Genius?

Chris Ip sul sito della Columbia Journalism Review fa il punto della situazione sulla critica e sul giornalismo d’arte dopo la notizia, piuttosto inaspettata, che Sasha Frere-Jones dopo 11 anni lascia il New Yorker per diventare il nuovo executive editor di Genius:

Genius mostra il significato che una comunità di utenti (o a volte, come nel caso di Nas, gli artisti stessi) danno ad una canzone, come se fosse l’unico significato corretto. Il sito afferma di operare con delle linee guida ben definitive per i testi che analizza, ottenute dalla fiducia nel sapere della comunità e dai controlli e contrappesi operati dai moderatori. Questa idea di definitivo crea l’apparenza di una certezza nell’interpretazione di una canzone che è sicuramente alla base della popolarità di Genius.
Ma una bella analisi pubblicata su Harper’s Bazaar o sulla New York Review of Books è molto più della somma delle sue parti. Non ha come obbiettivo la mera decodifica del presunto significato di un’opera d’arte, così come non deve dare solo un giudizio che varia da ‘fresco’ a ‘marcio’. Piuttosto presenta la moltitudine di significati che l’arte può avere, aggiunge elementi che vanno oltre ciò che rende viva l’arte e li mette insieme in un’idea o in un ragionamento sul mondo in cui viviamo.
Genius non si sofferma molto su questo tipo di cose, e nemmeno su come suona una canzone — una perdita per un sito che aveva l’hip hop come suo tema centrale, considerando che nel rap il ‘flow’ di un’artista — cioè il ritmo con cui cantano le strofe in modo quasi percussivo — è generalmente considerato altrettanto, se non più, importante delle stesse parole. Separare i significati forniti dai contributor a tutti gli altri modi di leggere un’opera d’arte rende l’analisi di una canzone incompleta tanto quanto separare il testo dalla musica.
Piuttosto, Genius eccelle in quello che fa, e cioè sfruttare una serie di strumenti tipici dei new media per offrire un’attenta lettura di testi letterari, mettendo a disposizione un dibattito circa le varie interpretazioni e tirando fuori il significato che sta dietro alle canzoni che amiamo. Ma è tutto basato sul significato. Mentre la grande critica, come la grande arte, riguarda anche altro.

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I fatti separati dalle opinioni (forse)

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Separare i fatti dalle opinioni è sempre stato un dogma della stampa anglosassone. Ma è ancora così?
Margaret Sullivan, public editor del New York Times, analizza l’opportunità di usare la prima persona e di includere dei punti di vista personali negli articoli che non siano ruricati espressamente come opinioni. E arriva alla conclusione che sì, è una pratica che in una certa misura può essere consentita, a patto che il lettore sia in grado di capire al volo che se in quello che sta leggendo sono contenute anche delle opinioni:

I responsabili del New York Times mi hanno detto che c’è davvero uno spazio per la voce, la personalità e a volte persino le opinioni all’interno delle pagine delle notizie. E, dicono, la pratica non è nuova. I columnist delle sezioni Metro e Sport da tempo mettono negli articoli il loro punto di vista; le recensioni di arte sono piene di opinioni; le analisi delle notizie sintetizzano e conducono a conclusioni implicite; e le storie in prima persone — come ad esempio questa corrispondenza dall’Havana di William Neuman — si aggiungono al mix.
[…]
Sì, c’è spazio per i commenti nelle news, le opinioni critiche, le analisi e le interpretazioni. In realtà, tutto questo è parte del ricco menù che il New York Times offre, ancora più importante oggi che ci sono tante altre fonti che danno le breaking news. L’uso della prima persona può avere una sua collocazione, come ad esempio nel post della scorsa settimana di Tara Parker Pope, o nelle rubriche personali.

