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Segni della vecchiaia.

Se c’è un gruppo nella storia della musica pop che non ho mai sopportato, quel gruppo sono i Genesis. Si badi bene: ho scritto «pop» di proposito. I primi Genesis, quelli progressive e che pare impossibile ignorare pena l’essere tacciati di appartenere ad un mondo inferiore rispetto a quello popolato dai detentori unici della verità – quei Genesis nemmeno li considero. Strana nemesi, comunque: perché Peter Gabriel da solista ha prodotto grandi cose almeno fino a quando non si è inceppato nella ripetizione di un paradigma nei confronti del quale ha perso ogni ispirazione (e cioè fino ad una quindicina di anni fa, diciamo).

Non ho mai sopportato i Genesis, né Phil Collins da solista. Per quanto ci fosse una differenza, tra le altre cose: credo che da un certo punto in poi sia pressoché difficile distinguere non tanto la produzione del Collins solista da quella del gruppo che comandava, quanto i motivi che lo spingevano di volta in volta a proporsi in una veste anziché in quell’altra – al netto della presenza di Rutherford e Banks, certo.

Però a volte ci si accorge che ci sono segni della vecchiaia che avanza, qualcuno direbbe forse della saggezza; o, semplicemente, del dare il giusto peso alle cose e smetterla almeno per un attimo di rincorrere a tutti i costi il nuovo, lo strano, quella musica che senti più tua solo perché gli altri devono ancora scoprirla. L’elitismo, se vogliamo scomodare un termine. Se un segno di tutto questo esiste o se vogliamo comunque indicarne uno: quel segno sono io, in questo momento, seduto davanti al computer mentre sistemo dei documenti e ascolto in cuffia Invisible Touch (intendo tutto il disco, non solo l’omonimo singolo già sdoganato tra i miei guilty pleasures). Un disco godibilissimo, oh.