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Back from the grave

hometaping

Occorre immediatamente fare argine — culturale, battagliero, quello che volete — contro il ritorno delle musicassette.

The cassette is the embodiment of planned obsolescence. Each time you play one it degrades. Bad sound gets worse. Casings crack in winter, melt in summer. Inescapably, a cassette tape unspools: It’s only destiny. Fine, death comes to us all. But just because we can anthropomorphize a gadget doesn’t give it a soul. [x]

Qualche settimana fa girando tra gli scaffali di un negozio di dischi mi è capitata sotto mano una cassetta degli Arcade Fire. Non mi sono nemmeno dato la pena di cercare in rete che razza di prodotto fosse, non valendone affatto.

Ora, capisco le micro-label che da tempo — fosse anche solo un mese, una settimana — hanno deciso di investire in una nicchia, dimostrando per altro una certa visione manageriale che in quella nicchia individua una terra da lavorare; capisco chi ne fa una questione di nostalgia e seguita a duplicare su cassetta i compact disc, o gli ellepì, o gli mp3 scaricati da internet per poter ascoltare la musica sul vecchio stereo della macchina; capisco il giovane artista che ne fa un ricco premio da regalare ai fan più cari o agli amici più stretti; capisco anche l’hipsterismo a braccetto col modernariato che ha prodotto disastri nelle sinapsi di qualche essere umano. Capisco tutto questo. Ma siamo spietati e cinici: chiunque prenda sul serio il ritorno della musicassetta sta producendo seri, serissimi, danni alla musica inondando il mercato di spazzatura della quale non si sente alcun tipo di bisogno.

Visioni miopi.

John Seabrook sul New Yorker fa una corretta – e cliccatissima – analisi sul perché la scelta di non rendere disponibile il disco di Adele 25 sui servizi di streaming è a cortissimo raggio:

Album sales are profitable, but they are not the future of the music business—streaming is. Could it be possible that the record business, pursuing a strategy of inflating sales by keeping an album off Spotify, Apple Music, or Deezer, is choosing short-term profits over long-term growth? (Perish the thought!) That would be consistent with the industry’s attitude toward its potential tech partners, going back to its failure to join forces with Napster in 2001 and killing Napster instead.

Aggiungo, se interessa: no, non ho ascoltato il disco di Adele. L’avrei fatto se fosse stato su Spotify? Probabilmente sì, è un fenomeno pop, impossibile ignorarlo. Comprerei il disco perché non posso ascoltarlo in streaming? No, non credo. Lo scaricherei in maniera illegale, giusto per dargli un’ascoltata? No, non lo faccio nemmeno con la musica che realmente mi interessa.

Come andrà a finire? Nel giro di tre-quatto mesi 25 sarà disponibile anche sui servizi in streaming, almeno per chi possiede un abbonamento — secondo un’analisi che stanno facendo in molti. È inevitabile: esaurita la spinta iniziale, le vendite fisiche non reggeranno e allora tanto varrà la pena raccogliere un po’ di soldi con lo streaming. A latere, aggiungo: 25 ha battuto il record di vendite in una settimana negli Stati Uniti, con la considerevole cifra di 3,2 milioni di copie vendute. Il record precedente lo aveva un disco degli NSYNC, No string attached. L’album uscì nel 2000, oggi nessuno si ricorda un solo passaggio. Questo per dire che c’è un rischio concreto: che non sia vincente nel breve periodo solo la scelta di non rendere 25 disponibile sui servizi di streaming, come Seabrook fa notare, ma anche il successo stesso di Adele.

Il simpatico gioco delle bolle.

apple music bubbles

Come qualche altro milione di persone l’altro giorno ho effettuato l’update del sistema operativo dell’iPhone e mi sono ritrovato installato la nuova applicazione Musica, quella che permette di accedere ad Apple Music. Ero scarsamente interessato al suo utilizzo, ma al contrario molto interessato — per vari motivi — all’aspetto industriale della cosa. Le prime impressioni dopo la sua presentazione mi avevano lasciato perplesso. Non ho poi scritto più nulla del leak del contratto dove si diceva che Apple non avrebbe pagato i detentori dei diritti durante i primi 3 mesi di prova, né delle successive proteste degli artisti, né della discesa in campo della compagna Taylor Swift né, infine, del passo indietro di Apple («Ok Taylor, ci hai convinti, paghiamo anche per il periodo di prova»).