Tuttavia la questione si fa più stringente nella versione online del giornale, dove è molto più difficile per un lettore orientarsi nelle varie sezioni. Se su carta, infatti, salta subito all’occhio se l’articolo che stiamo leggendo fa parte delle notizie, o se è rubricato nelle pagine delle opinioni, delle rubriche o degli editoriali — e quindi il lettore è in grado di comprendere subito se sta leggendo dei punti di vista personali, oltre alle notizie — online si arriva al pezzo nei più svariati modi e non sempre è immediato stabilire quale parte del giornale stiamo leggendo

I lettori devono però sapere cosa stanno leggendo. Non devono mai essere confusi quando un’opinione appare improvvisamente in quello che pensavano fosse solo una notizia. Nel disaggregato mondo della lettura digitale, quando i lettori si imbattono in articoli al di fuori del contesto di una pagina di giornale, qualcosa di chiaro come apporre un’etichetta ‘commento’ non solo sarebbe utile. Ma necessario.

Quello che Emerson Spartz di Dose (non) spiega del giornalismo

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foto via Flickr

Sul New Yorker Andrew Marantz ha scritto un lungo ritratto di Emerson Spartz, giovane ventisettenne a capo di un piccolo impero digitale: la Spartz Inc.. A sua volta, questa azienda è titolare di una enorme quantità di siti internet, l’ultimo dei quali è il famoso aggregatore di liste e meme Dose. Il ritratto vorrebbe mettere in mostra quale sia il modus operandi di queste aziende editoriali (publisher, nel senso più anglosassone del termine): creare liste, condividere al limite del furto contenuti altrui, generare click. Nient’altro: nessuna cura dei contenuti, nessuna cura per come questi vengono presentati. Cinicamente, tutta l’attenzione è posta sui titoli dei contenuti;
ma non nel senso che ci si preoccupa di come dovrebbe essere scritto correttamente un titolo, né di quale deve essere la relazione tra esso e il contenuto cui fa riferimento. L’importante è che il titolo sia accattivante. Il che, tradotto nel linguaggio di Dose, vuol dire: essere in grado di attirare quanti più visitatori possibili — quanti più click, in effetti. Dose è genericamente considerato come un creatore di clickbait. Tanto che lo stesso articolo di Marantz è stato titolato The king of clickbait.

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Regole di aggregazione

Giusto per smentire la completa inutilità delle liste delle cose migliori che si sono lette durante l’anno, o forse per ribadire l’antico adagio secondo cui c’è sempre un’eccezione ad ogni regola, oggi attraverso una di queste liste mi sono imbattuto in un vecchio post di Ann Friedman pubblicato sul sito della Columbia Journalism Review riguardante il lavoro di chi aggrega contenuti altrui.
Non starò qui a fare la spiegazione del motivo per cui, oggigiorno, l’aggregazione di notizie è un filtro tanto importante quanto le notizie stesse (l’ho già fatto qui); e che si può dare una linea anche mettendo insieme contenuti prodotti da altri.
Voglio solo segnalarlo — aggregarlo —, perché sono delle semplici regole che ogni tanto bisogna ricordarsi di consultare, ché dopo un po’ il rischio è quello di farsi prendere la mano e sviare dalla linea di partenza quel tanto che basta per oltrepassare il limite — e fare dell’aggregazione una violazione dei più banali diritti riservati ad autori/editori.

Oggi che tutti filtriamo link, come possiamo evitare di sfruttare chi produce i lavori che tanto amiamo? Ci sono tre semplici regole fondamentali per essere un aggregatore etico:

1. Mettere bene in evidenza la fonte, che deve essere accreditata sia allo scrittore che a chi lo ha pagato per fare questo lavoro.
2. Mettere sempre un link diretto, e non al blog dove hai pubblicato un estratto e dove è eventualmente contenuto il link.
3. Cita non più di un paragrafo. Se sei un buon aggregatore, vuoi che la gente clicchi sulla fonte per ottenere tutta la storia. Non chiamare aggregazione il copia-incolla di 8 su 12 paragrafi che costituiscono una storia — non è aggregazione, è un ristampa (non autorizzata).

