Analogico vs digitale

Emmanuel Tsekleves si chiede perché il mondo analogico, nonostante tutto, continua a giocare un ruolo importante nelle nostre vite sempre più digitali:

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foto via Flickr

Se guardiamo indietro alla nostra infanzia, è stato attraverso il tatto che abbiamo avuto le nostre prime percezioni e ci siamo fatti un’idea del mondo intorno a noi. La fisicità, la natura materiale degli oggetti, il loro colore, la loro consistenza, la loro forma, la loro grandezza, il loro peso e il loro odore coinvolgono i nostri sensi. Per questo in molti continuano a preferire i libri di carta agli e-book: per via della sensazione di calore della carta, opposta alla freddezza della plastica e del metallo. Il fresco profumo di un libro nuovo, o il pungente aroma di un volume antico: qualcosa che è completamente assente nell’equivalente digitale. Il fruscio di scorrere le pagine paragonato al cliccare su un e-reader. In tutto e per tutto un’esperienza multisensoriale.

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Ok, ora fateci vedere se siete capaci anche in tv.

do you remember the good ol' days?
do you remember the good ol’ days?

Dire che MTV non si occupa più di musica ma di ben altro è ormai considerata una sciocchezza. Il che però non vuol dire che non sia vero. Affatto. Vuol solo dire che è talmente tanto tempo che MTV non si occupa di musica che continuare a rimarcarlo ogni due per tre risulta banale.

Pensavo questo mentre mi rendevo conto che questo fine settimana, a Torino, si svolgono i Digital Days organizzati da MTV Italia. Io non so come siano gli altri canali di MTV in giro per il mondo, dal momento che non guardo più nemmeno quello italiano, ma non mi è difficile immaginare che la situazione sia la stessa: trasposizione della rubrica del cuore di Cioè, solo condita con più volgarità da trivio, sul canale tradizionale, e un po’ di musica qua e là sugli altri canali del digitale terrestre o del satellite. Magari, ecco, in UK va meglio: qui da noi il canale di classici visibile sul satellite ha ereditato la videoteca di Videomusic (e poteva comunque andarci peggio), là magari hanno ereditato qualcosa di meglio — anche se Fade to Grey dei Visage, a mio modesto parere summa della pop culture degli ultimi trent’anni, ogni tanto passa anche da queste parti.

Ma sto perdendo il filo, come sempre.

Dunque, i digital days. Quelli della mia età si ricorderanno gli MTV Days, kermesse musicale che veniva organizzata da MTV Italia una decina di anni fa o forse più, che è resistita — a stento: le ultime edizioni lasciavano un po’ a desiderare — fino a qualche anno fa. Agli inizi la organizzavano all’Arena Parco Nord di Bologna (quel posto che da qualche tempo è stato intitolato a Joe Strummer) e aveva l’aria di un discreto festival musicale gratuito, con programmazione perfettamente allineata sui gusti italiani dell’epoca (i Timoria in piena caduta libera, per esempio) ma con una sua logica (e dignità) di fondo. Poi, per carità, i tempi cambiano. D’altronde MTV è ormai un marchio, un brand, e credo che il pubblico medio di MTV, identificabile non solo nello spettatore degli adattamenti italiani di telefilm di pessimo gusto (i telefilm, non gli adattamenti) ma anche in quello di prodotti nostrani, almeno nei protagonisti, come Spit, lo spettatore medio di MTV — dicevamo — nemmeno conosce più il significato dell’acronimo. La parola ‘music’ credo la si sia voluta nascondere gradualmente fino alla totale scomparsa. Non lo contesto: d’altronde nel marketing lui è il genio e io il coglione — per dirla alla Montanelli.

Però a me la cosa dei digital days continua a non convincere. Che poi, spacciato per un incontro geek (il prossimo target di MTV Italia?), altro non è se non un mini-festivalino con soprattutto musica elettronica, studiato con una formula un po’ da meeting di Cernobbio e con panel (concediamogli almeno l’onore di chiamarli così) del tipo “Quando i videogiochi incontrano la musica”, oppure con temi più seriosi, che indagano il futuro della discografia davanti ad un pubblico che, presumibilmente seppur incolpevolmente, la discografia l’ha uccisa, complice chi poteva ancora fare qualcosa e ora organizza i panel in cui parlano i presidenti dei discografici.

Mi sembra, infine, che svuotato definitivamente il network di quello che è sempre stato il suo core business (ma diranno: è un core business che non tira più, e non si chiederanno il perché), ora provino a cavalcare l’onda del digitale. Fanno bene. Sono temi importantissimi, da affrontare il più seriamente possibile. E’ il futuro, d’altronde. Solo, ecco, continua a sfuggirmi il perché in prime time c’è una studentessa ubriaca che vuole scoparsi il suo compagno di stanza, e durante il weekend il seriosissimo incontro con il presidente della FIMI. Come se dietro queste due cose ci fossero due entità agli opposti. Cioè, non è che mi sfugga completamente il motivo: si chiamano inserzionisti pubblicitari, siamo pur sempre gente di mondo anche noi. Però, ecco, dopo la tizia ubriaca, per guadagnare in credibilità e non far pensare alla gente che abbandonerete la moda del digitale quando saranno rimasti nel cortile della reggia di Venaria solo due nerd con gli occhiali più grossi del viso, perché dopo la tizia ubriaca non pensiamo a qualcosa di meglio? Magari al panel sul futuro della musica digitale. No, non quello sponsorizzato dal noto servizio di streaming digitale del quale ci riempite la timeline di Twitter con segnalazioni. Facciamo magari una cosa un po’ più seria.