I bit basteranno e il sapere non svanirà.

Mi ricordo che al liceo (stiamo parlando di tredici-quattordici anni fa) uno dei temi di italiano più ricorrenti riguardava la scomparsa del libro cartaceo. Sembra strano, visto che ancora non era stato prodotto alcun lettore di ebook e la connessione internet era non certo più un privilegio, ma nemmeno così diffusa tra tutti i compagni di classe. Però ricordo bene che, almeno una volta all’anno, la professoressa di italiano (che non smetterò mai di ringraziare, ma è un altro discorso) arrivava con un ritaglio di giornale (solitamente Repubblica, per mantenere fede al luogo comune sull’elettorato dei dipendenti pubblici) in cui qualche cassandra ipotizzava un futuro amebo di carta stampata, dove nessuno avrebbe più letto un libro perché questo, inteso come oggetto, non sarebbe più esistito, soppiantato da una allora non meglio definita lettura digitale.

Noi studenti ci limitavamo a svolgere il compitino, che sottintendeva un’adesione più o meno convinta (ma comunque un’adesione) alla teoria già sottoscritta dalla professoressa che ci consegnava il ritaglio di giornale. Sostanzialmente: che vergogna la scomparsa del libro di carta. Mai che qualcuno provasse ad indagare più a fondo, e a dire che le rivoluzioni della stampa avevano cambiato di molto l’oggetto (che rimaneva pur sempre qualcosa di fisico, è vero) senza mutare il soggetto.

Ma a dire la verità, il discorso a quel punto non verteva più tanto sulla scomparsa del libro, o della parola scritta e quindi della letteratura o del giornalismo in generale. Piuttosto, arrivava sempre un messaggio apocalittico del tipo: ma potremo continuare a fidarci di qualcosa di non palpabile, digitale, inconsistente, come ci siamo fidati per secoli della parola stampata? La discussione si spostava verso una più generale diffidenza nei confronti delle tecnologie. La cosa poteva avere ancora un senso ai tempi del mio liceo, ed era già un senso un po’ stiracchiato. Oggi, che siamo consci dei rischi connessi (ops!) alla tecnologia e li abbiamo accettati, tutto sommato senza fatica, a mio avviso non regge più.

Pensavo a questo quando stamattina leggevo un articolo di Federico Guerrini su La Lettura (non c’è ancora un link). Il contenuto era: come facciamo a fidarci dell’archiviazione della conoscenza in digitale, quando sappiamo tutti che essa porta con sé vari problemi, il più grave dei quali si chiama obsolescenza dei supporti e dei formati digitali? Ecco, mentre lo leggevo mi sono ritornati alla mente quei temi del liceo.
Non che Guerrini nel suo articolo difenda un mondo che non c’è più, come faceva la mia professoressa di italiano. Però mette in guardia dal fidarsi troppo dei data center, dice di tenere in considerazione la quantità di bit prodotti ogni giorno, sottintendendo (o almeno così a me sembra) che prima era meglio — cioè quello che faceva la mia prof. di italiano.

I paradigmi dell’archiviazione sono oggetto di seri dibattiti tra archivisti di tutto il mondo. Ridurli ad uno spauracchio nei confronti delle nuove tecnologie è, probabilmente, la strada più difficile per affrontare tali dibattiti. Certo, ieri Dropbox ha subìto dei gravi problemi di sincronizzazione: qualcuno ha parlato di un attacco hacker, loro si sono difesi dicendo che erano solo delle manutenzioni (a quanto pare non programmate). La mia fetta di mondo, che è una fetta di mondo piccolissima al confronto di quella dei grandi archivi, è andata in crisi e sono volate parole grosse nei confronti del cloud e di come non ci si possa fidare completamente di esso.

E’ una consapevolezza diffusa se — per quello che vale — uno dei miei tweet che, a distanza di tempo, continua ad essere stellinato, retwittato e commentato con una certa regolarità rimane quello dove è citata un’intervista di Kenneth Goldsmith di Ubu a Dazed and Confused, in cui spiegava perché non credeva al cloud:

Però, ormai, questo metodo di archiviazione è parte della nostra vita. E io non credo che là fuori ci sia qualcuno che ha così poco a cuore il futuro di ogni tipo di informazione e conoscenza da sottovalutare il fatto che, dopo un tot di release, un file .doc potrebbe essere difficile da aprire. Del resto, nessuno è stato così stupido da aver delegato la memorizzazione del sapere a dei file .doc. Forse l’ha fatto la mia professoressa di liceo. Ma è tutto il post che dico che faceva parte di un altro mondo.