Scrivere le biografie.

Ammesso e non concesso che un giorno sui quotidiani italiani ci sarà un articolo dedicato a Jim O’Rourke, lascio ai posteri un buon modello di biografia presa da un articolo del Guardian — valevole per chiunque, non solo per O’Rourke. Mi serve per sottolineare come si scrivono le biografie brevi negli articoli di giornale, soprattutto avendo in mente che il lettore potrebbe non sapere nulla di chi si sta parlando:

As musical polymaths go, Jim O’Rourke makes Damon Albarn look slack. Straddling the indie and experimental scenes like a cardigan-clad colossus, O’Rourke has played guitar with Sonic Youth, collaborated with avant garde titans Derek Bailey and Merzbow, produced a Grammy award-winning Wilco album, improvised a film score for Werner Herzog, had his own short films shown at the Whitney Biennial and, as music consultant for School Of Rock, taught a bunch of child actors how to shred like AC/DC.

Since leaving Chicago post-rockers Gastr Del Sol in 1998, he’s explored American primitivist guitar (Bad Timing), glitchy electronica (I’m Happy And I’m Singing And A 1,2,3,4) and playfully zonked improv (as one-third of Fenn O’Berg), each new project seemingly intended to confound fans of the previous one. He even found time to join Sonic Youth for four years, while resisting an easy payday by turning down the opportunity to produce A-ha and the Rolling Stones.

Milano a mano armata.

Scrivendo la cronaca del drammatico episodio della sparatoria di questa mattina al Palazzo di Giustizia di Milano, il sito del Corriere della Sera ha messo insieme un paragrafo gustosissimo da leggere — tutto un periodare breve, brevissimo, figlio della concitazione di dover aggiornare e editare il pezzo man mano che arrivavano nuove notizie. Con l’utilizzo di espressioni risalenti al giornalismo degli anni Sessanta e Settanta, quando a Milano e dintorni si aveva a che fare con la «mala»: «braccato», «acciuffato», «asserragliato», «rocambolesco».

Spari in un’aula di Palazzo di Giustizia di Milano. A sparare in tribunale sarebbe stato Claudio Giardiello, imputato per bancarotta fraudolenta. L’uomo avrebbe esploso 4 o 5 colpi di pistola al terzo piano del tribunale, sul lato di via Manara, attorno alle 11 di mattina dopo che il suo difensore ha rinunciato al mandato, scatenando il caos all’interno dell’edificio. I morti sarebbero tre, tra loro sarebbe rimasto ucciso un giudice, raggiunto però dallo sparatore al secondo piano dell’edificio, nel suo ufficio. Ci sarebbe almeno un’altra persona ferita.
L’uomo, secondo fonti del Corriere della Sera confermate poi dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, è stato acciuffato dai carabinieri a Vimercate, in Brianza, alle porte di Milano, dopo una rocambolesca fuga su una moto e dopo essere stato braccato dalle forze dell’ordine all’interno del Palazzo di Giustizia, asserragliato al terzo piano.

Aggregare vs appropriarsi

James Kling racconta su Gawker dell’anno passato a lavorare per il Mail On Line. E fornisce un quadro abbastanza desolante non solo di come le dinamiche dovrebbero funzionare (ma non funzionano) in moltissime pubblicazioni online, ma anche di come i media più o meno tradizionali (qualunque cosa questa voglia dire) non hanno capito molte delle differenze tra il plagio e il content curating e ignorano completamente quelle che sono le regole di aggregazione dei contenuti.

C’è da dire che l’articolo di Kling non è da prendere tutto come oro colato: è la sua testimonianza e, fino a prova contraria, contestabile. Tant’è che il Mail On Line l’ha contestata, e trovate le sue posizioni in calce all’articolo originale. Sostanzialmente dice: Kling racconta un bel po’ di inesattezze che aveva per altro già provato a vendere al Washington Post, il quale le ha però rifiutate ritenendole poco accurate.

Fatta la doverosa precisazione, rimane una lettura edificante.

