Archivio tag: design

I cent’anni della bottiglia della Coca Cola

design bottiglia coca cola

L’iconica bottiglia in vetro della Coca Cola, uno degli oggetti di design più conosciuti al mondo, compie 100 anni. Il primo progetto risale infatti al 1915, quando ad Harold Hirsch, uno degli avvocati della compagnia di Atlanta, venne l’idea di creare una competizione per trovare la bottiglia perfetta. Come racconta Jonathan Glancey in un articolo pubblicato sul portale culturale del sito della BBC, alla gara parteciparono otto aziende specializzate nel packaging — ovvero quella branchia del design che si occupa della progettazione del contenitore di un prodotto. A queste aziende era stata data un’unica consegna: quella di presentarsi con «una bottiglia in grado di essere individuata anche al buio, e con una forma tale che chiunque potesse riconoscerla anche se rotta».
La competizione fu vinta dalla Root Glass Company, un’azienda dell’Indiana, il cui progettista, Earl R Dean, era stato ispirato dalla forma di un chicco di cacao. L’idea di Dean si scontrò però con dei problemi tecnici: la sua bottiglia era infatti troppo bombata per adattarsi alle macchine imbottigliatrici. Tuttavia quella forma fu alla base della bottiglia che tutti noi oggi conosciamo: una versione snellita di quella progettata da Dean e che entrò ufficialmente in produzione a partire dal 1916.

Come scrive Glancey nel suo articolo, nel corso degli anni la bottiglia è rimasta pressoché la stessa e pochi sono stati gli interventi di restyling. Il più significativo dei quali avvenne nel 1957: il designer statunitense Raymond Loewy e uno dei suoi collaboratori John Ebstein sostituirono il classico logo ‘intagliato’ nella bottiglia e ne applicarono uno bianco a mo’ di stencil. Nessuno però si sognò mai di modificare il logo stesso, che è rimasto quello classico progettato nel 1886 da Frank Mason Robinson (cui si deve anche il nome Coca Cola), modellato sul corsivo Spencerian, una forma di scrittura standardizzata molto utilizzata nella corrispondenza aziendale negli Stati Uniti e ideata da Platt Rogers Spencer nel 1840.

L’impatto avuto dalla bottiglia della Coca Cola nel mondo dell’arte è stato, secondo Glancey, «uno dei primi esempi di design di massa e pensato per la gente, nonché uno dei migliori nel suo genere». E ricorda di quando, nel 1950, la Coca Cola fu il primo prodotto commerciale ad apparire sulla copertina della rivista Time. Il suo stesso creatore Raymond Loewy, che pure aveva progettato treni aerodinamici, automobili glamour e interni delle navicelle spaziali, nutriva una grande considerazione per quel logo.

Molti gli artisti che hanno tributato nel corso degli anni questo classico, inserendolo nelle loro opere. Tra gli esempi più celebri c’è Andy Warhol, che spesso rese la bottiglia protagonista delle sue opere e una volta la rappresentò per 210 volte in una sua serigrafia. Warhol scrisse anche nel suo libro La filosofia di Andy Warhol da A a B e viceversa:

Quel che c’è di veramente grande in questo paese è che l’America ha dato il via al costume per cui il consumatore più ricco compra essenzialmente le stesse cose del più povero. Mentre guardi alla televisione la pubblicità della Coca Cola, sai che anche il Presidente beve Coca Cola, Liz Taylor beve Coca Cola, e anche tu puoi berla. Una Coca Cola è sempre una Coca Cola e non c’è quantità di denaro che possa farti comprare una Coca Cola più buona di quella che l’ultimo dei poveracci si sta bevendo sul marciapiede sotto casa tua. Tutte le Coca Cola sono sempre uguali e tutte le Coca Cola sono buone. Lo sa Liz Taylor, lo sa il Presidente degli Stati Uniti, lo sa il barbone e lo sai anche tu.

Una bottiglia di Coca Cola la si trova poi dipinta nel quadro Poetry of America di Salvador Dali (è ‘appesa’ al petto di uno dei due soggetti raffigurati), mentre l’artista americano Robert Rauschenberg ne utilizza addirittura tre nella sua opera Coca Cola Plan del 1958. C’è poi un altro esempio di marchio famoso, scrive Glancey, che ha avuto sugli americani lo stesso fascino della Coca Cola e il cui logo deriva da quello stesso Spencerian già alla base del logo della bibita: si tratta del logo della Ford. Un altro mito americano.

