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Siamo tutti artisti (?)

Jonathan Jones, per il quale da queste parti si ha una passione molto ben documentata, torna sull’argomento della democratizzazione della fotografia. Ovvero, come scrive nella sua column sul Guardian, su come qualunque essere umano dotato di smartphone si consideri un fotografo:

Superb widely available cameras, often on our phones, have turned us all into “artists”. But the art we make, coo over and share on Instagram is often unbelievably corny, sentimental, vacuous nonsense. The more easily created and universally visible photography becomes, it seems the more flesh-crawlingly stupid its aesthetic values. We are turning into a world of bad artists, cosily congratulating one another on every new slice of sheer kitsch.

Filtrare le fotografie

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Quattro ricercatori (tre di Yahoo Lab e uno del Georgia Institute for Technology) hanno condotto uno studio per determinare quanto l’applicazione di filtri sulle fotografie faccia aumentare la visibilità delle stesse e l’engagement dell’account che le pubblica.

Lo studio è stato effettuato in due fasi. Una prima, ‘qualitativa’, dove i ricercatori hanno intervistato quindici utenti dell’applicazione mobile di Flickr per capire in che modo usassero i filtri e quale impressione avessero di essi. Una seconda, ‘quantitativa’, dove sono state analizzate 7,6 milioni di fotografie caricate su Flickr dall’applicazione per smartphone (la metà circa delle quali era stata cross-postata anche su Instagram), oltre ai dati che indicavano la frequenza di visualizzazione di queste foto e il numero di commenti ottenuti, in modo tale da comprendere meglio quale fosse l’effetto dei filtri sull’engagement.

Come spiega Jesse Singal sul blog del New York Magazine Science of Us, i dati ottenuti dalle interviste non sono granché sorprendenti — chi faceva riferimento all’uso di effetti vintage per evidenziare l’aspetto antico di un bar la cui ambientazione era ispirata agli anni Venti, chi invece citava filtri che mettevano in evidenza un soggetto in una serie di foto. Molto più interessanti invece i numeri ricavati dall’analisi dei big data:

Complessivamente, nell’influenza dei follower di un utente e della popolarità di una foto, «le foto cui vengono applicati filtri hanno il 21% di probabilità in più di essere viste e il 45% di essere commentate» rispetto a quelle senza filtro. Per determinare il tipo di filtro che ha maggiormente effetto, gli autori della ricerca ne hanno esaminati cinque: aumento della temperatura di una foto, aumento della saturazione dei colori, del contrasto, dell’esposizione e l’aggiunta di un filtro che dia la sensazione di ‘vecchio’. I filtri più caldi hanno una correlazione più ampia con il numero dei commenti, mentre gli effetti che influiscono sull’esposizione sono più legati al numero di visualizzazioni. Ci sono anche due correlazioni negative: aumentare la saturazione è correlata ad un numero minore di visualizzazioni, e gli effetti ‘invecchianti’ portano a meno commenti». In generale, si legge nella ricerca, «temperature più calde, contrasti più alti, e un’esposizione più lunga portano all’aumento della possibilità di ricevere sia più visualizzazioni che commenti».

Per quanto la ricerca offra spunti interessanti, scrive Singal che è impossibile trarre da essa un andamento coerente: «Si tratta infatti di un’analisi effettuata su dati raccolti da milioni di fotografie, molte delle quali già in partenza con poche visualizzazioni e commenti. E del resto ci sono moltissime foto con tante visualizzazioni e tanti commenti anche tra quelle cui non è stato applicato alcun filtro».

Fotografie tutte uguali

Jonathan Jones, il mirabolante critico d’arte del Guardian, ha più volte dimostrato di avere un rapporto strano con la fotografia. In una delle sue ultime columns se la prende con la generazione Instagram, partendo dall’assurdo caso del quasi plagio che ha coinvolto due passeggeri della stessa nave da crociera: scattarono entrambi un iceberg, ma quando uno vide quella che pensava essere la sua fotografia pubblicata accusò l’altro — che se la vide pubblicata in quanto vincitore di un concorso — di plagio. Si scoprì solo dopo che erano due foto diverse, prese da un’angolazione praticamente identica.

