Quello che Emerson Spartz di Dose (non) spiega del giornalismo

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foto via Flickr

Sul New Yorker Andrew Marantz ha scritto un lungo ritratto di Emerson Spartz, giovane ventisettenne a capo di un piccolo impero digitale: la Spartz Inc.. A sua volta, questa azienda è titolare di una enorme quantità di siti internet, l’ultimo dei quali è il famoso aggregatore di liste e meme Dose. Il ritratto vorrebbe mettere in mostra quale sia il modus operandi di queste aziende editoriali (publisher, nel senso più anglosassone del termine): creare liste, condividere al limite del furto contenuti altrui, generare click. Nient’altro: nessuna cura dei contenuti, nessuna cura per come questi vengono presentati. Cinicamente, tutta l’attenzione è posta sui titoli dei contenuti;
ma non nel senso che ci si preoccupa di come dovrebbe essere scritto correttamente un titolo, né di quale deve essere la relazione tra esso e il contenuto cui fa riferimento. L’importante è che il titolo sia accattivante. Il che, tradotto nel linguaggio di Dose, vuol dire: essere in grado di attirare quanti più visitatori possibili — quanti più click, in effetti. Dose è genericamente considerato come un creatore di clickbait. Tanto che lo stesso articolo di Marantz è stato titolato The king of clickbait.

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Far fuori i migliori.

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Chi mi conosce potrebbe pensare che questo, più che un post, sia una confessione sentimentale piena di conflitti di interesse. Vi assicuro che non è così.
Seguo con costanza e con una certa passione quello che fa Giorgio Dell’Arti. Per chi non lo conoscesse, provo a scrivere due righe di sua biografia adoperando quello stile asciutto e ragionieristico che da sempre contraddistingue la sua scrittura. E dunque:

Giorgio Dell’Arti (Catania, 1945). Giornalista. Di diverse testate, tra cui Il Foglio (cura l’edizione del lunedì, il cosiddetto «Foglio dei Fogli») e la Gazzetta dello Sport (tiene la rubrica «Altri mondi»). Fondatore nel 1987 del Venerdì di Repubblica. Ha scritto anche per Vanity Fair, Io donna, La Stampa, Il Sole 24 Ore ecc. Dirige il sito di storia italiana Cinquantamila, ospitato dal Corriere della Sera. In radio ha condotto Ultime da Babele (2009) e Radio1 in corpo nove (2014), entrambe su Radio 1 Rai. Diversi libri, tra gli ultimi: Il giorno prima del Sessantotto (2008), Cavour. Vita dell’uomo che fece l’Italia (2011) e il «romanzetto» I nuovi venuti (2014) dove racconta di un colpo di stato operato in Italia dai poteri forti per mano di un gruppo di kosovari. Compilatore del Catalogo dei Viventi (2007, 2009 e in preparazione l’edizione 2015), redatto in gran parte attingendo dal suo enorme archivio di articoli tratti dai giornali: «All’inizio scrivevo su Word degli abstract sulle cose che leggevo e mi piacevano. Poi la cosa è andata avanti, mi ha preso il furore e mi sono fatto costruire il database, che chiamo “L’archivio dei frammenti”. È così che sono finito a fare l’infelice mestiere del tuttologo». Per suscitare l’invidia dei suoi colleghi è solito dichiare che il suo unico hobby è fare soldi: «Li fa impazzire. In realtà sul conto in banca avrò 20.000 euro. Il mio unico piacere è il lavoro». Divorziato, due figlie: Lucrezia e Arianna. Compagno di Lauretta Colonnelli, giornalista del Corriere della Sera.

