Oriundismi

oriundi

Stefano Bartezzaghi, che si occupa delle cose della lingua italiana come nessun altro, approfitta [La Repubblica, 24.03.2015] della polemica innescata da Roberto Mancini sugli ‘oriundi’ in Nazionale per fare un po’ di chiarezza sul termine, partendo dalla sua esperienza di collezionista di figurine dei calciatori nei tardi anni Sessanta:

[Il termine] «oriundo» non era affatto un nonsense. I calciatori «oriundi» appartenevano a una categoria che andava all’esaurimento: non ne venivano tesserati di nuovi, le frontiere si erano serrate da un pezzo; ma alcuni delle ultime ondate erano ancora in attività (Sivori! Sormani! Pesaola! l’intramontabile Altafini!) e il loro status veniva segnalato dalle sobrie didascalie dell’editore Panini: «oriundo». Nessuno spiegava ai piccoli collezionisti di allora che l’aggettivo derivava dal gerundivo del latino oriri, nascere, avere origine. Significava qualcosa come «indigeno», insomma, ma senza connotazioni sgradevoli («indigeni» era allora un sinonimo di «primitivi», con il tremendo girotondo di specificazioni: baluba, zulu, bagonghi…). Gli oriundi italiani erano in definitiva calciatori nati qui o là, Argentina o Belgio, figli o nipoti di immigrati. Dirigenti sportivi scartabellavano archivi parrocchiali. Anche solo una nonna italiana, se reperita e in qualche modo documentata, poteva consentire a un calciatore sostanzialmente straniero di venire schierato come italiano, anche in Nazionale. Andrebbe quindi detto sempre «oriundo italiano», intendendo «originario (anche lontanamente) dell’Italia»; ma nell’uso rimaneva quella strana parola scempia: «oriundo», come dire «originario» ma senza origine. Un po’ come quando il lattaio chiede quale latte si desidera e gli si risponde «il parzialmente». Aggiungere «scremato» parrebbe da puristi pedanteschi.