Ho resistito un giorno poi ieri sera ho avviato il periodo di prova, cioè ho sottoscritto il rinnovo automatico al prezzo di 9,99 euro una volta passati i primi novanta giorni. E mi sono trovato catapultato in un mondo che, al primo impatto, non riesco a sentire mio e non solo per una certa complessità di fondo che qualcuno ha già evidenziato. Lasciando perdere sterili discorsi generazionali, non sono (più) abituato a condividere così tanto di quelli che sono i miei ascolti abituali. Capita che ne scriva su Facebook, pubblichi qualcosa da queste parti o twitti una segnalazione; ma riguarda una percentuale minima dei miei ascolti. L’aspetto social della musica, la smania di condivisione che pure mi prende per altre cose, non lo capisco. Chi seguo su Spotify — per la stessa logica pigra che non mi porta ad approfondire il mondo social non della musica (quello sì) ma della pura condivisione degli ascolti musicali — è quasi sempre mio amico nella vita reale: cosa mi può interessare di sapere cosa ascolta in questo periodo, se già lo so/me lo ha detto la sera prima?

È un limite mio, convengo. E non la farei troppo drastica: prima o poi mi ci abituerò. Il fatto che Apple Music prima ancora di farmi ascoltare un secondo di musica mi abbia fatto un terzo grado seppur mascherato da simpatico giochino delle bolle, nel quale mi chiedeva quale fosse il mio genere musicale preferito o, quali in un elenco i miei artisti preferiti — un tap se ti piaciucchia, due tap se adori, tieni tappato se odi — mi ha indisposto. E se avessi sbagliato a rispondere e non sarei potuto più tornare indietro? L’idea che dall’altra parte qualcuno, un algoritmo o chi per esso, pensi davvero che Lionel Richie sia uno dei miei artisti preferiti non solo mi infastidisce perché evidentemente non corrisponde al vero (con tutto il rispetto), ma trovo la stessa domanda vincolante alquanto irrispettosa dell’utente che voleva solo ascoltarsi in santa pace il disco di Taylor Swift.

Detto questo, potrebbe rimanere valido l’adagio secondo cui l’ultima volta che la Apple ha introdotto delle novità riguardanti la musica ha rivoluzionato non solo il mercato musicale, ma anche se stessa. Il fatto è che di novità sostanziali, in Apple Music, non ce ne sono. C’è il solito hype esagerato che ha intasato social network, siti web e mezzi di comunicazione in generale. Si sono affrontati discorsi che riguardano anche il futuro dell’industria musicale, e per la prima volta un’artista con un potere di negoziazione enorme si è fatta in qualche modo carico (con molti suoi interessi, ovvio) di una categoria di artisti che non hanno potere di contrattazione — e l’ha spuntata, a quanto pare. Il lancio ha generato l’ingresso di gruppi da sempre contrari alla musica digitale come gli Ac/Dc nel mondo dello streaming — di contro pare invece che Prince se ne andrà: quando qualcuno ha iniziato a dire che su Apple Music non c’era nemmeno un suo disco mentre su Spotify si trovava l’intera discografia il cane che stava dormendo si è svegliato e ha deciso di togliere tutto da tutti, per non sbagliare e/o non fare un torto a nessuno (scrive Fact che potrebbe rimanere su Tidal).
C’è della concorrenza positiva, insomma. Spotify ha 20 milioni di abbonati paganti, che è al momento ancora un buon vantaggio, e un’interfaccia/usabilità che mi sembrano migliori (e sono in buona compagnia a pensarlo). Vediamo cosa succederà.

The first cut is the deepest

Io sono il peggior utilizzatore di tecnologia che una compagnia produttrice di tecnologia possa mai avere. Per esempio non sono uno smanettone. A me interessa che la macchina funzioni, non come funziona. Quando sono davanti ad un pc, ad un telefono, ad un tablet, voglio accenderlo e iniziare a lavorare nel minor tempo possibile.

Forse per questo ho un mac. Ma anche no: perché con una frase del genere potrei iscrivermi di diritto tra coloro i quali si sentono una categoria superiore perché hanno un mac (e spesso solo per quello). A me di tutto questo non me ne può fregare di meno. Ho un mac perché funziona subito, quando lo accendo. E perché non mi ha mai dato una di quelle schermate blu che stanno tra le più grandi rotture di scatole di tutti i tempi. Ho un mac perché clicco, e funziona. Non perché devo portare a letto qualcuno la sera; né perché bisogna averlo. Nemmeno perché faccio un lavoro creativo — faccio un lavoro con un certo grado di creatività, e molte delle mie passioni richiedono un certo altro grado di creatività; ma non mi sono mai considerato un creativo, tanto meno nel senso che intendono quelli che hanno un mac.

(Per la cronaca: ho anche un iPhone e un iPad, entrambi non dell’ultimo modello e nemmeno del penultimo).

