twitter, affinché ne rilasciassero un po’ per volta delle piccole anteprima sui social network.

Era meglio, era peggio. Non saprei. Era diverso, anche per uno che springsteeniano, come detto, non lo è stato mai. Born to run veniva pubblicato dalla Columbia esattamente quarant’anni fa. E buon compleanno, allora.