Pop, ancora più pop (e meno male)

Un post sul blog di Massimo Mantellini mi offre l’occasione per dire una cosetta. Scrive Mantellini che col numero di dicembre gli pare conclusa la “mutazione [di Wired] da mensile di tecnologia e innovazione a rivista pop in senso lato”. Il riferimento è chiaramente al cambio di direzione avvenuto la scorsa estate, quando da Rolling Stone è arrivato Carlo Antonelli per prendere il posto di Riccardo Luna. Lasciamo perdere che Mantellini sia amico di Luna e abbia partecipato anche a quelle famose “colazioni da Wired” durante le quali vari esperti di tecnologia italiana suggerivano al direttore idee su come sarebbe dovuta essere l’edizione italiana del giornale fondato da Louis Rossetto. Lasciamo perdere perché l’amicizia o la collaborazione a vario titolo non sono certo né un peccato né tantomeno una colpa; è giusto però che siano conosciute quando si riporta una critica alla nuova gestione di un progetto che fino a qualche mese fa era in mano ad un amico. Insomma, non è per polemica, semmai per completezza d’informazione. [edit: Massimo Mantellini mi fa educatamente notare nei commenti di non aver mai collaborato a Wired, cosa che non ho mai scritto: mi riferivo agli incontri pre-uscita, ma non ha importanza.]

Mantellini ha in parte ragione. E la parte mancante si riferisce al fatto che una rivista pop — non so se “in senso lato” — Wired lo era già sotto la direzione di Riccardo Luna. Perché, al di là di articoli di “tecnologia e innovazione” tagliati per le masse, le recensioni dei gadget tecnologici, il nome di certi titolari di rubrica, la zona dei test o “l’esperto risponde” (spesso a questioni da analfabetismo tecnologico) erano assolutamente pop, nel senso di riservate ad un pubblico popular. Non è che la presenza di un tecno-guru le facessero diventare una cosa da territorio ultra-nerd (già di per sé un campo molto popular). O forse l’allora direttore pensava che Linus o Victoria Cabello, personaggi che nel loro campo godono di un rispetto meritatissimo, potessero attirare l’interesse dell’élite della tecnologia, dei fanatici di Negroponte, di quelli che Wired lo leggevano già in edizione americana? Suvvia.

Con Carlo Antonelli Wired è rimasto pop, anche se la mutazione (Mantellini ha ragione quando parla di “mutazione) è verso altri lidi, anch’essi pop ma diversi da quelli di Luna e anche da quelli su cui Mantellini pare fare dell’ironia. Carlo Antonelli dà l’impressione (l’impressione!) di essere un homo anti-tecnologicus, almeno rispetto a Luna: niente Facebook, niente Twitter, niente Tumblr, niente blog, niente rubriche su giornali online. L’impressione viene confermata, oltre che dalla sua nota passione per la carta stampata, anche da certe sue dichiarazioni del tipo: il mio compito è occuparmi del giornale, non essere un guru dell’innovazione. Carlo Antonelli ha la caratura intellettuale di un gigante; è innegabile e va detto con onestà, e a mia difesa (sarebbe a dire: non a sua difesa!) c’è un precedente (l’autore della lettera a Ferrara era il sottoscritto).

Il fatto contestabile, a mio avviso, non è che Antonelli stia affossando Wired, anche perché è stato chiamato proprio per l’obiettivo opposto, e in Conde Nast non sono gli ultimi degli sprovveduti visto che sanno come fare e far vendere i giornali. Il fatto contestabile dal punto di vista di un appassionato medio-alto di tecnologie è che Antonelli non sta facendo un giornale per quel target. Ed è verissimo. Lo stesso Rolling Stone che ha diretto fino a pochi mesi fa era un Rolling Stone anomalo; soltanto che, essendo RS la testata per eccellenza del giornalismo gonzo, nessuno se ne accorgeva o, meglio, si lasciava correre tutto perché lì stava il divertimento. A Wired, che dovrebbe sparigliare ma ha uno zoccolo di lettori molto conservatore, tutto ciò si nota molto di più.

Direi — ma potrei benissimo sbagliarmi — che il mondo di Wired appartiene poco a Carlo Antonelli. Che vedrei benissimo invece a dirigere la versione italiana di, chessò!, Dazed and Confused, o una roba meno a là Foreign Affairs di Monocle, con la parte di business sostituita da più arte, più moda, più cultura in senso lato (era forse questo il “senso lato” che mi sono perso?). Nel frattempo, dopo aver buttato via praticamente intonso il primo anno della gestione Luna al quale ero abbonato, ho ripreso ad acquistare Wired e a leggerlo con un certo gusto. Se ci sarà più Antonelli, ben venga, tanto a me dell’integrità del marchio Wired interessa proprio poco.