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Consigli per diventare creativi

Pamela Druckerman è una giornalista americana che vive a Parigi. Ha iniziato scrivendo di economia e finanza e, in breve tempo, è diventata una delle giornaliste di costume e di cultura più celebri degli Stati Uniti. Dal 2013 è opinionista dell’edizione internazionale del New York Times (quella che una volta era l’International Herald Tribune) e i suoi articoli sono apparsi in passato sul Washington Post, sul Wall Street Journal, sul Guardian, sul Financial Times e sull’edizione francese di Vanity Fair. È anche autrice di tre libri, il più famoso dei quali è Il metodo maman. Con poche regole ma chiare le mamme francesi li crescono meglio, un testo che indaga il rapporto che le donne francesi hanno con il loro essere mamme e che è diventato un bestseller tradotto in 20 lingue.

Sull’edizione di domenica scorsa del New York Times Druckerman ha raccontato di una serie di consigli che ha dato ai neo-laureati del Collegio delle Arti di Parigi durante la cerimonia della consegna dei diplomi. Questi discorsi, chiamati «commencement speech», sono un fenomeno molto famoso soprattutto negli Stati Uniti — ricordate il celebre «stay hungry, stay foolish» di Steve Jobs? — e Druckerman stessa ha ammesso di essersi trovata un po’ in difficoltà a parlare davanti ad una platea solo in minima parte composta da studenti americani. Nonostante tutto ha provato a radunare una serie di consigli utili a chi voglia intraprendere, dopo gli studi, una carriera genericamente ‘creativa’:

State in una stanza. Non c’è bisogno che sia una vera stanza. Potete anche stare da soli in un bar affollato. Molte delle migliori idee mi sono venute mentre camminavo, o mentre viaggiavo sulla metropolitana di Parigi (raccomando la linea 8). Ma non mi sono mai venute delle buone idee mentre controllavo la timeline di Twitter o facevo shopping.
E portate sempre con voi una penna, un taccuino e qualcosa da leggere. Gran parte della vita è fatta dai tempi morti che intercorrono tra vari eventi. Non riempite questi momenti con la pornografia o i filmati dei gattini. Riempiteli con qualcosa in grado di nutrire il vostro lavoro e la vostra anima.

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L’artista come imprenditore creativo.

(foto: Javier Jaén per "l'Atlantic)

(foto: Javier Jaén per l’Atlantic)

Il ruolo dell’artista è cambiato nel corso degli anni, adeguandosi di volta in volta a quelli che erano i cambiamenti — più ampi — in atto nella società. Questo è quello che spiega, in un lungo saggio pubblicato sull’Atlantic, il critico letterario William Deresiewicz.
Lo svolgimento prevede la spiegazione di una tripartizione del ruolo dell’artista: artigiano, genio e produttore. L’aspetto artigianale e manifatturiero dell’artista è il punto di partenza:

Prima di pensare agli artisti come a dei geni, li abbiamo considerati degli artigiani. I due termini, non a caso, sono virtualmente identici. La stessa parola «arte» ha le sue radici nei significati di «unire» e «assemblare» — cioè, «fare» o «creare», in un senso che sopravvive ancora in espressioni come «l’arte di cucinare» e in termini come «ingegnoso» [«artful», nell’articolo originale – ndt], nel senso di «abile» nei lavori manuali [«crafty», nell’articolo originale – ndt]. Possiamo pensare a Bach come a un genio, anche se lui si riteneva più un artigiano, un creatore. Shakespeare non era un artista, bensì un poeta, una denotazione che ha radici in un’altra parola che sta per «fare». Era anche un «drammaturgo», un termine su cui val la pensa soffermarsi. Un drammaturgo non è qualcuno che scrive soggetti; è qualcuno che li fabbrica, come un fabbricatore di ruote o un carpentiere navale.

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