Il rigore di pallini e quadratini (una storia di musica e Bauhaus)

foto copyright Nitzan Hermon

Come è noto, ai nazisti non piaceva il movimento artistico Bauhaus — una scuola che metteva insieme arte, design e architettura operante in Germania tra il 1919 e il 1933 prima a Weimar, poi a Dessau e Berlino. Esperienza artistica fondamentale e alla quale guardarono gli interpreti del razionalismo e del funzionalismo, quando nel 1933 i nazisti ne decisero la chiusura molti dei suoi esponenti cercarono fortuna in altre nazioni. Josef Albers, che della scuola fu uno dei maggior esponenti nel campo delle arti visive, emigrò in America e insegnò per qualche anno al Black Mountain College — dove fu a capo del dipartimento d’arte — e anche alla prestigiosa università di Yale, dove fu a capo del dipartimento di design fino al 1958, quando smise di insegnare per dedicarsi interamente alla pittura.

Uno dei quadri della serie ‘Omaggio al quadrato’

Tra le sue opere più celebri c’è il ciclo Omaggio al quadrato, tra tutte forse quella che più rappresenta la sua ricerca condotta sulle forme geometriche e sugli effetti che queste — sovrapposte, posizionate di fianco — avevano sulla percezione. A proposito di Omaggio al quadrato, scriveva su Alfabeta2 Carlo Antonio Borghi:

Rigore artistico quasi ascetico nel colore dei Quadrati. Rigore ed essenzialità spartana, tanto francescana quanto tibetana. Ogni suo Quadrato potrebbe fungere da pianta quadrata per un giardino zen, dove tutto si può vedere anche se nulla c’è. Nulla si perde e tutto si trasfigura, anche il suo amato Giotto riquadrato nella Cappella degli Scrovegni. La sua materia preferita era il vetro per consistenza e trasparenza. I suoi quadrati sono vetrofanieottenute per stesure di colore sulla tela. Ognuno è una superficie mentale ed astrale, dove rigore e bellezza combaciano.

Continua a leggere

La finta-vera serialità di Maurizio Cattelan

La prima volta che mi sono scontrato con l’opera di Maurizio Cattelan è stata in occasione dei famosi bambini impiccati agli alberi di piazza XXIV Maggio a Milano. Ne scrissi nel mio primissimo blog, ospitato su una piattaforma che non esiste più quindi niente link. Non l’avrei comunque messo, il link, visto che si trattava di una stroncatura di quelle di cui ci si vergogna anche a distanza di 13-14 anni: una roba del tipo «penserete mica che sia questa l’arte» ecc ecc, scritta senza la minima criticità e con il piglio polemico di un ottantenne — detto con tutto il rispetto che si deve agli ottantenni.

Continua a leggere

La mappa della segregazione razziale negli Stati Uniti.

la mappa di Detroit (immagine di Dustin Cable)

la mappa di Detroit (immagine di Dustin Cable)

Nel 2012 si è verificato il minor grado di segregazione razziale negli Stati Uniti dal 1910 — il che non vuol dire, ovviamente, che sia sparita la segregazione razziale.

Una mappa esaustiva, la prima nel suo genere a comprendere sia il dato della distribuzione etnica sia la rappresentazione di ogni singolo cittadino, è stata sviluppata da Dustin Cable all’Università della Virginia. 308.745.538 di puntini (uno per ogni cittadino), per un totale di dati visuali dal peso di 7GB.

I puntini blu rappresentano le persone bianche, quelli verdi gli afro-americani, in rosso gli asiatici, in arancione i latino americani e in marrone tutte le altre etnie prese in considerazione dall’ufficio del censimento americano.

(via Wired.com)

Fate parlare le sedie, non i gadget

Hugo Macdonald, responsabile della sezione design di Monocle, scrive della sbronza di materiale accumulato durante l’ultimo Salone del Mobile di Milano. Materiale che, nelle intenzioni degli autori, avrebbe dovuto spiegare il senso delle loro opere ma che, per la stra-grande maggioranza dei casi, non aggiungeva niente al già detto. In più — secondo Macdonald — il vero problema è che il “già detto” è un “mai detto”. Insomma:

Does a table really need a book and a short film to explain why it’s good design? The notion of good design is that it should speak for itself.

Preservare la dignità, soprattutto.

(Articolo scritto per Enquire.it)

La centrale elettrica di Battersea, a Londra, è certamente un’icona. Ritratta in moltissime fotografie e in altrettanti film, forse il suo scatto più celebre è quello sulla copertina del disco “Animals” dei Pink Floyd. Era il 1977 e la centrale era ancora perfettamente funzionante: non sarebbe stata più attiva una manciata di anni dopo, nel 1983, esattamente dopo 44 anni di attività (era stata costruita nel 1939 su progetto dell’architetto Giles Gilbert Scott). Da quando ha smesso di funzionare è diventata uno spazio vuoto, inutilizzato: urban wasteland, come dicono oltremanica.