Il procedimento produttivo era semplice. Durante il giorno — dalle 8 della mattina alle 6 del pomeriggio — quattro news editor seduti vicino alla scrivania di Martin Clarke [il publisher del Mail On Line – ndt] assegnavano storie ai reporter prendendole da una lista continuamente aggiornata di articoli apparsi su altre testate, lista alla quale non avevo accesso. Per tutto il giorno, i quattro tenevano monitorato il traffico del sito per capire quali storie venivano cliccate e quali erano da rimuovere dalla homepage.

Quando un redattore era libero, doveva semplicemente gridare «sono libero» e uno dei quattro editor gli avrebbe girato un link ad uno degli articoli nella lista. In molti casi, accompagnandolo con un titolo sensazionalistico — che poteva, o meno, essere accurato — da utilizzare.

Durante un giorno lavorativo tipico di 10 ore, mi venivano assegnati in questo modo dai quattro ai sette articoli. A differenza di altre pubblicazioni dove avevo lavorato, ai redattori non veniva richiesto di cercare le storie o di citare le fonti. Ci venivano semplicemente assegnate storie già apparse da altre parti e ci veniva chiesto di riscriverle. E diversamente da altri siti dove chi faceva aggregazioni era incoraggiato a cercare un punto di vista differente e ad aggiungere informazioni non riportate nella storia originale, il modo con cui facevano gli articoli al Mail era quello di far passare il lavoro di qualcun altro come nostro.

La questione dell’attribuzione delle fonti, che è uno degli elementi chiave che differenzia chi si appropria di un lavoro altrui e chi invece si serve di quel lavoro citandolo (ma non in toto) e aggiungendo delle considerazioni sue, viene raccontata da Kling in questi termini:

Nella fase di training iniziale, mi è stato detto che qualunque link o citazione all’interno di un articolo di aggregazione era da inserire non più in alto del primo set di immagini nel posto — che era solitamente posizionato tre o quattro paragrafi dall’inizio della storia, quando un lettore avrebbe ormai potuto pensare che le informazioni fornite nei paragrafi precedenti non avevano attribuzione alcuna. Qualche volta mi è stato detto che se la storia originale era un articolo del New York Daily News, un diretto concorrente del Mail, non dovevo dare alcuna attribuzione.

Il primo numero del Corriere della Sera.

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Domenica 5 marzo 1876, prima domenica di Quaresima, a Milano viene pubblicato il primo numero del Corriere della Sera (datato 5-6 marzo). Direttore è Eugenio Torelli Viollier, trentaquattrenne napoletano che anni dopo Gaetano Afeltra avrebbe descritto sulle stesse pagine del quotidiano milanese come «compassato, freddo, dalla parola misurata: pare più un inglese che un meridionale». Quattro pagine, di cui una di pubblicità. Tremila copie di tiratura, tre redattori ai quali si aggiungeva un impiegato e un fattorino, il quotidiano viene venduto a cinque centesimi in città (sette fuori da Milano).

Qui sotto ripubblico il primo editoriale, uscito non firmato e quindi attribuibile a Torelli Viollier, intitolato semplicemente «Al pubblico». Rivolgendosi direttamente al lettore, il direttore traccia quelle che sono la linea politica del giornale («Siamo conservatori e moderati») e le sue intenzioni («Se c’è cosa che abbiamo in odio, è il giornale a tesi», quello «che ha due sole suonate, una in maggiore per esaltare i meriti de’ suoi amici, una in minore per gemere su’ demeriti degli avversari»).

Pubblico, vogliamo parlarti chiaro. In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere fra le righe e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d’altri tempi. La tua educazione politica è matura. L’arguzia, l’esprit ti affascina ancora, ma l’enfasi ti lascia freddo e la violenza ti dà fastidio. Vuoi che si dica pane al pane e non si faccia un trave d’una festuca. Sai che un fatto è un fatto ed una parola non è che una parola, e sai che in politica, più che nelle altre cose di questo mondo, dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v’ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la rettorica, e veniamo a parlarti chiaro.