Far fuori i migliori.

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Chi mi conosce potrebbe pensare che questo, più che un post, sia una confessione sentimentale piena di conflitti di interesse. Vi assicuro che non è così.
Seguo con costanza e con una certa passione quello che fa Giorgio Dell’Arti. Per chi non lo conoscesse, provo a scrivere due righe di sua biografia adoperando quello stile asciutto e ragionieristico che da sempre contraddistingue la sua scrittura. E dunque:

Giorgio Dell’Arti (Catania, 1945). Giornalista. Di diverse testate, tra cui Il Foglio (cura l’edizione del lunedì, il cosiddetto «Foglio dei Fogli») e la Gazzetta dello Sport (tiene la rubrica «Altri mondi»). Fondatore nel 1987 del Venerdì di Repubblica. Ha scritto anche per Vanity Fair, Io donna, La Stampa, Il Sole 24 Ore ecc. Dirige il sito di storia italiana Cinquantamila, ospitato dal Corriere della Sera. In radio ha condotto Ultime da Babele (2009) e Radio1 in corpo nove (2014), entrambe su Radio 1 Rai. Diversi libri, tra gli ultimi: Il giorno prima del Sessantotto (2008), Cavour. Vita dell’uomo che fece l’Italia (2011) e il «romanzetto» I nuovi venuti (2014) dove racconta di un colpo di stato operato in Italia dai poteri forti per mano di un gruppo di kosovari. Compilatore del Catalogo dei Viventi (2007, 2009 e in preparazione l’edizione 2015), redatto in gran parte attingendo dal suo enorme archivio di articoli tratti dai giornali: «All’inizio scrivevo su Word degli abstract sulle cose che leggevo e mi piacevano. Poi la cosa è andata avanti, mi ha preso il furore e mi sono fatto costruire il database, che chiamo “L’archivio dei frammenti”. È così che sono finito a fare l’infelice mestiere del tuttologo». Per suscitare l’invidia dei suoi colleghi è solito dichiare che il suo unico hobby è fare soldi: «Li fa impazzire. In realtà sul conto in banca avrò 20.000 euro. Il mio unico piacere è il lavoro». Divorziato, due figlie: Lucrezia e Arianna. Compagno di Lauretta Colonnelli, giornalista del Corriere della Sera.

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Il fango è una lettera “n” tra le sillabe “spu” e “ta”

Un editoriale sul Foglio di oggi spiega l’evoluzione della macchina del fango ai tempi di Mafia Capitale:

Un tempo, per buttare fango addosso a qualcuno, era necessaria la dichiarazione di un pentito, il contenuto di un’intercettazione, un avviso di garanzia. Oggi, invece, per buttare fango serve ancora meno. È sufficiente una chiacchiera in cui Tizio e Caio parlano di Sempronio per lanciare letame addosso a Sempronio. Le cronache di questi giorni, a destra e a sinistra, sono esemplari (…) Ovviamente senza una prova, manco un indagato. Solo con le millanterie. La spia per capire quando i giornali entrano in modalità fango si accende quando in un titolo si legge la parola “spunta”. Spunta il nome di Tizio. Spunta il nome di Caio. Così, quando leggete la parola “spunta” regolatevi da voi. Sappiate però che trattasi non di giornalismo, ma di un modo come un altro per sputare sull’avversario. Con la sola accortezza di aggiungere una “n” tra la sillaba “spu” e la sillaba “ta”.

Curatela delle cose che contano, fondamentalmente.

