Choose 2

Wallpaper

Le cose più semplici alla fine si rivelano le migliori, anche al netto di tutta la retorica che un’affermazione simile porta con sé. La cosa semplice che ho scoperto oggi, e che si adatta perfettamente a quelli che sono i nostri tempi, è quella ritratta nell’immagine qui sopra. E’ presa da Wallpaper* di Gennaio, pagina dell’editoriale del direttore Tony Chambers. Racconta di aver trovato questo biglietto piegato in un vecchio vestito e di essersi ricordato di quanto era stato l’art director Peter Saville (quello delle copertine della Facotry — sì, anche di quella di Unknown Pleasures dei Joy Division) a darglielo, dopo un pranzo di lavoro. Non so se l’immagine di questa piramide sia inedita, ma è tremendamente vera: ne puoi scegliere solo due.

Tutti i giorni molti di noi sono costretti a rapportarsi a questi concetti semplicissimi. Per noi, evidentemente un po’ meno per chi ci commissiona il lavoro. E’ un esercizio di logica che capirebbe anche un bambino di seconda elementare — giusto perché in prima gli si insegna a leggere.

Puoi sceglierne solo due. E nel caso siano i due più gettonati, sappi che c’è da pagare.

Dello scollamento tra la politica e la grafica.

Tralasciando i simboli dei partiti da più tempo presenti sulla scena, sui quali si potrebbe comunque aprire un’ampia discussione sull’idea che il mondo politico abbia di “brand” (in questo l’eccezionalità positiva sta, inutile girarci intorno, in Silvio Berlusconi), guardiamo i due simboli presentati più di recente: quello della “Scelta Civica” di Mario Monti e quello del movimento delle manette di Antonio Ingroia e i suoi secondini alleati (Di Pietro, De Magistris, più i cognomi sono composti e meno ci fidiamo…). L’impressione è che si voglia raggiungere il minimo sindacale di scopo con il minimo degli sforzi: da una parte Monti presenta un anonimo sfondo bianco, un tricolore accennato, e il suo cognome scritto a caratteri cubitali; non ha messaggi da trasmettere, vuole solo che gli italiani si ricordino il suo nome e, possibilmente, nient’altro che lo riconduca ai suoi alleati. Ingroia riesce a fare addirittura di meglio, cioè di peggio: in mancanza di segnali da trasmettere, si affida alla riproduzione stilizzata del Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, uno dei dipinti più abusati in assoluto nel mondo politico (e, d’altronde, altre idee nel movimento arancione non se ne vedono).

La questione, per carità, non è delle più importanti. Ma un mio vecchio pallino — archivistico, oltre che estetico — mi porta a pensare al domani, quando nelle mostre che ogni tanto vengono allestite qua e là per l’Italia in celebrazione dell’iconografia politica italiana, troveremo certi obbrobri affianchiati a simboli che hanno rappresentato, per efficacia e per durata in termini temporali di presenza sulla scena, una parte della storia italiana. Se penso al monocolore celeste della scritta Monti, sgraziata e volgare nella sua grandezza, affiancata a fiamme, falci, martelli, rose nei pugni ed edere, non posso che pensare allo scollamento della politica da qualunque tipo di questione grafica ad essa associata. Che una photo-opportunity mentre si twitta valga più di un’intera iconografia, non lo voglio nemmeno pensare.