Archivio tag: industria discografica

Jeff Tweedy sulla fine del disco.

Jeff Tweedy dei Wilco, dopo aver pubblicato con il figlio Spencer il disco Sukierae (dietro il moniker Tweedy), interviene sul Guardian per dire la sua sulla fine del disco. Qualcuno ascolta ancora i dischi come si faceva una volta?, si chiede. E cioè: mantenendo il rituale del passaggio tra un lato e l’altro o, come nel caso dei doppi album, del passaggio da un disco all’altro?

I understand in this day and age there might not be many people who will listen to [the album] that way, but it doesn’t matter – because I want to listen that way. I’m not a curmudgeon, a luddite or anti-modern technology doomsayer. I just want to listen to the album and have a feeling that one part ,has ended, and now I can take a little breather before I listen to the second part. Or I can listen to the second part another time. It’s a double record on vinyl, so there are three breaks like that. I wanted it to have different identities artistically and the album format allows me to do that.

An album is a journey. It has several changes of mood and gear. It invites you into its environment and tells a story. I enjoy albums, and I assume that if I enjoy them there must be others who feel the same.

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[fondo di magazzino] la gente i dischi li comprerebbe ancora, se solo voi li sapeste produrre.

Pubblico su questo sito gli appunti di un discorso che avrei dovuto tenere qualche mese fa e di cui poi non se n’è fatto più niente. Avrei potuto articolarlo meglio, avendolo interrotto nel momento in cui mi è stato detto “è saltato tutto, ci spiace”. Ma il file giaceva nella cartella delle bozze da troppo tempo, e rimetterci mano ora avrebbe significato buttare via molto di quanto scritto. E tra il cestino e il blog ho scelto il blog. Prendetelo per quello che è: una specie di fondo di magazzino. (g.m.)

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Si sente dire sempre più spesso che «la gente non compra più i dischi». Non è ovviamente vero: la gente compra ancora i dischi, altrimenti non staremmo qui a discutere. Certo è che lo fa con una frequenza immensamente inferiore rispetto a un tempo e per diversi motivi, alcuni dei quali non hanno niente a che vedere con la musica, col suo stato di salute e con la fama di cui gode. C’è da dire anche un’altra cosa: chi acquista sempre meno dischi (o non li acquista affatto) potrebbe anche non essere la stessa persona che vent’anni fa si recava regolarmente nei negozi di dischi (o non si recava affatto, perché il «una volta era diverso» è un po’ vero ma anche un po’ una storiella).
Rimane un problema: persino gli addetti ai lavori comprano meno dischi. Anche chi è professionalmente nel mondo dell’industria musicale (o nel grande indotto che questa genera) tende a spendere meno in prodotti discografici, o a sviluppare un odio generalizzato e semplificatorio verso l’industria, al quale fa da contraltare un elogio spericolato del file sharing. Tutto ciò può sembrare anche un po’ paradossale: come se un salumiere o un barista smettessero di comprare il prosciutto, o di bere caffé. Continua a leggere