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Un’idea di scuola.

Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera fornisce qualche idea su ciò che la scuola — «la buona scuola», parafrasando gli slogan del governo — dovrebbe essere. Non sono idee nel dettaglio. Piuttosto, è una sola idea, un’indicazione generale di orientamento.
Al netto di qualche solito lamento sui giovani iper-connessi e iper-televisivi, lamento che non può essere ovviamente inclusivo ma nel quale il professore ed editorialista non è la prima volta che cade, quella di Galli della Loggia è tutto sommato una buona idea per la scuola, più che un’idea per la buona scuola:

La buona scuola non sono le lavagne interattive e non è neppure l’introduzione del coding, la formazione dei programmi telematici; non sono le attrezzature, e al limite – esagero – neppure gli insegnanti. La buona scuola è innanzi tutto un’idea. Un’idea forte di partenza circa ciò a cui la scuola deve servire: cioè del tipo di cittadino – e vorrei dire di più, di persona – che si vuole formare, e dunque del Paese che si vuole così contribuire a costruire.
In questo senso, lungi dal poter essere affidata a un manipolo sia pur eccellente di specialisti di qualche disciplina o di burocrati, ogni decisione non di routine in merito alla scuola è la decisione più politica che ci sia. È il cuore della politica. Né è il caso di avere paura delle parole: fatta salva l’inviolabilità delle coscienze negli ambiti in cui è materia di coscienza, la collettività ha ben il diritto di rivendicare per il tramite della politica una funzione educativa.
La scuola – è giunto il momento di ribadirlo – o è un progetto politico nel senso più alto del termine, o non è. Solo a questa condizione essa è ciò che deve essere: non solo un luogo in cui si apprendono nozioni, bensì dove intorno ad alcuni orientamenti culturali di base si formano dei caratteri, delle personalità; dove si costruisce un atteggiamento complessivo nei confronti del mondo, che attraverso il prisma di una miriade di soggettività costituirà poi il volto futuro della società.

L’album di famiglia di Rossana Rossanda

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Oggi sulla prima pagina del Corriere della Sera lo storico e politologo Ernesto Galli della Loggia ha scritto un articolo, intitolato Assassini e il coraggio di dirlo, che sta facendo molto discutere. In buona sostanza Galli della Loggia spiega che il mondo islamico non deve fare una ritrattazione o dissociarsi dai terribili fatti commessi negli ultimi giorni a Parigi dietro richiesta del mondo occidentale; piuttosto, ha bisogno di uno «scandalo» al suo interno, ovvero

di qualcuno nelle sue file che abbia la lucidità intellettuale e il coraggio di dire che se nel mondo si aggirano degli assassini – non uno, non dieci, ma migliaia e migliaia di assassini feroci – i quali sgozzano, violentano donne, brutalizzano bambini, predicano la guerra santa, e fanno questo sempre invocando Allah e il suo Profeta, sempre annunciando di compiere le loro gesta in nome e per la maggior gloria dell’Islam, ebbene se ciò accade non può essere una pura casualità. Non può essere attribuito a una sorta di follia collettiva. Il mondo non è pazzo: qualche ragione deve esserci. Deve esserci qualche legame – distorto, frainteso grossolanamente, erroneamente interpretato quanto si vuole – ma un legame effettivo con qualcosa che riguarda l’Islam reale.

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Accontentarsi di galleggiare.

L’editoriale da leggere oggi è quello del Professor Galli Della Loggia sul Corriere Della Sera [16.09.2012, p.1]:

Sembra di capire che per accrescere l’attrazione elettorale dell’Udc, egli la vorrebbe trasformare in una formazione di rassemblement, in un partito di raccolta per un’intera area. Ma è dubbio che per questo obiettivo basti l’immissione di logori e scoloriti professionisti della politica come Fini o Bonanni, ovvero di personaggi come Passera e Marcegaglia, privi di qualunque vera immagine pubblica che non sia quella di sedicenti «tecnici», mentre in realtà si tratta di titolari di cospicui redditi d’impresa che li destina più che altro ad essere soggetti di un rilevante conflitto d’interessi. Anche qui, insomma, il problema dell’Udc e del suo segretario appare la sproporzione tra le ambizioni nutrite e la effettiva capacità di rischiare in proprio per realizzarle. Affermare di voler costruire qualcosa che vada oltre, molto oltre, il piccolo partito attuale, ma poi non saper rinunciare al comodo riparo del cespuglietto cattolico-minidiccì con annesse «personalità » da due di briscola. Sognare di diventare domani se non proprio una portaerei almeno un incrociatore pesante, continuando però ad essere oggi la zattera galleggiante che si accontenta di galleggiare.