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Ci sono due feste al sabato sera

complicazioni

Sulla Lettura del Corriere della Sera Francesco Piccolo ha scritto un bell’articolo sulle difficoltà e le complessità dei tempi moderni. Complessità in senso lato, forse; ma la vita è solitamente una questione molto piana e molto lineare con alcuni imprevisti – piccoli, grandi, dolorosi – che rappresentano l’eccezione, non la regola.

Le complessità cui fa riferimento Piccolo nel suo articolo sono quelle di tutti i giorni, e si manifestano nel momento in cui dobbiamo compiere una scelta. Per far capire il tenore delle complessità, Piccolo usa (anche) la metafora del caffè. Quando pensiamo di aver voglia di un caffè molti di noi iniziano a porsi – e a rispondere – ad una serie terribile ed infinita di domande:

–  Lo voglio normale, o macchiato?
–  Se macchiato, caldo o freddo? Latte normale o latte di soya? E poi: quanto macchiato?
– Se invece scelgo per il normale, lo voglio ristretto? O lungo? O normale, “normale”?

E questo solo se ci limitiamo al caffè; prendere un cappuccino, con le sue mille varianti (chiaro, scuro, con o senza cacao/cannella e via di seguito) rappresenta un livello di difficoltà persino superiore, come in certi videogiochi. E la faccenda si riverbera su moltissime altre cose, scrive Piccolo: quale abbonamento televisivo fare, quale servizio di car sharing usare, quali vestiti in offerta comprare.

Può sembrare una questione di lana caprina, quella posta da Piccolo. Ma non lo è affatto: laddove la scelta del caffè ormai è stata talmente tanto metabolizzata da non rappresentare più un percorso ad ostacoli (o a rappresentarlo talmente facile da realizzare che il nostro cervello lo affronta in maniera inconscia), ci sono milioni di altre cose che, invece, dovrebbero semplificarci la vita ma ce la complicano ulteriormente.

Ci sono quelli, ad esempio, che sono fissati con la compagnia telefonica. Io ho una compagnia telefonica da quanto posseggo un telefono cellulare. Ed è sempre rimasta la stessa, non per una questione di fedeltà ma, piuttosto, per una di pigrizia: non me la sento di affrontare il labirinto che porta alla scelta e al successivo passaggio ad una nuova compagnia telefonica. Mi rendo conto però di rappresentare una esigua minoranza: in genere, le persone normali hanno cambiato almeno due-tre volte le compagnie telefoniche. Un numero basso, ma sotto il quale – appunto – non si è persone normali.

Ci sono poi quelli che cambiano compagnia telefonica all’apparire di ogni nuova offerta (da parte della concorrenza, ovvio). È proprio a questa categoria di persone che Piccolo si rivolge, nel presentare quello che secondo lui è un immaginario (e immaginifico, forse) lavoro del futuro: il semplificatore. Scrive Piccolo:

La complessità del contemporaneo, alla fine, nella vita quotidiana si riduce a questo: un’enorme quantità di perdita di tempo; un tentativo sempre fallito ma sempre in piedi di essere abbastanza furbo se non il più furbo di tutti; il sospetto continuo e che ti consuma i nervi che non si è scelta la soluzione migliore; e almeno tre amici che sono sempre pronti a dirti: se lo dicevi a me ti procuravo la soluzione migliore, perché non me lo hai detto, ormai hai fatto una cazzata.

Che con l’esempio delle compagnie telefoniche secondo me è un passaggio che calza perfettamente: il cambio di operatore lo si affronta proprio con quello spirito. Di furbizia, di non voler farsi scappare l’offerta migliore, di mostrare al mondo che abbiamo risolto il problema della complessità – che abbiamo affrontata la complessità – uscendone vincitori. Una finta illusione, che ci dà un brivido che dura lo spazio di un nanosecondo; poi, siamo sempre pronti – e stressati, e forse non troppo furbi – ad affrontare una nuova complessità.

È qui che interviene il semplificatore auspicato da Piccolo. Un personaggio che si siede nella cucina di casa tua e ti dice:

Fregatene. Paga la tariffa telefonica più alta, guarda un’altra serie tv, mangia quello che trovi, fai sesso con chi vuole fare sesso con te, prendi ogni volta un succo di frutta diverso (a caso), vai a piedi o non uscire (…) Ricordati una cosa, e ricordala per sempre; ci sono due feste al sabato sera, sempre due feste, è la regola del sabato sera. E ci sono due tipi di persone: quelli che vanno a una delle due feste e cercano di divertirsi, di mangiare e bere quello che c’è, di chiacchierare con qualcuno di interessante, e di ballare anche da soli in mezzo alla stanza; e quelli che vanno a una delle due feste e passano il tempo a dire che di sicuro sarà meglio l’altra fino a quando non convincono un buon numero di persone ad andare all’altra e dopo mezzora dicono: ma se tornassimo alla prima?