La Battersea non è solo un’icona tra gli appassionati di musica, come abbiamo visto, o nel mondo del cinema. O di Londra stessa. È famosa anche per i suoi pregiati interni in stile Art Déco. Dallo scorso febbraio è in vendita: è verosimile che ci vorranno molti soldi per comprarla, ma è altrettanto verosimile che chi si accollerà una spesa del genere poi ne ricaverà quello che vorrà. Tipo un parco giochi. O un centro commerciale. In verità c’era già stato un tentativo, da parte di John Broome, di trasformarla in un parco a tema;  soltanto che poi i fondi a disposizione sono finiti, il tetto nel frattempo era stato smantellato e la struttura in questo modo indebolita. La classica toppa peggiore del buco. Allo stato attuale, dopo la messa in vendita, l’unico progetto concreto è stata l’approvazione da parte del Consiglio di Wandsworth di un progetto del valore di 6,5 miliardi di euro per il solito sviluppo di uffici, alberghi, negozi e attività commerciali di vario genere intorno all’area.

Sì è dunque aperto, in Inghilterra, lo spazio per un dibattito sull’architettura dismessa e le sua funzione nel nostro presente. E cioè: giusto preservare un edificio del genere nella sua integrità (ovviamente per quanto possibile), oppure è meglio destinarlo ad altri utilizzi, più o meno snaturando l’impianto originale? A Vienna, per esempio, le quattro cisterne del vecchio Gasometro sono state date in restauro ciascuna ad una famosa archistar (Jean Nouvel, Manfred Wehdorn, Wilhelm Holzbauer e la cooperativa di architetti Coop Himmelb(l)au), e all’interno sono stati ricavati una grande sala per concerti e un centro commerciale suddiviso, appunto, in quattro diverse aree collegate tra loro da corridoi sospesi. Il risultato, in verità, è decisamente scarso. Se vi recate a Vienna convinti di visitare una buona rivalutazione di un’area industriale dalla grande importanza storica e iconografica, vi renderete invece conto che del vecchio Gasometer rimane solo la struttura lontanamente riconoscibile (alcuni interventi architettonici sono stati svolti ex novo anche all’esterno delle cisterne) e gli enormi manometri, tenuti lì un po’ per soluzione estetica esotico-vintage e un po’ per il pudore di non sottrarre completamente il passato. A onor del vero, è stata riqualificata meglio l’area intorno alle quattro cisterne, le quali però rimangono il simbolo indiscusso di tutto quell’impianto industriale. Applicare questa soluzione anche alla Battersea Power Station, probabilmente, non sarebbe il modo migliore per rendere giustizia ad un luogo storico. Non per via del centro commerciale, sia chiaro. Piuttosto per come l’operazione è stata condotta.

Un ottimo suggerimento arriva da Louise Banbury che, dalle colonne di Monocle, s’interroga su quale tra le soluzioni possa essere la migliore, e conclude strizzando l’occhio a quella suggerita dall’architetto Terry Farrell. Si tratterebbe di effettuare il restauro delle ciminiere pericolanti, in modo che esse non rappresentino un pericolo, e delle stanze di controllo in stile Art Déco, per preservare il patrimonio artistico. Dopo di ché, si crei un parco urbano che non snaturi la struttura della vecchia centrale (qui trovate alcuni render del progetto). Come se fosse un parco del ricordo, con la Battersea come unico elemento protagonista dell’area. Questo perché, dice Banbury, a volte è bene che di una struttura architettnonica siano preservati il design, il patrimonio storico-culturale che si porta appresso e, soprattutto, la dignità.

Eccola la soluzione migliore: preservare la dignità. Essa, infatti, non va in disuso con la dismissione dell’attività industriale, ma rappresenta invece il perno per far rinascere l’elemento architettonico e conferirgli il giusto valore.

Quindici anni di Wallpaper*

«Designinteriorsfashionartlifestyle». Così, tuttattaccato, sta scritto nel sottotitolo richiamato dall’asterisco nel nome della testata. Al momento del debutto, però, la dicitura era differente: «All the stuff that surrounds you» — «tutto ciò che vi circonda». E cioè: è il lettore il destinatario del messaggio, colui che necessita di essere guidato attraverso ciò che conta. “Catechizzato”, direbbero i maligni (e ce ne sono molti anche nella stampa italiana).
Basterebbe questo per capire di che pasta sono fatti i 15 anni che Wallpaper* festeggia con il numero di settembre, il 150esimo. Continua a leggere