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Il fango è una lettera “n” tra le sillabe “spu” e “ta”

Un editoriale sul Foglio di oggi spiega l’evoluzione della macchina del fango ai tempi di Mafia Capitale:

Un tempo, per buttare fango addosso a qualcuno, era necessaria la dichiarazione di un pentito, il contenuto di un’intercettazione, un avviso di garanzia. Oggi, invece, per buttare fango serve ancora meno. È sufficiente una chiacchiera in cui Tizio e Caio parlano di Sempronio per lanciare letame addosso a Sempronio. Le cronache di questi giorni, a destra e a sinistra, sono esemplari (…) Ovviamente senza una prova, manco un indagato. Solo con le millanterie. La spia per capire quando i giornali entrano in modalità fango si accende quando in un titolo si legge la parola “spunta”. Spunta il nome di Tizio. Spunta il nome di Caio. Così, quando leggete la parola “spunta” regolatevi da voi. Sappiate però che trattasi non di giornalismo, ma di un modo come un altro per sputare sull’avversario. Con la sola accortezza di aggiungere una “n” tra la sillaba “spu” e la sillaba “ta”.

Tutto il mondo è paese

Una delle cose che gli addetti all’informazione nostrani amano ripetere riguarda la superiorità dei giornali stranieri rispetto a quelli di casa nostra. In questo continuo decantare le lodi ci sono elementi di verità, certo: è indubbio che alcuni giornali (o alcune sezioni di alcuni giornali) stranieri siano fatti oggettivamente bene. Siano piacevoli da sfogliare, gradevoli da osservare, appassionanti da leggere. Ma ci sono anche, secondo me, altri elementi che fanno considerare il prodotto giornale che viene dall’estero di una fattura superiore. C’è l’elemento della non abitudine: se tutti i giorni leggiamo i giornali italiani, quando ci capita tra le mani una copia del Guardian, del Times, del New York Times, di Le Monde, ci sembra di leggere qualcosa di nuovo la cui fattura ci appassiona. Un elemento di esotismo, quasi, che ci spinge a considerare in maniera distorta come migliore tutto ciò che è semplicemente differente a quanto siamo abituati.

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Non è il New York Times

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Sono passati 36 anni ieri da quella volta che George Plimpton, fondatore di Paris Review, s’inventò un falso New York Times — il Not The New York Times — che uscì durante il più lungo sciopero della stampa americana: ottantotto giorni consecutivi, dal 10 agosto al 4 novembre del 1978, durante i quali i giornali di New York non furono pubblicati.

Dopo due mesi e mezzo di sciopero, i newyorkesi trovarono inaspettatamente nelle edicole una specie di New York Times. Era il Not The New York Times, una parodia con notizie satiriche, false pubblicità e farseschi editoriali. Tra le notizie in prima pagina c’erano la descrizione di una nuova droga esotica (il cui nome «si pronuncia ko-kayne» e «viene generalmente assunta per via nasale»), un tedioso articolo di sette paragrafi scritto interamente in burocratese («Carter previene sforzi per disinnescare la politica di Discord») e la ricetta del pollo al curry dell’allora sindaco Koch. C’erano anche le previsioni del tempo: «Per lo più oggi presente, e lo sarà ancora domani».

La parodia, si scoprì, era frutto del fondatore di Paris Review George Plimpton e di una manciata di suoi amici, tra cui Christopher Cerf, Tony Hendra e Rusty Unger. Tra gli arruolati come ‘giornalista’ c’erano anche il giornalista Carl Bernstein, la regista e scrittrice Nora Ephron e lo scrittore Terry Southern, anche se nessuno di questi fu schietto circa il suo contributo.

Nel 2008 il vero New York Times pubblicò un articolo in cui si complimentava per la genialità della parodia. Che includeva anche un falso scoop riguardante il Vaticano. Nell’agosto di quell’anno, infatti, era morto Papa Paolo VI e il suo successore, Giovanni Paolo I, morì dopo soli 33 giorni di papato.

La notizia principale del Not The New York Times riportava che anche il successore di Giovanni Paolo I — Giovanni Paolo Giovanni Paolo [sic!], già arcivescovo di Liverpool — era morto, a soli 18 minuti dalla sua nomina:

Il Papa è morto ancora; il suo regno è stato il più breve di sempre. I cardinali fanno ritorno dall’aeroporto.