Scrive Jones:

La fotografia può facilmente degenerare in pseudo-arte, con milioni di persone che scattano fotografie allo stesso soggetto e tutte pensano che i loro scatti siano speciali. Questa sorta di delusione nell’arte fotografica amatoriale la si trova un po’ ovunque al giorno d’oggi — su Instagram come per le strade o in montagna, dove c’è sempre qualcuno che prende gli scatti delle sue vacanze troppo sul serio.
Questa strana storia di plagi mostra l’illusione sulla quale si basa il culto di massa della fotocamera. Entrambi questi fotografi amatoriali erano convinti che la loro creatività fosse speciale. La verità è che parole come creatività, individualità, talento e originalità non si applicano facilmente in un mondo dove chiunque scatta fotografie.
La storia dei quasi plagi mostra la vera natura dell’originalità nella fotografia. La morale è: se proprio volete scattare delle grandiose foto, non andate in crociera. Andate piuttosto in zone di guerra, o nell’appartamento dei vostri genitori.
La fotografia ha un senso quando trova soggetti davvero originali. È la registrazione del mondo, dunque la vera arte della fotocamera sta nello scoprire qualcosa di nuovo, di personale, di rivelatorio.

Sveglia New York!

@vanessa.knight 7 Ave South & Morton #getupny

Una foto pubblicata da Get Up NY (@getupny) in data:

Se vi trovate a New York e vi capita di postare una foto su Instagram, provate ad aggiungere l’hashtag #getupny. Potreste finire all’interno di questo progetto dal sapore meta-fotografico, dove i vostri scatti digitali vengono trasformati in una stampa fisica e appesi per le strade della metropoli.

La fotografia è arte?

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Jonathan Jones, il supercritico d’arte del Guardian, va giù abbastanza pesante sul rapporto tra arte e fotografia, mettendo subito le cose in chiaro:

Photography is not an art. It is a technology. We have no excuse to ignore this obvious fact in the age of digital cameras, when the most beguiling high-definition images and effects are available to millions. My iPad can take panoramic views that are gorgeous to look at. Does that make me an artist? No, it just makes my tablet one hell of a device.

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Taryn Simon – The Picture Collection.

Alla New York Public Library esiste una sezione chiamata The Picture Collection. Al suo interno è raccolto il lavoro di quasi cent’anni (è stata aperta nel 1915) di selezione, ritaglio e catalogazione di immagini da riviste, libri e pubblicazioni in generale. L’elenco delle aree tematiche nelle quali sono suddivise le fotografie è impressionante: qualcosa come 12 mila differenti aree, dalla A di “Abacus” alla Z di “Zoology”. Una piccola selezione dalla collezione, piccola per modo di dire visto che si tratta di 38 mila differenti immagini (ma il numero è destinato ad aumentare, trattandosi di un work in progress), è disponibile anche on-line, mentre la consultazione tradizionale avviene in loco, è ovviamente riservata ai soli iscritti alla biblioteca, e permette la visione di fino a 60 documenti per utente.

Tutto questo per dire che The Picture Collection è anche uno degli ultimi progetti della fotografa statunitense Taryn Simon. Presentato in anteprima sulle pagine di Wallpaper* (Simon è infatti uno dei tre guest-editor del numero di ottobre), esso raccoglie le fotografie di alcune di queste immagini, divise per argomento, e scelte personalmente dalla stessa Simon. La quale spiega, sulle pagine della rivista, di ritenere l’archivio immagini della New York Public Library come l’antesignano del moderno Google Images, con però il lavoro dell’uomo (e non dell’algoritmo) dietro di esso. Sono stati infatti numerosi  i bibliotecari e curatori che nel corso degli anni si sono preoccupati non solo di implementare l’archivio, ma anche di fornire una catalogazione e una contestualizzazione alle immagini che lo rendono unico e tutt’ora visitato da studenti, grafici, artisti e personaggi del mondo della moda, del design e della pubblicità.

Purtroppo, al momento, non si trova in rete nessuna delle fotografie scattate da Taryn Simon, ad eccezione di questa che ho messo in cima al post. Sono invece raccolte in un inserto su carta lussuosa proprio in mezzo al numero di ottobre di Wallpaper*. Che, solo per queste foto, vale il prezzo di copertina.