Guardare ‘Lo squalo’, da adulti.

lo squalo

Per il critico cinematografico Nicholas Barber, Lo squalo di Steven Spielberg è una commedia:

When you watch Jaws as a grown-up, in 2015, you may well find yourself marvelling at its quotable dialogue, smiling at the uniformly fine performances, humming along to John Williams’ theme music and applauding Spielberg’s genius at suggesting the shark without showing it. But chances are you won’t be frightened. That’s not to say that you won’t be tense while you’re waiting for the next sighting of a dorsal fin, or that you won’t jump a few millimetres when that ominous black triangle glides into view. But, speaking as one of the most easily-spooked and squeamish cinema-goers alive, even I can see why the ratings board of the Motion Picture Association of America gave Jaws a PG rating, allowing young children to see it, rather than the more restrictive R. Today, the film is more likely to prompt squeals of delight than screams of terror. If anything, Jaws now works better as a comedy than as a horror movie. Actually, it works better as two comedies, one after the other. The first is about a big-city cop in an eccentric island community – a fish-out-of-water comedy, in other words. The second is about three mismatched buddies messing about on a boat.

Rottamare gli Oscar

Una voce fuori dal coro degli elogi alla notte degli Oscar è quella di Michael Hogan sul Daily Telegraph, che invita a «non credere all’hype» creatosi attorno alla cerimonia e di considerarla per quello che è: «spazzatura». Gli attori sono i primi a finire nel mirino del suo attacco:

Gli attori — che raramente sono tra le creature più affascinanti — fanno discorsi sdolcinati e auto-indulgenti e cazzeggiano in modo pretenzioso sul loro «mestiere». Poche cose risultano meno tediose di queste. Sembrano l’equivalente nello showbiz di quei colleghi che ti mostrano le foto delle loro vacanze e ti raccontano quello che hanno sognato la notte precedente.

Ma Hogan ne ha anche per la cerimonia stessa, che considera qualcosa di molto auto-celebrativo e interessante, forse, solo per gli addetti ai lavori e per alimentare un po’ il chiacchiericcio via social-network:

Gli Oscar sono fondamentalmente una gloriosa festa per l’assegnazione di premi aziendali. Sono importanti per chi vince, certo, ma di scarso interesse per tutti gli altri. Non c’è alcun motivo per cui dovrebbero interessarci più del «Rappresentante dell’anno per le vendite regionali di supposte Anusol» o della cena annuale della Ginsters. Il solo fatto che tutti indossano vestiti costosi e hanno zigomi fotogenici non rende la cerimonia interessante.

Il restringimento dello sguardo

foto via Flickr
foto via Flickr

BusinessWeek ha appena reso noti i dati di una ricerca condotta da Flurry Analytics e Comscore, secondo la quale negli Stati Uniti le persone passano più tempo davanti ai tablet e agli smartphone che davanti alla televisione (compresi i suoi giovani eredi: le smart tv). Rispettivamente 177 contro 168 minuti. Certo, il tempo che trascorso davanti al telefono o alla tavoletta non comprende solo la fruizione dei video: con un iPad si possono fruire molti altri contenuti, come la navigazione in internet, i social network e tutto il microcosmo di applicazioni e giochi. Tuttavia la ricerca è indicativa di una tendenza e, con ogni probabilità, nei prossimi anni sarà più diffuso il guardare film su tablet anziché al cinema o in televisione (cosa che in alcune fasce d’età potrebbe già avvenire).

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Andare al cinema da soli, uno psicodramma.

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Andare al cinema da soli è uno stato dell’animo: non piace a tutti, ma è una categoria che vanta molti adepti. Come Sadie Stein, per esempio: in questo modo, non deve condividere nessuna decisione con chi la accompagna; o, peggio, non deve preoccuparsi che l’altra persona si stia effettivamente divertendo. Così è entrata in una sala e ha comprato un biglietto per Gone Girl, prenotando quella che veniva indicata come una poltrona singola, separata dalle altre e posizionata in fondo alla sala. Nel racconto che ha scritto per Paris Review ha però scoperto che

Ma quando sono entrata in sala per la mia proiezione, ho scoperto che in realtà quel posto non era singolo; mentre la mia poltrona era effettivamente isolata dal resto della sala, era però parte di una coppia di poltrone. E c’era un uomo anziano che già occupava l’altra metà di quello che, in fondo, mi sembrava un posto per amanti. Dovrei forse aggiungere che questo teatro è famoso per essere romantico; fin dal suo restauro del 2013, le poltrone sono completamente reclinabili e imbottite, hanno i braccioli completamente estraibili e sono state la destinazione per adolescenti a caccia di partner. Se mi fossi seduta, non solo non avrei avuto privacy; sarei stata relegata in una bizzarra intimità con questo sconosciuto. Mi è venuto un flashback terribile di quando, in seconda media, ero stata invitata ad un bar mitzvah dove non conoscevo nessuno ed eravamo tutti seduti nell’ordine in cui eravamo entrati nella stanza e così mi ritrovai del tutto casualmente vicino a tre ragazzi sconosciuti per quella che mi è sembrata la durata di uno scontro a cavallo nel Medioevo.

Leggi tutto il racconto su Paris Review

Le perfette simmetrie di Wes Anderson

Kogonada, video-artist famoso per le sue ricerche sulle tecniche di ripresa e montaggio di celebri registi, ha realizzato questo mini-documentario sull’utilizzo delle simmetrie nei film di Wes Anderson.

Presentandolo su Open Culture, Jonathan Crow scrive

As you can see from the video above, Anderson loves to compose his shots with perfect symmetry. From his breakout hit Rushmore, to his stop-motion animated movie The Fantastic Mr. Fox, to his most recent movie The Grand Budapest Hotel, Anderson consistently organizes the elements in his frame so that the most important thing is smack in the middle.

Directors are taught in film school to avoid symmetry as it feels stagey. An asymmetrically framed shot has a natural visual dynamism to it. It also makes for a more seamless edit to the next shot, especially if that shot is another asymmetrically framed shot. But if you’ve watched anything by Anderson, you know that seeming stagey has never been one of his concerns. Instead, Anderson has developed his own quirky, immediately identifiable visual style.

Robert Fisk su Argo.

Robert Fisk, l’inviato in Medio Oriente dell’Independent spesso accusato di essere un po’ troppo moralista e partigiano, scrive un bell’articolo sul film Argo. Mette l’accento su un po’ di cose che secondo lui non funzionano nel film (compreso qualche blooper: a quei tempi — scrive — all’aeroporto di Teheran non c’erano i computer). Anche se poi si complimenta per la cosa che emerge di più nella pellicola, e cioè la veridicità della descrizione del clima di quei giorni:

it does – chillingly and with enormous veracity – capture the mood of suspicion and savage vengeance in post-revolutionary Tehran. Suspected members of the former regime were shot down in prison yards, pleading with pathetic smiles and great fear with the men who were about to murder them. Men were executed in the streets of Iran, hanging from cranes – although the original executions were carried out in prison and crane hangings were normally provided for “convicted” drug smugglers.