Però alla Apple — e qui scriverò una prima banalità — ho sempre riconosciuto un certo grado di pionierismo. Non particolarmente difficile da trovare, seppur sotterrato sotto quintali di marketing (ma, hey!, serve anche quello). Quando più di dieci anni fa l’azienda di Cupertino ha deciso come secondo lei sarebbe dovuto cambiare il mercato musicale, è poi riuscita a convincere tutti che quello fosse l’unico cambiamento possibile. È riuscita a convincere gli utenti, cui non pareva vero poter avere tutte le canzoni che prima stavano sui loro pesanti hard disk all’interno di un coso che aveva le dimensioni di un pacchetto di Marlboro. Ha convinto i discografici — non che fosse difficile, viste le condizioni in cui versavano — che acquistare (vabbé, concedere in licenza, ma quello si è scoperto solo dopo) dei file musicali fosse la soluzione non migliore ma certamente unica contro la pirateria, e anche l’unico modo per prendere una boccata d’aria uscendo da una stanza il cui livello di asfissia aveva raggiunto una soglia pericolosamente alta. Era una boccata d’aria d’emergenza, di quelle con cui non ci campi ma senza le quali muori; stava poi all’industria discografica trovare una soluzione alla sua crisi. Però era l’unica boccata d’aria che garantiva la sopravvivenza. Con l’operazione dell’Ipod è riuscita a consolidare persino il suo status presso il gotha del design, e a convincere il mondo economico che lì dietro c’era una grande azienda con una grande visione.

Già, la visione. Ieri la Apple ha presentato il suo nuovo servizio di streaming Apple Music, e io ho avuto l’impressione (che alcuni esperti avevano già annunciato) che per la prima volta l’azienda di Tim Cook si sia messa a rincorrere i tempi, anziché anticiparli. Apple Music è la più grande rivoluzione musicale in casa della mela dai tempi di iTunes. Ma arriva quando il mercato è già pieno e il suo leader — Spotify — ha sessanta milioni di abbonati, dei quali quindici a pagamento. Alla Apple fanno sapere di voler raggiungere i 100 milioni di abbonati, che è un numero modesto ed enorme allo stesso tempo. modesto se si pensa che la Apple parte con un enorme numero di utenti ai quali il servizio (in Italia dal 30 giugno) arriverà automaticamente e come per magia sui loro gadget; ma enorme se consideriamo che Apple Music non prenderà in considerazione il modello freemium, e cioè scaduti i tre mesi di prova (un periodo però molto lungo, bravi) o paghi la tua fee (in linea: 9.99 euro) oppure nisba.

Ma cosa offre di più Apple Music? Nulla, altrimenti non avrebbe rincorso il mercato. A meno che si voglia essere dei fan boy fino in fondo e dire che i trenta milioni di brani già presenti su iTunes sono un bacino incredibile e concorrono a formare quell’insieme che si chiama «tutta la musica che vuoi». Solo che poi all’utente interessa soprattutto la musica giusta nel posto giusto, non «milioni di canzoni da tutto il mondo» — ci saranno i Beatles?, e i Led Zeppelin che danno lo streaming in esclusiva a Spotify?, e con gli AC/DC siete riusciti nell’opera di convincimento? C’è la radio, Beats1, che già dal nome sembra una joint venture tra la Apple e la BBC (e in parte lo è, visto che il responsabile della programmazione Zane Lowe proviene proprio dall’emittente britannica). Ma davvero c’è bisogno di una radio? Uhm. C’è la funzione Connect, che vuole connettere direttamente i fan e gli artisti, anche quelli sconosciuti: sembrerebbe la novità più interessante. Poi però ci ricordiamo di due cose: la prima è Ping, lanciata dalla stessa Apple anni fa con più o meno lo stesso scopo e lasciata naufragare al suo destino (e anche nel non accanirsi contro i buchi nell’acqua sta la grandezza di un’azienda); la seconda è che piattaforme che mettono in contatto gli artisti e i fan ci sono già, e le usano sia gli uni che gli altri. Si chiamano Facebook, soprattutto. Ma in misura minore anche Twitter, Instagram. Entrando poi nello specifico ci sono Bandcamp e Reverbnation. Ci sono persino le piattaforme per il crowdfunding. E sempre Spotify mette in contatto gli artisti e i loro fan.

