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Rimaniamo in attesa del resto.

Io non vorrei che questa storia della lettera che Valter Lavitola ha scritto a Berlusconi durante la sua latitanza, e che non è mai stata consegnata all’ex Presidente del Consiglio, offuscasse una cosa. La lettera, come si è potuto leggere sui giornali, è imbarazzante. Un copia farsesca, è stato scritto, di quella celebre di Totò e Peppino. Tra l’altro, la cosa più assurda di quella lettera, non è il contenuto (la cui veridicità è al vaglio della magistratura per la verifica), bensì la scorrettezza sintattico-grammaticale. Mi pare assurdo, cioè, che chi l’ha scritta dirigesse addirittura un quotidiano dalla storia gloriosa quale è l’Avanti!, benché piccolo per vendite e dalla circolazione in esistente al momento della sua direzione.

Non vorrei, dicevo, che quella lettera offuscasse però una cosa. Il Presidente della Camera Gianfranco Fini dice di sentirsi offeso da questa, e dà imprudentemente a Berlusconi del “corruttore”. Imprudentemente, per due motivi: primo, perché considera come vero il contenuto della lettera, dando tra l’altro per scontato che Berlusconi concordasse con quella linea, e tutto ciò prima che le indagini si concludano con un verdetto (in tutto questo riemerge il tipico tic forcaiolo-giustizialista della destra italiana, mai sopito nelle innumerevoli trasformazioni da ex a post a mai fascista); secondo, perché Berlusconi non poteva che fare l’ovvio: ovvero querelarlo, e si vedrà poi in tribunale chi nel merito avrà ragione. Ma eccoci alla cosa che non vorrei s’offuscasse. Al di là della lettera, delle indagini pecorecce condotte da Lavitola qua e là per l’isola di Santa Lucia; al di là del merito dei mezzi utilizzati, tutti ci ricordiamo delle dichiarazioni di Gianfranco Fini: se scopro che la casa è realmente intestata a mio cognato, mi dimetto.

Sul fatto che la casa risultasse realmente intestata al cognato, credo che nessuno abbia più il minimo dubbio. Rimaniamo in attesa del resto, difficile da nascondere anche facendo un po’ di chiasso mediatico.