Partendo da alcune considerazioni di Ross Douthat sul caso del magazine statunitense New Republic (undici redattori, e il direttore Franklin Foer, hanno rassegnato le dimissioni in polemica la proprietà), Andrew Sullivan (che della rivista fu direttore dal 1991 al 1996) traccia sul suo blog The Dish alcune considerazioni sull’attività che da quindici anni porta avanti ogni giorno, bloggando e aggregando contenuti presi dalla rete:

[T]he Dish’s coverage of the world every day includes philosophy, theology, art, photography, literature, film and poetry alongside our bread and butter political and policy analysis. If you want to know why we don’t take the weekends off – but try to curate and aggregate some of the more thoughtful essays and reviews and posts on what might be called “the eternal things”, this is why. Because we’re trying in our inevitably limited bloggy way to keep the worldview of the now-disappearing literary and political magazines alive in a new medium and a new form. If we had the resources, we would do more – finding ways to add many more original essays and reviews to Deep Dish, for example. We’re brainstorming the future of our little experiment all the time – but the demise of places where high and low culture, politics and poetry, human life and abstract argument can jostle for space and inform each other makes me particularly aware of the need to fill this cultural void, while some of us still retain the institutional memory to replicate it. Culture needs stewards, and they can come in all sorts of shapes and sizes.

I struggle with blogging all the time – it’s a very intense and public way of being a writer, it’s extremely Howler Beagle (tr)strenuous, and doing it for fifteen years every day can get you exhausted by exhaustion. Part of me wants to drop off the planet all the time and just grab a book or ten, or debate something in the news without anyone but my friends to tell me I’m full of shit, or just not go online for a few weeks on end. Part of me would like to go a week without being called a racist, a sexist, a homophobe, an anti-Semite or a misogynist (I guess that was Burning Man). But I’m not delusional, and when I see the little lifeboat that we, with your help, have managed to create over a decade and a half, it seems a vital thing to figure out a way for it to survive and thrive. As more old-school magazines become shipwrecks, or unrecognizable, we have to keep that boat buoyant until the seas calm … or this metaphor completely runs out of steam.

Il giornalismo secondo Mario Vargas Llosa

mario-vargas-llosaL’anno scorso lo scrittore premio Nobel Mario Vargas Llosa ha pubblicato un bel saggio, La civiltà dello spettacolo (Einaudi 2013), dove analizza lo stato della cultura in quella che definisce una società che ha trasformato la «naturale propensione a divertirsi in un valore supremo, [con] conseguenze inaspettate: la banalizzazione della cultura, la generalizzazione della frivolezza e, nel campo dell’informazione, la proliferazione del giornalismo irresponsabile basato sul pettegolezzo e sullo scandalo». Due sono i motivi che Vargas Llosa individua come causa di tutto questo. Per primo, il «benessere seguito agli anni di privazioni della seconda guerra mondiale e alle ristrettezze dei primi anni del dopo guerra»; e un secondo, «rappresentato dalla democratizzazione della cultura», che ha portato la quantità a vincere sulla qualità e a considerare come cultura «tutte le manifestazioni della vita di una comunità: la lingua, le credenze, gli usi e costumi, gli indumenti, le tecniche e, in generale, tutto ciò che vi si pratica, evita, rispetta e aborre».

Ritornando all’informazione, particolarmente significative sono le pagine che dedica al giornalismo [40-44] e al ruolo che si è ricavato all’interno della società dello spettacolo:

Il confine che per tradizione separava il giornalismo serio da quello scandalistico e sensazionalistico si è fatto meno nitido, riempiendosi di buchi sino a svanire, in molti casi, al punto che ai nostri giorni è difficile stabilire la differenza tra i diversi mezzi di informazione. Una delle conseguenze del trasformare l’intrattenimento e il divertimento nel valore supremo di un’epoca è infatti che, nel campo dell’informazione, va producendosi in maniera impercettibile anche uno sconvolgimento occulto delle priorità: le notizie diventano importanti o secondarie soprattutto, e a volte esclusivamente, non tanto per il loro significato economico, politico, culturale o sociale quanto per il loro carattere nuovo, sorprendente, insolito, scandaloso e spettacolare. Senza che se lo sia proposto, il giornalismo dei giorni nostri, seguendo il mandato culturale imperante, cerca di intrattenere e di divertire informando, con l’inevitabile risultato di fomentare, grazie a questa sottile deformazione dei suoi obiettivi tradizionali, una stampa che a sua volta è light, leggera, amena, superficiale e divertente, la quale, in casi estremi, se non ha sottomano informazioni di questo genere da riferire, le fabbrica.