Noi siamo conservatori. Un tempo non sarebbe stato politico, per un giornale, principiar così. Il Pungolo non osava confessarsi conservatore. Esprimeva il concetto chiuso in questa parola con una perifrasi. Ora dice apertamente: «Siamo moderati, siamo conservatori». Anche noi siamo conservatori e moderati. Conservatori prima, moderati poi. Vogliamo conservare la Dinastia e lo Statuto, perché hanno dato all’Italia l’indipendenza, l’unità, la libertà, l’ordine. In grazia loro si è veduto questo gran fatto: Roma emancipata da’ Papi che la tennero durante undici secoli. In grazia loro vediamo questi fatti singolari: un cardinale che paga la ricchezza mobile, una chiesa protestante presso San Giovanni Laterano, un re al Quirinale. In grazia loro si è udito Francesco Giuseppe d’Austria dire a Vittorio Emanuele: «Bevo alla prosperità dell’Italia», e Guglielmo di Prussia: «Bevo all’unione de’ nostri popoli». Noi dunque siamo conservatori.

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La rivincita delle riviste di moda.

foto via The Aestate
foto via The Aestate

Nel 1911 sull’Atlantic apparve un articolo anonimo nel quale la giornalista — che sia donna è una supposizione dovuta all’argomento trattato — raccontava con toni non esattamente di elogio il mondo delle riviste di moda, ree a suo dire di «rappresentare un tipo ideale di persona più simile ai manichini delle vetrine che ad un personaggio dotato di caratteristiche individuali».

Oggi, a distanza di centoquattro anni, lo stesso magazine fa un passo indietro e riconosce, nella penna di Tanya Basu, l’importanza di queste riviste. E lo fa in un’ottica diametralmente opposta rispetto alla critica mossa un secolo prima: scrive l’Atlantic che le riviste di moda hanno importanza anche come guida del movimento femminista del Ventunesimo secolo:

Le riviste di moda hanno messo in luce i problemi della società che spesso sono stati ignorati dai media mainstream, fossero esse le condizioni lavorative delle madri in giro per il mondo o le discrepanze di salario tra le donne e gli uomini. In un certo senso, sono diventate la guida del movimento femminista del Ventunesimo secolo. Mentre il nostro autore nel 1911 disprezzava l’impotenza delle donne così come era rappresentata dalle riviste di moda del tempo, oggi questi magazine provano a far sì che le donne che mostrano non siano semplici appendiabiti ma persone di carattere, coraggio e ambizione.

Quando si fa cronaca non si usano gli avverbi.

Mattia Feltri racconta su Tempi gli inizi del Foglio:

IMG_7500-0Noi eravamo al Borghese, di cui confezionavamo i numeri zero. Dalla sera alla mattina ci ritrovammo arruolati in una cosa che si chiamava Foglio: Ferrara non cercava che una sede e un manipolo di ragazzi di bottega per realizzare l’idea partorita da Beppe Benvenuto, un quotidiano di quattro pagine con l’ambizione di spiegare le notizie anziché darle. Entrarono nelle stanze di via Hugo, a Milano, e parevano la famiglia Addams. Giuliano straripante e giovanissimo (44 anni); Benvenuto sembrava Pippo di Walt Disney, alto, dinoccolato, col codino; Sergio Scalpelli era l’opposto, basso, curvo, coi boccoli biondi; Vichi Festa (che i lettori di Tempi conoscono bene) aveva l’aria di uno del Politburo, con le sopracciglia alla Leonid Breznev; Michele Buracchio era l’incarnazione di uno statale di Nikolaj Gogol.

Oltre a me, che venivo da Bergamo ed ero finito al Borghese grazie all’intercessione di Renato Farina e Luigi Amicone, c’erano Maurizio Crippa, ora vicedirettore, e Ubaldo Casotto, diventato a sua volta vicedirettore e adesso nello staff di Maurizio Lupi. Se ne sarebbero aggiunti molti, a breve. Christian Rocca, amico fra i più cari, che collaborava con l’Indipendente, passato in seguito al Sole 24 Ore e alla direzione del mensile IL; Daniele Bellasio, con la sua storia americana che l’ha condotto dalla correzione di bozze alla vicedirezione; Nicola Porro, ora vicedirettore del Giornale; Giancarlo Loquenzi, ora a Radiorai; Pietrangelo Buttafuoco, diventato scrittore di celesti funambolismi. Si potrebbe andare avanti per pagine.

