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Poi dice l’agenda digitale.

Con tutto il rispetto che si deve al personaggio, alla sua opera e alla sua storia, mi chiedo che senso ha pubblicare un pezzo come quello scritto oggi da Guido Ceronetti sul Corriere della Sera. L’argomento? L’aver ceduto alla tentazione di comprarsi un cellulare. Le argomentazioni? Suppergiù queste:

Quando, manovrando o più spesso inaspettatamente, leggo «Spegni» mi sento come Jean Valjean che trova finalmente l’uscita dopo la sua famosa traversata di Parigi nell’ umbra mortis delle fogne.
Nulla, dell’universo tecnologico, è assente dal cellulare. Mancarne, è crisi di astinenza. Provatevi a toglierne l’uso per una settimana a una donna giovane e apparentemente libera: una detenuta rimasta senza droga ne soffrirebbe meno.

E queste:

Di modello in modello, il cellulare degenera per la sua insaziabilità di offerta, che è insaziabilità di attrarre, di mangiare i servizi offerti in un ciclo ininterrotto di un nutrimento senza scorie di ascolti-parlati, visti-atti registrati e controllati, via via meno utili. Un nano che si sazia, sentenza Baltasar Gracián, ha fame da gigante. Il cellulare è una pulce che ha uno stomaco da elefante. Lo smartphone è un baratro senza fondo in cui l’Utente (l’essere, l’anima umana), una volta catturato, precipita senza fine.

Col solito contorno, oltre che di citazioni forbitissime come nello stile di Ceronetti, di suonerie che hanno “invaso il paesaggio sonoro delle città e delle case”: una riflessione che vorrebbe ricordate la distinzione Schafferiana tra paesaggio hi-fi e paesaggio lo-fi, solo aggiornata ai tempi del telefonino e senza uno sbocco concreto.

Ripeto: con tutto il rispetto al personaggio, alla sua opera e alla sua storia: che senso ha? Escludendo l’aspetto del pettegolezzo — o ci frega davvero che Ceronetti non abbia mai avuto un telefonino? O crediamo che nessuno dei suoi collaboratori ne abbia mai avuto uno? — rimane solo un ultimo, disperato, tentativo di difesa conservatrice di una parte dell’umanità, contro quell’altra ormai del tutto rincoglionita dal cellulare. Un discorso che, ammesso pure fosse il primo nel suo genere (ma non è così, come chiunque sa), arriva fuori tempo massimo e fa molto anni ’90, dato che già nell’occhiello dell’articolo si precisa che il modello acquistato dallo scrittore torinese non è nemmeno uno smartphone.

Poi dice l’agenda digitale, e i curriculum senza senso all’Agcom.