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Whiplash, un roundup.

Il film premio Oscar Whiplash (non che si voglia parlare ancora di Oscar, ma vabbé) secondo Ivan Hewett del Daily Telegraph presenta delle similitudini con il mondo del porno:

Whiplash (come suggerisce il titolo, «frustata» in italiano) è un tipico esempio di pornificazione della cultura, cioè dell’idea che puntare all’estremo e cercare sempre il massimo effetto shock siano gli unici modi per ottenere un prodotto artistico. Come nel porno, tutto dev’essere a favore di camera, e questo lo si ottiene mostrando una scena shockante nel più breve arco di tempo possibile. Tutto deve avvenire alla massima velocità, e così vediamo Flecther attaccare ripetutamente l’impegno dello studente di batteria dopo averlo ascoltato per circa due secondi. Il che non è semplicemente plausibile. Occorre tempo per capire se un batterista è «dentro il groove», ma il regista Chazelle vuole solo condurci velocemente al momento orgasmico in cui il batterista viene umiliato.

Si è letto da più parti che Whiplash potrebbe avere tra i suoi pregi quello di facilitare il ritorno della musica jazz presso un pubblico giovane (o non) che nel tempo ha dimostrato disaffezione nei confronti di questa musica. Il tentativo è lodevole — dato anche il noto conservatorismo del genere musicale, almeno nella sua parte più mainstream — , seppur qualcuno ha già messo in guarda dal rischio che la pellicola possa rendere il jazz un genere hipster. Il fatto è che l’immagine che Whiplash dà del jazz non corrisponde molto alla realtà. Scrive ancora Hewett:

Il jazz che si sente nel film, suonato da quello che si suppone essere il jazz ensamble del miglior college musicale degli Stati Uniti, è straordinariamente smorto. E tutto il college sembra avere sede in un bunker sotterraneo. Non ci sono finestre, e il professore sadico sembra governare l’intera scuola con una bacchetta di ferro. Nessuno ride, nessuno scherza. Mentre chiunque abbia anche la più piccola conoscenza del mondo del jazz sa che il divertimento e il gioco sono alle sue radici.

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Andare al cinema da soli, uno psicodramma.

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Andare al cinema da soli è uno stato dell’animo: non piace a tutti, ma è una categoria che vanta molti adepti. Come Sadie Stein, per esempio: in questo modo, non deve condividere nessuna decisione con chi la accompagna; o, peggio, non deve preoccuparsi che l’altra persona si stia effettivamente divertendo. Così è entrata in una sala e ha comprato un biglietto per Gone Girl, prenotando quella che veniva indicata come una poltrona singola, separata dalle altre e posizionata in fondo alla sala. Nel racconto che ha scritto per Paris Review ha però scoperto che

Ma quando sono entrata in sala per la mia proiezione, ho scoperto che in realtà quel posto non era singolo; mentre la mia poltrona era effettivamente isolata dal resto della sala, era però parte di una coppia di poltrone. E c’era un uomo anziano che già occupava l’altra metà di quello che, in fondo, mi sembrava un posto per amanti. Dovrei forse aggiungere che questo teatro è famoso per essere romantico; fin dal suo restauro del 2013, le poltrone sono completamente reclinabili e imbottite, hanno i braccioli completamente estraibili e sono state la destinazione per adolescenti a caccia di partner. Se mi fossi seduta, non solo non avrei avuto privacy; sarei stata relegata in una bizzarra intimità con questo sconosciuto. Mi è venuto un flashback terribile di quando, in seconda media, ero stata invitata ad un bar mitzvah dove non conoscevo nessuno ed eravamo tutti seduti nell’ordine in cui eravamo entrati nella stanza e così mi ritrovai del tutto casualmente vicino a tre ragazzi sconosciuti per quella che mi è sembrata la durata di uno scontro a cavallo nel Medioevo.

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