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Je suis accente circonflexe

L’Académie Française è l’ente che decide le cose riguardanti la lingua francese. Nel 1990 – ventisei anni fa – stabilì una specie di riforma degli accenti circonflessi, cioè quei simbolini (ˆ) che si trovano sopra le vocali e che talvolta — ma come spiega bene Wikipedia in passato e in alcune zone d’Italia molto più spesso di oggi — troviamo anche nella lingua italiana. È il caso, ad esempio, di quei rari giornali o di quelle case editrici che tra le norme di redazione si sono date la pena di distinguere il plurale di «principio» da quello di «principe», indicandolo come «principî».

Oggi, a distanza di ventisei anni, la riforma sta per essere attuata: l’accento circonflesso sparirà da una serie di vocaboli, in un tentativo di svecchiamento e semplificazione. Ma in Francia non la stanno prendendo affatto bene.

Pedanterie grammaticali

Lo scrittore e giornalista Oliver Kamm se la prende con quelli che puntano il ditino alla minima incertezza grammaticale (sono i cosiddetti «grammar nazi» e sono tanto famosi sul web), chiamandoli «pedanti» e scrivendo sul Wall Street Journal che non hanno capito come funzionano le regole che governano le lingue: «Se lo dicono le persone, significa che è il modo corretto di parlare».

Le regole grammaticali invocate dai pedanti non sono affatto regole grammaticali. Alla meglio, sono solo convenzioni stilistiche. Un esempio potrebbe essere l’uso della doppia negazione («I can’t get no satisfaction»). Grammaticalmente ha senso, come rafforzativo. Il fatto che solitamente non usiamo le doppie negazioni di questo tipo nell’inglese standard è solo una convenzione.

Altre imposizioni tipiche dei pedanti non sono nient’altro che elementi di folklore, come la convinzione che sia sbagliato dividere un infinito o finire una frase con una preposizione. Dovremmo invece essere rilassati davanti ad una scelta del genere. Perché preoccuparsi, come fanno i pedanti, se scrivere «firstly» o «first» all’inizio di un elenco puntato? Entrambe sono corrette.

Il range di variazioni grammaticali legittime è più ampio di quanto immaginiate. Sì, puoi usare «hopefully» come avverbio andando a modificare l’intera frase; e puoi usare «they» come un generico pronome al singolare; e puoi anche dire «between you and I». I divieti dei pedanti di usare costrutti come questi non sono supportati dall’evidenza dell’uso generale.

La pedanteria è una cattiva abitudine, certo, ma è anche cattiva erudizione. Se qualcuno ti dice che «non puoi» scrivere qualcosa, chiedigli perché. Raramente otterrai una risposta che abbia senso a livello grammaticale; si tratta piuttosto di una superstizione che si portano dietro da anni.

Certo che è possibile fare errori grammaticali, di punteggiatura o di ortografia. Ma non è possibile che tutti, o almeno la maggioranza degli istruiti, sbaglino la stessa cosa. Se un’espressione è parte dell’uso generale allora è parte di una lingua.

Tutte le virgole del New Yorker

Immagine di Javier Jaén e Karen A. Racz, via The New Yorker

Immagine di Javier Jaén e Karen A. Racz, via The New Yorker

Mary Norris lavora al New Yorker dal 1978 e ha eseguito varie mansioni fino al 1993, quando è diventata uno dei copy-editor del giornale. Ovvero una di quelle persone incaricate di leggere ogni singola parola di ogni singolo articolo in cerca di errori e di conformare il testo a quelle che sono le rigidissime norme di redazione della rivista. Il che vuol dire, tra le altre cose, controllare che «sulphuric» sia scritto «sulfuric», che l’utilizzo delle maiuscole sia coerente e la punteggiatura corretta (si scriverà «light-years» o «light years»?) e che nel correggere una virgola non cambi il senso che l’autore del testo intendeva dare.

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«Elefante» è un refuso.

Giovanni-Guareschi1

Sul Foglio del lunedì di oggi è stato ripubblicato un articolo di Luigi Mascheroni uscito sul Giornale lo scorso 24 dicembre. Argomento: i refusi e la scomparsa di chi era pagato per scovarli (e stanarli): i correttori di bozze. Ma l’argomento è una scusa, astuta, per presentare un delizioso volumetto di Giovannino Guareschi, La donna elefante. Elogio del correttore di bozze, uscito per i tipi di Henry Boyle.