Come ha fatto notare l’esperta di musica e nuove tecnologie Cortney Harding in un suo post su Medium, il fatto che gli altri competitor abbiano risposto tra il bizzarro e il piccato alla presentazione di Apple Music è comunque significativo dell’entrata della mela in questo settore. Insomma, se Daniel Ek scrive «Oh, ok» in un tweet (poi rimosso) e Rdio si lancia in una parodia degli spot Apple, vuol dire che se l’obiettivo non l’hai c’entrato ci sei comunque andato vicino (sempre Harding nel suo post scrive: «Nessuno di loro si è preso la briga di twittare in modo irriverente quando è stato lanciato Tidal.»)

Però mi rimane l’impressione che queste feature non rendano granché chiaro l’obiettivo che Apple si pone e siano davvero debolucce come gamechanger. Forse è la mia visione ad essere sbagliata e sicuramente è limitante: tanto più che anche se entri in un mercato già colmo, crei concorrenza e fai (si spera) un servizio all’utente. Ma credo che là fuori disposte ad usare Apple Music ci siano più persone come me, che pagano Spotify dal primo minuto, anziché praterie di gente che ascolta la musica su YouTube e continuerà a farlo. E non la convinci ingaggiando un ‘curator’ per una radio online o promettendo rapporti diretti artista-fan che saranno tutti da dimostrare. Si sa che i rapporti abitudinari sono i più difficili da scalfire, e né Amazon Music né Google Play sono mai riusciti a surclassare iTunes per volumi di vendite e per considerazione proprio perché sono arrivati dopo, rincorrendo qualcosa che già c’era e non offrendo sostanzialmente nulla di nuovo.

Lo strano caso dei metadati musicali.

metadata

Sul Wall Street Journal David Gelernter tira fuori una questione sempre più importante per la musica all’epoca del digitale: quella della mancanza di un adeguato apparato critico. È evidente a chiunque ascolti musica tramite iTunes o Spotify la totale assenza delle informazioni che solitamente vengono fornite insieme al supporto fisico. L’ho anche scritto un paio di volte. Gelernter lamenta questa mancanza soprattutto nel campo della musica classica (che, secondo lui, è eccessivamente frammentata e frammentaria nella fruizione digitale). A ben vedere, però, il discorso può essere esteso a qualunque genere musicale:

Spotify e iTunes hanno moltissima musica classica. Ma sfortunatamente la odiano (o così sembra). Tenere insieme i quattro movimenti di una sinfonia può essere un’operazione ardua, perché l’unica unità musicale che questi siti riconoscono come valida è la ‘canzone’. Spesso non si capisce, anche osservando le piccolissime immagini che riproducono le copertine dei Cd o degli Lp, chi siano gli interpreti — questo perché, evidentemente, i musicisti di classica non sono propriamente umani — e del resto a chi interessa chi sono davvero? Spesso non si riescono ad ottenere nemmeno i più basilari dati su dove, quando e come la performance è avvenuta e la registrazione prodotta. I vuoti nelle collezioni online sono poi bizzarri. Spotify ha un sacco di registrazioni di scarsa importanza eseguite dal grande violoncellista Steven Isserlis e parecchie registrazioni delle suonate per violoncello di Brahms, molte delle quali nelle versioni di Yo-Yo Ma o Jacqueline du Pré (evidentemente qualcuno più anziano in ufficio, mentre scrollava la cenere dal suo sigaro, deve aver detto a chi si occupava del catalogo: «Questi due vendono!», e nessuno si è mai dimenticato l’ammonimento). Ma non esista una copia delle sonate di Brahms eseguite da Isserlis con il pianista Peter Evans, che di tutte quelle esistenti sono di gran lunga le migliori registrazioni.

Tralasciando per un attimo la questione sul numero e la tipologia di registrazioni presenti su Spotify — questione che non dipende, ovviamente, solo da un (pessimo) gusto arbitrario di chi inserisce i cataloghi musicali — rimane il fatto che quello dei metadati musicali nella fruizione digitale è un problema che ha una sua importanza. Tanto più se si considera che, spesso, questi dati non sono sconosciuti, ma vengono forniti dai titolari dei cataloghi delle registrazioni al momento in cui prende il via la distribuzione digitale. Purtroppo, però, non raggiungono mai l’utente finale. Esistono anche aziende — una delle più importanti è Decibel — che si preoccupano di raccogliere i dati delle registrazioni da varie fonti per poi riempire eventuali buchi che nel corso del tempo si sono accumulati all’interno dei servizi digitali. Il funzionamento è ben spiegato in questo video:

La domanda, a questo punto, è molto semplice. Posto che questi dati esistono e sono fondamentali per l’industria musicale (per fare l’esempio più lampante, senza di essi non si saprebbe a chi spettano i soldi da distribuire), sarebbe tanto difficile trovare il modo di metterli a disposizione (almeno una parte) anche agli utenti, senza obbligarli a girare tra Internet e app varie?

