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C’avrei da chiedere una cosa a quelli di IL

Ho un iPad. Uno di quelli nuovissimi e dalle dimensioni ridotte. Ce l’ho da qualche settimana (l’ho preso praticamente subito, all’uscita: dovrei sentirmi nerd per questo? No: Sto scrivendo da un macbook di quelli vecchiotti, ricordate quando erano ancora neri?). E mi ci trovo benissimo. In pratica, ci sono giornate intere durante le quali, tornato a casa dal lavoro (se si torna a casa dal lavoro non solo fisicamente, ma è un’altra storia), non accendo nemmeno il computer e tutto quello che devo fare riesco a farlo agilmente dalla tavoletta. E poi sono abbonato a un paio di riviste straniere che, gratuitamente (segnatevelo: gratuitamente, potrebbe tornare utile), mettono a disposizione degli abbonati la versione per iPad e mi sembrava davvero uno spreco non poter usufruire in pieno dei miei diritti di abbonato. Poi, ovvio, ci leggo anche i giornali. Non sempre, però: soltanto quando sono troppo pigro e non riesco a passare dall’edicola: Sì, perché il bello di avere un iPad è quello di poterci leggere sopra anche il Corriere della Sera; solamente che poi il bello di leggere il Corriere della Sera (oh, è un esempio!) è anche quello di tenerlo in mano e trovarsi i polpastrelli neri a fine lettura.

Tutto questo cappello introduttivo per dire che devo fare le pulci a quelli di IL, e speriamo vivamente che mi leggano e, magari, mi rispondano pure. Perché la cosa che vi racconto ha (un bel po’) dell’assurdo. Piccola premessa: di solito IL me lo dona gentilmente qualcuno che lo riceve gratis in ufficio insieme al Sole 24 Ore. Quelle volte che non arriva, lo compro in edicola il giorno dopo al prezzo di 50 centesimi e senza l’obbligo di comprarmi anche il giornale di cui è supplemento (vedi immagine in cima al post). Però — ho pensato — ho un iPad, perché non comprare il numero sui Politecnici nell’edicola dell’App store? Detto, fatto. 2,69 euro. Stiamo scherzando, vero?

Ora, siete il supplemento di una testata nazionale. Monocle, che è Monocle ma dovreste saperlo visto che un po’ d’ispirazione la prendete anche da quelle parti, ha la prerogativa di costare più in abbonamento rispetto all’acquisto mensile in edicola. Ma loro sono snob e sono un’impresa mondiale. Voi, con tutto il rispetto per la grafica eccellente, i contenuti altalenanti, i collaboratori di peso e i premi vinti, no. Basta questo a giustificare la mia richiesta di avere una versione per iPad che costi quanto meno come quella cartacea? Certo che no, ognuno è libero di fissare i prezzi che vuole.

Vorrei però tediarvi con ancora un paio di considerazioni. Non è che la versione per iPad di IL sia veramente una versione per iPad. No, è il render grafico delle pagine cartacee, senza nemmeno il sommario cliccabile, ma con giusto una visualizzazione per sezioni che permette di muoversi all’interno del giornale. Per dire, Domus (che è Domus, non un supplemento del Corriere dello Sport) ha una versione per iPad fighissima, che costerà (al futuro, ora capirete perché) meno di quella cartacea, che è ottimizzata per il tablet (ovvio) e che, siccome è appena stata lanciata, è pure gratuita. Gratis, capito? Anche se non sei abbonato, anche se non hai acquistato il giornale di carta in edicola. Scarichi l’app e puoi leggerti gli ultimi numeri senza tirare fuori un centesimo, mi sembra fino a gennaio. Un’ottima mossa per guadagnare un lettore digitale fisso. Una di quelle idee che sulle pagine di IL dovrebbero essere celebrate.

Ora, la richiesta è ovvia. Potete spiegare ad un vostro lettore perché deve pagarvi di più per avere i pdf e poco altro sull’iPad, di quanto pagherebbe non solo il giorno dell’uscita in abbinamento al Sole, ma anche il giorno dopo in vendita singolarmente? Non sarà mica per quella storia che la notizia della morte della carta è fortemente esagerata?

Spero che apprezziate il fatto di non aver accennato alla banalità del “non avete nemmeno i costi della carta e della distribuzione”.