In un articolo che lo stesso Mattia Feltri descrive non come «un’autobiografia, ma [come] i bagliori della memoria [che] servono a ricostruire un clima», c’è anche spazio per spiegare cosa vuol dire avere avuto Giuliano Ferrara come direttore:

Partecipavo alle riunioni e capivo sì e no il venti per cento di quello che si diceva; la sera rincasavo e – a Giuliano non l’ho mai detto – piangevo da quanto mi sentivo inadeguato, e prendevo la decisione di dimettermi l’indomani e che l’indomani avrei fortunatamente disatteso, per tigna, la poca che mi riconosco […] Per il primo numero zero, Giuliano mi chiese un pezzo: «Chi comanda davvero a Ivrea», cioè all’Olivetti. Di economia non sapevo niente, chiamai uno della Repubblica così tutto d’un pezzo da fottere un collega di ventisei anni: Corrado Passera, mi disse. Passera se ne andò la settimana dopo. «Se non fosse scritto così bene ti manderei via», mi disse Giuliano. Ma Giuliano è uno che dà una seconda chance a tutti.

Ci spiegava – una sola volta – che quando si fa cronaca non si usano gli avverbi, che i virgolettati sono sacri (mica i virgolettati creativi della retroscenistica di oggi), che le cose non si guardano soltanto da davanti ma di lato, di dietro, da sopra, che vanno banditi i luoghi comuni (patate bollenti e fili del rasoio), che quando si sbaglia si accettano le rettifiche e si chiede scusa. Ci insegnò, senza dirlo, che i tumulti moralizzanti sono pappa per furbini e per illusi, e che la moralità è uno sforzo su di sé costante e silenzioso. Ci formò come giornalisti, il che vuol dire averci formato come persone.

(leggi l’articolo completo su Tempi)

So long, Andy

Appena ripresomi per la dipartita di Giuliano Ferrara dal Foglio, arriva il post di Andrew Sullivan a darmi la mazzata finale: smette di bloggare. Seriamente: il rinnovo automatico per gli abbonati è sospeso, ed è stato tolto il pay-meter sugli articoli già scritti. Per due motivi, fondamentalmente:

andrew-sullivanIl primo spero che chiunque possa capirlo: nonostante sia stata l’esperienza più gratificante della mia carriera da scrittore, ho bloggato tutti i giorni per quindici anni filati (beh, abbastanza filati). Un tempo lungo abbastanza per qualunque lavoro. In un certo senso, il motivo sta tutto qui. Arriva un momento in cui devi muoverti verso cose nuove, shakerare il tuo mondo, o riconoscere prima di fare crash che gli esaurimenti possono capitare.
Il secondo è che sono saturo della vita digitale e voglio ritornare in quella reale. Sono un essere umano prima che uno scrittore; e uno scrittore prima che un blogger, e anche se sono stati una gioia e un privilegio essere stato il pioniere di una nuova forma di scrittura, desidero fare altro, in forme più tradizionali. Voglio tornare a leggere, lentamente, con attenzione. E voglio assorbire un libro difficile e rimuginare i miei pensieri su di esso per un po’ di tempo. Voglio avere un’idea e farle prendere lentamente forma, piuttosto che pubblicarla immediatamente su un blog. Voglio scrivere lunghi pezzi che rispondono più astutamente e a fondo alle molte domande che l’esperienza di The Dish mi ha posto. Voglio scrivere un libro.

E voglio passare un po’ di tempo vero con i miei genitori, mentre ci sono ancora, con mio marito, che troppo spesso è una «vedova del blog», mio fratello e mia sorella, mia nipote e i miei nipoti, e ritrovare gli amici che ho dovuto semplicemente abbandonare perché ero sempre incollato al blog. E voglio stare bene. Negli ultimi anni ho avuto crescenti problemi di salute. Non sono correlati al mio essere sieropositivo; il dottore mi dice che sono semplicemente il risultato di 15 anni di quotidiano stress dovuto all’essere sempre sul pezzo. Le ultime settimane sono state particolarmente difficili — e mi hanno costretto a fare i conti con la realtà.