Giovannino canta una spassosa lode della figura del correttore di bozze, un uomo infelice, che gira per le strade e legge tutti i cartelli, le insegne, le pubblicità luminose, «sempre in affannosa ricerca di errori». Un buontempone che non si limita a correggere gli errori tipografici, «ma cambia la parola che non gli sembra appropriata, o la frase che non gli sembra abbastanza efficace»… Nei casi più gravi «cambia addirittura i finali delle novelle o imposta e risolve in altro modo i romanzi che capitano sotto la sua revisione». I più coscienziosi, quando si accorgono di non aver corretto qualche errore «si mettono vicino alla rotativa, e copia per copia, correggono a mano il refuso». E sì che i grandi scrittori, invece, sono cattivi col correttore di bozze. «Lo maltrattano sempre quando egli dimentica di segnare una virgola, ma non lo ringraziano mai quando corregge loro la parola I taglia ». E la cosa peggiore è che magari, per il grande scrittore, non è neppure un errore.

Questione di articoli e di generi.

ebola_virusMa si dice «l’ebola» o «ebola» e basta, senza l’articolo? E perché talvolta sui giornali o in rete, viene scritto il nome del virus con la lettera maiuscola («[l’]Ebola»)? Giulia Zoli prova a rispondere a questa domanda nella sua rubrica «Le correzioni» su Internazionale [n.1075, p. 14]:

L’italiano usa sempre l’articolo determinativo davanti a virus e malattie. Ma l’inglese no. E spesso le notizie sul virus ci arrivano proprio da fonti in lingua inglese. Probabilmente molti giornalisti hanno cominciato a omettere l’articolo senza nemmeno accorgersene, traducendo in fretta un comunicato o un lancio di agenzia. Poi il fatto che in poco tempo l’ebola si sia trasformato in una minaccia globale può aver rafforzato questa tendenza. Senza articolo e con la maiuscola, infatti, il virus fa ancora più paura: l’ebola è un’entità astratta, ma Ebola somiglia più a una minaccia personificata, che infatti ha un nome proprio.

Rimane solo un dubbio. Ma l’ebola è maschile o femminile? Nemmeno Zoli sembra riuscire a dare una risposta corretta. Essendo un virus, dovrebbe essere maschile. E infatti la giornalista scrive, ad un certo punto: «Il fatto che in poco tempo l’ebola si sia trasformato», declinando il verbo al maschile. Tuttavia, un paio di righe più sotto, confonde ancora le carte e scrive: «L’ebola è un’entità astratta», al femminile.*

Anche il Devoto-Oli non ha dubbi:

ebola (è-bo-la) s.m. invar. – Virus, altamente mortale, descritto in Sudan e in Congo nel 1976.

Però è anche vero che, nell’uso comune, si identifica la malattia che è causata dal virus. E la malattia è sempre al femminile, perciò potrebbe essere accettato (seppur non corretto) parlare dell’ebola come di «un’entità astratta», come fa Zoli. A meno che, per complicare le cose, non ci si riferisca all’ebola non tanto come alla malattia causata dal virus, quando ad uno dei suoi sintomi più comuni: la febbre. Anche in questo caso, dunque, si può declinare il termine al femminile.

* Su questa parte di post cancellata, è stata pubblicata una correzione.

Grammatiche paritarie

Nel programma radiofonico di Giorgio Dell’Arti Radio 1 in corpo 9 [Radio 1 Rai],  questa mattina si discuteva circa la femminilizzazione di alcuni termini che, di norma, non prevedono la declinazione al femminile (e che diventano «professora», «sindaca», «rettora»).

Partendo da un articolo di Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera [16.09.2014, p. 29] dal titolo «Professoressa e sindaca: la grammatica della parità», nel quale si dava conto di alcune regole degli atenei di Trieste e Udine «per un uso non discriminatorio dell’italiano», Dell’Arti chiedeva ai suoi ospiti un commento (qui dal minuto 38 in poi). Questo il pensiero della scrittrice e critica Elisabetta Rasy, femminista:

Dico che se tu dici: «Buongiorno ragazzi» lì devi dire: «Buongiorno ragazze e ragazzi», perché esiste la parola [ragazze]. Sulla trasformazione della parola bisogna lasciar fare al tempo. Io sono abbastanza favorevole, abbastanza d’accordo sul fatto che il suffisso -essa non sia tanto bello. Vi ricordate che Elsa Morante detestava la parola «poetessa»? Io penso che ci vorrebbe un bel neutro. E’ un vero peccato [non averlo], perché [dire] «sindaca» non è poi tanto bello.

(foto: rielaborazione da Flickr)