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Atomizziamo l’arte – e poi mortifichiamola del tutto.

E’ piuttosto curiosa la presa di posizione di George Pendle, che su Frieze (n. 150, October 2012, p.26 – qui la versione online) propone di atomizzare l’arte, anziché digitalizzarla.

Nulla di distruttivo, per carità, anche se il verbo può portare a fraintendere. Per atomizzare, Pendle intende distribuire le opere d’arte su tutto il territorio nazionale; suddividerle quindi dalle collezioni raggruppate in un determinato luogo e avvicinarle direttamente alla cittadinanza, anziché allontanarle — a suo dire — ancora di più con il processo di accentramento delle collezioni museali o, peggio ancora, con la creazione di un unico grande museo virtuale.

La teoria, bisogna ammetterlo, possiede un certo suo fascino romantico. In contrapposizione alla digitalizzazione che, secondo lui, porterebbe organismi for profit a trasformare le gallerie digitali dei musei in delle sorte di Getty Images dell’arte, dove quindi la fruizione è regolata da un flusso di denaro che il fruitore dovrà pagare, si dovrebbero spostare le opere d’arte nelle chiese (“perché non riportare l’arte nei luoghi sacri?”). A supporto della sua tesi porta anche dei numeri. Se il direttore della Tate Modern di Londra Chris Deacon ha dichiarato che bisogna cambiare i paradigmi con cui si gestiscono i musei, auspicandosi una maggiore collaborazione del pubblico con il privato, Pendle risponde a brutto muso che se la Tate possiede all’incirca 70 mila opere e in Inghilterra ci sono suppergiù 47 mila chiese, basterebbe distribuire le une dentro le altre per risolvere il problema. Immaginiamo — aggiungiamo noi, perché nell’articolo non è scritto — che in questo modo ciascuna chiesa penserà a gestire per i fatti suoi (e pubblicamente — per carità! — pubblicamente) le opere che possiede, oltre ad occuparsi della promozione per vedere se, effettivamente, il cittadino diventa un fruitore attento e consapevole dell’arte. D’altronde, anche Adorno paragonava un museo ad un mausoleo — l’analogia è presto fatta, la giustificazione subito trovata. Fa nulla se il danneggiamento delle opere sarebbe anche più probabile: tanto, dice Pendle, la materia già preoccupa gli studiosi e, comunque, i danni avvengono anche nei grandi musei.

Anche ammettendo la buona fede di Pendle, e il suo gusto per la provocazione, nonché la scarsa affidabilità dei nuovi paradigmi della digitalizzazione (qui ne ho scritto per l’audio, ma il discorso è trasportabile anche per l’arte) sintetizzata in “si spendono soldi per una digitalizzazione che potrebbe essere obsoleta come lo sono stati i floppy disk nel giro di un decennio”, proviamo ad immaginare lo scenario. Non più un grande museo come la Tate Modern, ma le opere d’arte, appunto, frammentate (“so splinter the collections!” è il grido di battaglia) in giro per tutto il territorio inglese. Forse si sarebbe rimessa l’arte al suo posto, forse la si sarebbe avvicinata ai cittadini (forse…), ma davvero ne gioverebbe? Ne dubitiamo. Il turista, ad esempio, che si reca alla Tate (o in altro celebre museo mondiale) sa cosa ci trova, conosce perfettamente la sua collocazione ed è facilitato nella fruizione (dei manoscritti si dice che la loro esistenza è la loro collocazione; perché non si potrebbe dire lo stesso delle opere d’arte?). Sarebbe la medesima cosa se l’opera si trovasse in una chiesetta della Cornovaglia? Certamente no, e senza che l’opera — o il mondo dell’arte — ne abbiano trovato giovamento. Se la questione è solo sbandierare un (inesistente) spauracchio di una joint-venture tra pubblico e privato, Pendle si metta il cuore in pace: come chiunque amministri qualcosa di pubblico conosce perfettamente, l’unico modo per fare qualcosa, o per non mortificare ulteriormente ciò che già esiste, è quello di coinvolgere i privati. Gli unici che, forse ancora per poco, hanno a disposizione qualche fondo.

L’era prossima ventura dei curatori.

L’immaginifico (e immaginario?) curatore-trafficante-toreador Jean-Philippe Obu-Stevenson ha gentilmente concesso in anteprime a Frieze [no. 149 – September 2012, p. 14] un estratto dalle sue memorie di prossima pubblicazione:

It is my belief that only curators can fully comprehend the true complexity of the world, and that artists and critics are but the cannon fodder in our battle for cultural and, ultimately, global supremacy. The truth is that all problems faced by the world can be solved by exhibitions. One day, in the not-too-distant future, poverty will be eradicated by a carefully curated set of collateral events – film programmes, talks, performances, etc. Peace and trans-cultural understanding will be achieved through a deeper reading of dense and grammatically impenetrable wall texts. Racial and sexual equality will be realized through newly commissioned contextualizing essays published in a full colour catalogue designed by an up-and-coming young Swiss design duo.

Starvation will be a thing of the past, thanks to plentiful post-private view dinners and press preview breakfasts. Once again, curators and their celebrity friends will be able to travel thousands of miles by air to idyllic Greek islands for private conferences and not feel any guilt about environmental damage, because a specially commissioned artist (say, Liam Gillick or Olafur Eliasson, but probably James Franco) will have discovered a clean and sustainable fuel source. And I will take my rightful place as Imperial President and Beautiful Eternal Ruler of the World and …