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Capi d’accusa low cost.

Ieri, seguendo le notizie che riportavano la tragedia del volo della Germanwings precipitato in Francia, notavo che ogni volta si faceva riferimento al fatto che la compagnia fosse low cost. L’ho anche scritto su Twitter, ad un certo punto: nella mia ignoranza sull’argomento, pensavo (e penso tutt’ora) che far notare insistentemente l’appartenenza della Germanwings alla categoria delle compagnie low-cost fosse scorretto. Un po’ come quando nei casi di cronaca nera si calca sempre la mano sulla nazionalità dell’accusato, soprattutto quando la nazionalità non è italiana. Ma essere ‘low cost’ non è un’aggravante, o un modo per circostanziare la tragedia, o peggio ancora per insinuare l’esistenza di due differenti classi di voli: quella regolare, più sicura; e quella low cost, dove il brivido del biglietto a prezzo minore è da contrappesarsi al rischio maggiore di sciagura aerea.

La storia si è ripetuta questa mattina sui giornali. Ne ho sfogliati tre o quattro, di quelli principali, e in tutti gli articoli sulla questione si leggeva nel titolo, o nel sommario, o nell’occhiello (o nel boxettino esplicativo) la dicitura «low cost». Nessuno dei giornali, o dei singoli articoli, scriveva esplicitamente che volare con una compagnia low cost è più rischioso. Del resto, oltre ad essere una stupidata, è anche difficile da dimostrare. Passava però l’idea, un po’ sottotraccia e un po’ no, che sia così, o comunque che sia ‘più vero’ il suo contrario, e cioè che le compagnie aeree tradizionali sono più sicure. Fa nulla se sono le stesse compagnie tradizionali ad inseguire il modello delle low cost, se non addirittura a dotarsene, com’è il caso della Germanwings posseduta dalla Lufthansa.

Fortunatamente ho scovato un paio di lodevoli eccezioni. Su La Stampa, ad esempio, un articolo di Beniamino Pagliaro a pag.7 spiega che le compagnie low cost sono «ai vertici» per quanto riguarda la sicurezza. E Ettore Livini, su Repubblica, fa pienamente luce sulla questione:

I primi processi sommari hanno messo sul banco degli imputati il tradizionale capro espiatorio del settore: le compagnie low cost. Colpevoli, è il mantra dei critici, di aver ridotto all’osso le spese di gestione a scapito della tranquillità dei passeggeri.
Puntare il dito, a caldo, è facile. Germanwings e il velivolo caduto in Provenza, applicando le teorie lombrosiane al trasporto aereo, sono candidati ideali a finire alla sbarra: l’aerolinea tedesca è una delle più vecchie realtà a basso prezzo del vecchio continente, a suo modo un pioniere del settore. E l’Airbus schiantato al suolo aveva quasi 25 anni e 58.313 ore di volo d’onorato servizio sulle ali.
La realtà e i numeri però, dicono gli esperti, raccontano tutta un’altra storia. Le regole dei cieli — primo fatto — sono uguali per tutti: controlli, manutenzioni e limiti a orari di valgono per qualsiasi compagnia, indipendentemente dal costo cui vende i biglietti ai passeggeri. Non solo: da quando le low cost hanno conquistato i cieli d’Europa (oggi gestiscono circa il 32% dei decolli) il numero di incidenti, anziché aumentare, è diminuito. «Anzi, spesso sono loro che hanno i risultati migliori quando i nostri tecnici effettuano ispezioni a sorpresa per controllare il rispetto delle norme», racconta Fabio Nicolai, direttore centrale delle attività aeronautiche dell’Ente nazionale dell’aviazione civile (Enac).

Anche per quanto riguarda la manutenzione, il discorso non cambia:

Ogni aereo, non importa che nome ha pitturato sulla livrea, deve superarne una verifica pre-volo del comandante e degli addetti di rampa da completare con analisi più profonde e dettagliare ogni 150 ore di utilizzo. Poi ci sono i servizi in hangar: uno stop ogni sei mesi di un paio di giorni per un tagliando completo e – ogni due anni – la cosiddetta ‘heavy maintenance’ dove un jet viene smontato fino all’ultimo rivetto per verificarne l’affidabilità. Vale per la Lufthansa ma vale pure per la Germanwings. L’European aviation safety agency effettua migliaia di verifiche a sorpresa – 800 in Italia lo scorso anno – su oltre 150 indicatori di bordo (dall’usura dei pneumatici, alla pulizia del vano carrelli fino alle perdite d’olio) senza guardare in faccia nessuno. E anche in questo campo — dicono all’Easa — i risultati delle low cost dei paesi avanzati non hanno niente da invidiare a quelli dei rivali.

Certo, nelle cronache si legge anche della protesta del personale di volo della Germanwings, che è rimasto a terra facendo saltare una trentina di voli. È una protesta comprensibile: chiunque, al posto loro, avrebbe fatto lo stesso e chiesto che venisse fatta completa luce sulla sicurezza. È però, temo, anche una protesta che nasconde un’altra finalità: quella di dare una regolata ai rapporti di forza tra azienda e dipendenti. Le compagnie low cost riducono i costi — fino al 30%, spiega Livini nel suo articolo — rispetto alle compagnie tradizionali anche perché hanno capito che la forza è tenere in volo un aereo più tempo possibile. E infatti, spiega sempre Livini, gli aerei delle low cost volano in media 11 ore al giorno, contro le 9 della flotta delle compagnie tradizionali. La protesta del personale è quindi giusta e in qualche modo comprensibile sull’onda emotiva di una strage. Però, mi sembra, ha poco a che vedere con la sicurezza.

Anche il continuo riferimento alle compagnie low cost ha poco a che fare con la sicurezza, ma potrebbe incidere molto con l’aumento del senso di inquietudine che segue le grandi tragedie. Lo spiega bene Antonio Pascale con un articolo sul Messaggero: sappiamo tutti che l’aereo è il mezzo più sicuro che esista, però siamo pronti a mettere in dubbio questo dopo tragedie come quella del volo della  Germanwigs. Scrive Pascale:

Se muoiono tante persone e tutte insieme — e a bordo del volo 4U 9525 c’erano 144 passeggeri, 2 piloti e altri 4 membri dell’equipaggio — reagisci con la paura ed eviti quella situazione. Non si tratta solo della paura della morte, ma di morire in un determinato modo, tutti insieme, nello stesso istante e in breve tempo. Non solo: pensiamo alle povere vittime, cosa avranno provato, e speriamo, con tutta l’empatia possibile, che non se ne siano accorti, non abbiano sofferto. Questa sensazione ci ha accompagnato fin dagli esordi della nostra storia evolutiva e non sarà facile scrollarsela da dosso. Anche perché la certezza è un’illusione altrettanto pericolosa, e in una società complessa poi, genera dei fastidiosi problemi, ci porta a pensare che possiamo e dobbiamo controllare tutto, ci fa compiere scelte sbagliate o non ci fa muovere affatto.