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Citare le fonti

wiki

Interessante l’esperimento che Giacomo Maria Arrigo ha condotto (e poi raccontato sul sito del Foglio) per capire chi — nel gioco di specchi tra giornali, siti e wikipedia — copiasse cosa:

Nel 2012 ho inserito una voce nella bibliografia di Antonio Tabucchi, un libro dal titolo Girare per le strade (Sellerio, 2012). Ebbene, non solo Wikipedia ha mantenuto la voce, ma diversi siti hanno iniziato a parlare di questo fantomatico libro. Secondo il blog collettivo “La poesia e lo spirito” si tratta di un «libro diaristico». Sul blog “Letteratitudine” di Kataweb, il portale del Gruppo Espresso, si parla «forse di una prossima uscita». Nel giornale online “UnoeTre.it” invece il libro è detto «ultimissimo». A partire dal titolo del libro fantasma, “Gruppo2009”, rivista online di arte e cultura, definisce Tabucchi un uomo «che dal viaggio prende spunto» (strano, dato che nessuno ha letto né mai potrà leggere il volume). Su Wikipedia c’è confusione. Scrive un amministratore: «Ho aggiunto la richiesta di indicare la fonte per l’ultima opera (postuma?) “Girare per le strade (Sellerio, 2012)”. Vari siti lo elencano, ma il libro non è in commercio, né è annunciato sul sito della Sellerio, né risulta altrove come di prossima uscita (in genere i libri degli autori più noti possono essere prenotati presso le principali librerie online qualche mese prima dell’uscita, ma di questo non c’è traccia)».

L’articolo prosegue con altri due casi di modifiche fantasiose di voci di persone su Wikipedia, e si conclude così:

L’esperimento è ben lungi dall’essere concluso. Il rischio evidenziato è che qualunque informazione circoli in rete potrebbe essere riportata come veritiera anche senza la benché minima fonte che lo accerti. Due più due non fa cinque, checché qualcuno lo possa asserire sul web.

(foto via flickr)

L’arte di scrivere gli obituary.

La differenza tra un obituary e un necrologio è, giornalisticamente parlando, grande. Quando in Italia muore un personaggio famoso o una persona celebre si pubblicano i necrologi; quando questo qualcuno è particolarmente famoso o particolarmente celebre, si tirano fuori dai cassetti i cosiddetti «coccodrilli»: pezzi celebrativi che ripercorrono le tappe principali del defunto. Nei giornali di area anglosassone non esistono i coccodrilli così come li conosciamo noi. Esistono però gli obituary, che nella cucina di un giornale vengono considerati un mondo a parte, tanto che ci sono giornalisti deputati a fare solo quello — quando da noi, invece, succede che il coccodrillo sia scritto non solo a più mani, ma spesso dalla persona (o da più persone) che lavorano in una determinata redazione, per cui se il defunto era una celebrità nel mondo dello spettacolo saranno i redattori degli spettacoli gli incaricati a tenere aggiornato l’articolo pronto da pubblicare nel momento giusto.

La cosa che in Italia più si avvicina al concetto di obituary è la rubrica settimanale Vite Parallele, che Sandro Fusina tiene sul Foglio di Giuliano Ferrara ogni sabato. Pezzi in cui la persona morta viene raccontata in modo quasi analitico, secco, senza lasciar spazio a emozioni o considerazioni di alcuna sorta. Una specie di racconto enciclopedico, insomma.

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