L’epoca delle interruzioni

interruptionMaurizio Ferraris [La Repubblica, 18.01.2015, p. 48] racconta i problemi di quella che uno studio della University of Southern California ha definito come «l’età delle interruzioni». Essendo perennemente connessi a qualcosa — un computer, uno smartphone, qualunque device che contribuisce alla creazione dell’«internet delle cose» — interrompiamo continuamente le nostre attività per occuparci di altro, interrompendo di lì a poco anche la nuova attività e così via. Stiamo facendo un lavoro al computer e smettiamo per dare un sbirciata alla timeline di Twitter; lì, dopo qualche secondo, seguiamo un link che ci porta ad una storia: lette le prime righe siamo attratti da un messaggio ricevuto sul cellulare. Un loop di interruzioni, al termine del quale ci rimane addosso ben poco.

Secondo Ferraris, questa «interruzione universale» ha influenzato anche l’informazione: siamo allo stesso tempo tutti produttori di contenuti (via social network) e fruitori di contenuti; anche se questi non rappresentano l’informazione ma, piuttosto

un flusso di documenti, vincolanti perché scritti (scripta manent) e individualizzati, cioè rivolti solo a noi, che ci spingono all’azione (minimalmente, alla reazione: il messaggio richiede risposta, e nel farlo genera responsabilità). Il che genera un senso costante di inadeguatezza e frustrazione, ossia l’inverso speculare della condizione di pienezza e di realizzazione che si accompagna al portare a termine un progetto o un oggetto.

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I giornali digitali.

Il portariviste dell'era moderna - foto via Flickr
Il portariviste dell’era moderna – foto via Flickr

Edicola Italiana è la nuova piattaforma digitale frutto dell’accordo tra i maggiori gruppi editoriali italiani (La Stampa, 24 Ore, Caltagirone, Espresso, Rcs e Mondadori) e la start-up Premium Store. L’obiettivo è quello di poter leggere, pagando un prezzo fisso mensile che varia da 9,99 a 14,99 euro, tutti i periodici in essa presenti. O di gestire, con un unico profilo, l’abbonamento digitale a diversi quotidiani italiani. Non si tratta però di un vero e proprio “all you can read”, come viene pubblicizzato in questi giorni, visto che la modalità buffet è al momento disponibile soltanto — ai prezzi visti sopra — per i periodici settimanali e mensili, ma non per i quotidiani — ai quali è possibile comunque abbonarsi gestendo il tutto con un unico profilo.

Di servizi simili ne esistono già in altri paesi. Negli Stati Uniti i due più grandi sono Next Issue e Magzter, prontamente ribattezzati i «Netflix dei giornali» perché funzionano concettualmente come Netflix per i film (o Spotify per la musica). E in questi giorni si fa un gran parlare di queste piattaforme proprio per lo scarso successo che hanno riscontrato presso il pubblico dei lettori. Scrive sull’Atlantic Derek Thompson che, a differenza di quanto succede proprio con Netflix o Spotify, queste piattaforme non offrono un accesso diretto ad un contenuto; piuttosto offrono l’accesso ad un’app. Ma se la stampa cartacea gode ancora di una circolazione piuttosto ampia — riviste come National Geographic, Sports Illustrated, Time e Cosmopolitan raggiungono i 3 milioni di lettori — il problema è che sono molti di meno quelli che pagano per l’app. Scrive Thompson che «non c’è un magazine negli Stati Uniti che raggiunge i 300 mila abbonati» nella versione digitale. I dati parlano chiaro: la stampa digitale ha volumi dalle 10 alle 100 volte inferiori rispetto alla stampa tradizionale, se si considerano solo quei casi in cui l’abbonamento è sottoscritto digital-only, non quando la versione digitale è data gratuitamente (o con un piccolissimo costo extra) agli abbonati del cartaceo.

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La crisi dei giornali quella volta là.

Chris Heller mette la didascalia a questo video, pubblicato sul sito dell’Atlantic, che racconta la crisi dei quotidiani nel 1945:

Months before World War II would end, a labor battle led New York City’s delivery workers to picket lines. Newspaper circulation quickly plummeted. This fascinating archival report describes how readers tried to circumvent the strike, and how many scrambled to embrace radio as an alternative. Then-Mayor La Guardia is even shown reading the funny pages on air!

The film is far from an unbiased report about the strike—it was produced by a newspaper, after all—but it’s nonetheless a fascinating glimpse at a bygone era of American media. The closing narration, a triumphant speech about the end of the strike, reveals just how dominant papers were: “Once again, dramatic truth has be given that no other medium can take the place of newspapers in the lives of the people.”