Ps – Già che ci sono: l’intervista ad Arbasino è bellissima. L’articolo sulle bullshits invece mi è sembrato un po’ una bullshit.

Ho letto IL, è bellissimo. Peccato per la carta.

Ho acquistato e sfogliato abbondantemente, soffermandomi sugli articoli che hanno subito incontrato il mio interesse, IL, il magazine maschile (?) de Il Sole 24 Ore, che ieri è arrivato in edicola col primo numero diretto da Christian Rocca. Siccome la notizia in rete negli ultimi giorni ha fatto un certo rumore — e non poteva essere altrimenti, dato che Rocca è personaggio ben noto a chi frequenta la blogosfera italiana — e tutti sembrano aver detto la loro, impiego qualche riga per dire anche la mia.

IL era già il miglior allegato (anche qui, come per “maschile”, metto un ?) ad un quotidiano nazionale, quindi Rocca partiva da una base solida. Migliore per molti motivi: argomenti trattati e taglio col quale li trattava, freschezza e, soprattutto, design. L’eccellente lavoro grafico del team guidato dall’art director Francesco Franchi aveva portato IL ad offrire delle copertine che immediatamente lo differenziavano da qualunque altra pubblicazione scorgevi in edicola o sugli scaffali delle riviste nelle librerie. Il fatto di essere l’unica pubblicazione italiana tra i finalisti del premio Magazine Of The Year, insomma, è più che meritato. Rocca, dalla sua, porta sicuramente un grande talento, una certa verve polemica, il gusto per i fatti nel mondo e, ultimo ma non ultimo, un valore aggiunto in termini di firme: nel suo editoriale dice di aver già arruolato Jason Howoritz del Washington Post, Sasha Issenberg da Monocle, il saggista Paul Berman e l’invitato dell’Atlantic Graeme Wood. Chapeau. La cover story di questo primo numero da lui diretto, poi, è un colpo al cuore (positivo) per tutti quelli innamorati della stampa e del giornalismo, visto che racconta il futuro (ancora lungo, a quanto pare) dell’informazione cartacea, se ne presentano alcuni esempi e si descrivono i “believers”, ovvero coloro i quali non hanno smesso di credere e ancora producono informazione di carta di un certo successo (piccola bacchettata: ma Tyler Brulé perché non è stato inserito?!).

Non trovando altri difetti nella linea editoriale (e cioè: ciascuno tratta le storie che meglio crede, e quelle trattate da IL non lo sono quasi mai su nessun’altra pubblicazione, non in Italia almeno), mi soffermerei sull’unico grande difetto, per altro condiviso con tutti gli allegati ai quotidiani nazionali e con buona parte dei settimanali: la carta. Per usare un francesismo, e non dare l’impressione che questa micro-recensione (sono costretto, per la terza volta, a mettere un ?) sia totalmente appiattita e favorevole nei confronti dell’oggetto recensito, dico che fa letteralmente schifo. E va cambiata subito, immediatamente. Dice: non è possibile, farebbe aumentare il costo del magazine, gli allegati funzionano così, vattelapesca. Rispondo: chissenefrega, provateci. Staccate il mensile dal quotidiano (non dal gruppo editoriale, semplicemente vendetelo come un prodotto autonomo), aumentate il prezzo di entrambi una volta al mese, trovate la soluzione che meglio preferite, ma cambiatela. E’ quel tipo di carta che mi fa quello che ormai ho chiamato “effetto TV Sorrisi e Canzoni”, per via del fatto che il tipo di cellulosa è identico a quello del famoso nazional-popolare: stessa consistenza al tatto, stesso odore, stessa proprietà di diventare trasparente (se non di bucarsi) quando ci sputi sopra. Non che io acquisti le riviste per sputarci sopra, sia chiaro; è solo per intendersi. La trovo un’enorme pecca, punto. E’ inutile avere il progetto grafico più bello del mondo, se poi lo si stampa su pessima carta. Lo dissi anche all’epoca del restyling di Style del Corriere della Sera (effettuato addirittura dalla Winkreative): si spendono, giustamente, soldi per fare prodotti non solo utili ma anche belli, educando così su un aspetto — quello estetico — troppo spesso sottovalutato in favore del “l’importante è il contenuto”. E poi li si incarta in pessimo modo.