Avendo già nominato due papi quell’estate, riportava l’articolo, molti dei cardinali non ne potevano più dei loro alloggi in Vaticano e cosi «si dissero favorevoli a nominare il successore di Giovanni Paolo Giovanni Paolo in teleconferenza».

Eccezione culturale?

Rispondendo al lettore Gianni Colombo, che dalla rubrica delle lettere lamentava un utilizzo troppo frequente di termini inglesi che pure possiedono un loro equivalente in italiano negli articoli dei giornali («trend», «brand», «performance» ecc), Sergio Romano sul Corriere della Sera 27.09.2014, p.55] scrive che

i giornali devono difendere il buon uso della lingua nazionale, ma sono i cronisti della società contemporanea e non possono ignorarne l’evoluzione.

Poi compie un excursus sulle lingue che, nel tempo, hanno avuto la funzione di essere lingue del mondo:

Per molto tempo è stata il latino, ma dal XVII secolo ai giorni nostri la lingua veicolare è quella del Paese che esercita sul continente una sorta di egemonia politica e culturale: il francese dal Seicento all’Ottocento, l’inglese delle isole britanniche sino alla Seconda guerra mondiale e l’inglese degli Stati Uniti sino ai nostri giorni.

Con buona pace, dunque, del Globish vantato da Matteo Renzi, è la lingua degli Stati Uniti («motore della modernizzazione», scrive Romano) ad essere la nostra lingua globale. Quanto all’abuso di termini inglesi sui giornali, l’ex Ambasciatore italiano a Mosca conclude:

È vero, caro Colombo, che quasi tutte le parole inglesi citate nella sua lettera hanno un equivalente italiano. Ma le parole possono avere significati diversi a seconda del contesto in cui vengono usate e la traduzione letterale, in molti casi, non trasmetterebbe il nuovo significato che la parola ha acquistato nell’uso inglese o americano. Questo fenomeno è troppo importante perché un grande giornale possa ignorarlo. Non sarebbe lo specchio dei tempi.

(foto via Flickr)

L’arte di scrivere gli obituary.

La differenza tra un obituary e un necrologio è, giornalisticamente parlando, grande. Quando in Italia muore un personaggio famoso o una persona celebre si pubblicano i necrologi; quando questo qualcuno è particolarmente famoso o particolarmente celebre, si tirano fuori dai cassetti i cosiddetti «coccodrilli»: pezzi celebrativi che ripercorrono le tappe principali del defunto. Nei giornali di area anglosassone non esistono i coccodrilli così come li conosciamo noi. Esistono però gli obituary, che nella cucina di un giornale vengono considerati un mondo a parte, tanto che ci sono giornalisti deputati a fare solo quello — quando da noi, invece, succede che il coccodrillo sia scritto non solo a più mani, ma spesso dalla persona (o da più persone) che lavorano in una determinata redazione, per cui se il defunto era una celebrità nel mondo dello spettacolo saranno i redattori degli spettacoli gli incaricati a tenere aggiornato l’articolo pronto da pubblicare nel momento giusto.

La cosa che in Italia più si avvicina al concetto di obituary è la rubrica settimanale Vite Parallele, che Sandro Fusina tiene sul Foglio di Giuliano Ferrara ogni sabato. Pezzi in cui la persona morta viene raccontata in modo quasi analitico, secco, senza lasciar spazio a emozioni o considerazioni di alcuna sorta. Una specie di racconto enciclopedico, insomma.

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Tenere insieme i mezzi.

Non è solo un aggiornamento di tecnologie questa nostra quinta sede, ma un tentativo di rispondere alle sfide dell’informazione e di un mondo che cambia a una velocità sconosciuta. La necessità è quella di tenere insieme tutti i mezzi su cui divulgare il nostro giornalismo, per raggiungere ognuno dei nostri lettori, quelli che devono inforcare gli occhiali e accendere la luce per leggere la carta, quelli che al buio scrutano uno schermo, quelli che ci seguono su un telefonino mentre camminano e quelli che hanno imparato ad amare La Stampa in luoghi dove fisicamente non eravamo mai arrivati.

Mario Calabresi, La Stampa, 09.09.2012 p.1