Archivio tag: generation x

A me piacevano i Counting Crows.

Sebbene proprio per un pelo non possa essere anagraficamente annoverato tra gli appartenenti alla Generazione X, a me i Counting Crows piacciono lo stesso. Lo so, ci sono due obiezioni che mi possono essere agilmente mosse da qui in avanti. La prima, come diamine fanno a piacermi i Counting Crows. La seconda, mica solo a quelli della Generazione X piacciono i Counting Crows.

Sulla seconda nulla da dire, in effetti. Se ci sono ragazzini cui ancora piacciono i Doors — per citare un esempio già inascoltabile durante la Summer Of Love di San Francisco — è proprio vero che la musica è un fatto intra-generazionale, o forse meglio extra-generazionale. Nonostante poi arrivi quello col ditino alzato a dirci che no, non avendo vissuto certi periodi non possiamo comprenderli fino in fondo (ma è peccato veniale nel quale prima o poi ci caschiamo tutti). Tra l’altro i fan dei Counting Crows sono una sottocategoria particolare tra gli appartenenti alla GX: non erano di quelli — molto più numerosi — che impazzivano per l’allora nascente grunge e ben descritti in quel capolavoro di Cameron Crowe e che, ancora oggi, piangono quando gli capita di ascoltare la doppietta Chloe Dancer – Crown Of Thorns. No, i fan dei Counting Crows erano i più perfettini, i più pulitini, i più secchioni: probabilmente fossero nati qualche anno prima avrebbero seguito i Genesis nella declinazione degli anni ’80, mentre ora sono colletti più o meno bianchi che ogni tanto si concedono lo svago.

La seconda obiezione non richiederebbe anch’essa molto da argomentare. De gustibus ecc ecc. Credo però sia conciliabile l’aspetto di ricerca con quello di svago. Ci sono momenti durante i quali mi piace — anzi, ho quasi un bisogno fisico — immergermi nei suoni prolungati di un trombone suonato al limite della soglia del silenzio; e altri momenti durante i quali mi piace — ma anche in questo caso parlerei di bisogno — svagarmi. Decidere cosa ascoltare seguendo unicamente l’impulso del mio mood del momento. I CC in questo sono ad esempio perfetti in quei giorni di inizio autunno, quando fuori inizia a fare freschetto e magari piove pure. In quei momenti il loro primo album (ad oggi l’unico che mi sentirei di consigliare nella collezione di dischi di un ascoltatore poco più che casuale) è perfetto: malinconico, agrodolce, sentimentale e anche un po’ da autocommiserazione. I Counting Crows mi hanno sempre dato l’impressione del gruppo perfetto per autocommiserarsi: e non c’è nulla di male, né nell’esserlo né nel farlo ogni tanto.

Il punto forte, uno dei punti forti, della loro musica sta nella voce di Adam Duritz. Una voce che non è bella e che spesso dal vivo ha lasciato a desiderare. Che canta in maniera sofferta anche se a volte giureresti che tutta quella sofferenza sia appiccicata un po’ così, posticcia e forzata. Però togli questa voce dalla loro musica e non ti rimane molto altro. Dei Counting Crows senza le lagne di Adam Duritz te ne fai poco.

Però c’è un limite a tutto. Anche a continuare a fare uscire dischi per inerzia, quando la vena creativa si è inaridita oltre misura e non resta molto oltre fare le tournée dove il disco più celebre viene suonato per intero — l’hanno già fatto questo i CC? Sì, e in un impeto di inutilità hanno dato alle stampe la relativa testimonianza.

Il limite, finora molto tollerante, si è definito in modo perfetto con la pubblicazione del nuovo singolo Palisades Park e relativo cortometraggio, che però in termini di durata musicale è persino peggio di un lungometraggio a 5 tempi. Siamo intorno ai 9 minuti di storiella da Generazione X alle prese con la crisi di mezza età (e vedete che per mio tornaconto personale l’iscrivo nella categoria?), con annessa lagna di Duritz, infinita e straziante ma non nel senso in cui lo è stata altre volte.

Forse è il caso di aggiornare i gusti, prima di farli diventare luogo comune. A me piacevano i Counting Crows.