Poco, ma meglio di niente.

Il 20 gennaio scorso Bjork è stata costretta a pubblicare (nella sola versione digitale) il suo nuovo disco Vulnicura con un paio di mesi di anticipo sulla data d’uscita ufficiale, prevista per il 17 marzo (e ancora confermata per quanto riguarda l’edizione fisica). Questo perché improvvisamente erano apparsi i leak in rete, e dunque l’album aveva iniziato a circolare piratato. Il disco, ad oggi e a differenza di tutto il suo back-catalogue, non è disponibile su nessuna piattaforma di streaming. Il motivo — almeno stando a quanto ha dichiarato a Fast Company — è figlio di una precisa volontà dell’artista islandese: dare ancora un senso al disco acquistato. Non sembra una battaglia contro lo streaming, sul modello di quelle condotte (inutilmente) da Thom Yorke e David Byrne. Piuttosto, il tentativo — e non è l’unico: l’operazione sta prendendo un certo piede — di provare a fare con la musica quello che fa il cinema nell’epoca di Netflix: prima il film esce nelle sale, poi va in streaming.

Il discorso è suggestivo, e può avere un suo senso sia artistico che commerciale. Poiché ho investito tempo, denaro, fatica, arte e ispirazione in questo prodotto, voglio che almeno nella fase iniziale della sua vita sia promosso al meglio. Se ci pensiamo bene, non è molto differente a quello che succede anche con i libri: esce un libro e, prima che vada in offerta, deve accadere almeno una di queste cose: il libro non vende nulla, e tanto vale svenderlo; oppure passa qualche anno, il libro ha un discreto successo, viene ristampato in economica per ingolosire all’acquisto chi ancora non ha provveduto. Lo stesso, del resto, succedeva con i dischi «nei cestoni del supermercato». Mica ci trovavi le nuove uscite: ci trovavi le chiaviche, o vecchi successi (ma spesso non gli enormi successi) che aveva senso tenere in catalogo a prezzo medio.

Non sono sicuro che questa cosa funzioni. O che funzioni per tutti. Di certo, se c’è un’artista per la quale potrebbe funzionare, quell’artista è Bjork. Né troppo di nicchia da permettersi di rinunciare del tutto ad un canale distributivo; né così tanto famosa da permettersi di andarci subito — nel senso che gli U2, pur con tutte le criticità del caso e tenuto conto dell’unicità dell’operazione, hanno potuto persino regalare il loro disco in un formato che non è quello fisico ma è infinitamente più tangibile di uno streaming.

C’è poi da aggiungere, a voler essere maliziosi, che Bjork fa le date con il biglietto a 80 euro. Il che, per quanto si possa trattare di una produzione non esattamente low-budget, è di sicuro un buon viatico per guadagnare. Da persona che usa lo streaming — e paga il prezzo pieno per farlo — sono ovviamente dispiaciuto. Allo stesso tempo, non me la sento di biasimare la scelta di Bjork, che come detto ha qualche buon motivo. Mi rimane solo un dubbio, che applicherei tanto al cinema quanto alla musica: sarebbe interessante vedere di quanto aumenta la pirateria per quei dischi che hanno una finestra temporale dedicata alla vendita tradizionale (sia essa fisica o digitale), rispetto ai prodotti che vanno da subito in streaming. Perché credo che a questo punto, e soprattutto oggi e se non sei Taylor Swift, quello del «poco, ma pur sempre meglio di niente» sia un discorso che inizia a diventare irrinunciabile.

La morte della musica acquistata

Derek Thompson analizza i dati di Nielsen sulla vendita di musica negli Stati Uniti nel 2014 e dice che il mercato della musica acquistata è fondamentalmente morto:

grafico_nielsenQuasi ogni numero nella relazione annuale dell’industria musicale effettuata da Nielsen per il 2014 è preceduto da un segno negativo, inclusi quelli che si riferiscono alle vendite nelle catene (-20%), vendite totali di nuovi dischi (-14%) e vendite online di nuove canzoni (-10.3%). Solo due cose hanno il segno +: la musica ascoltata in streaming e le vendite di dischi in vinile. Da qualche parte in America, un sociologo intraprendente sta sviluppando un’interessante teoria su come l’emergere di nuove tecnologia nei media ironicamente sta amplificando il nostro interesse negli anacronismi della cultura pop.

Dunque cosa dire del vinile? Sta risorgendo, sì, da una pila di cenere. Nove milioni e duecento mila LP sono stati venduti nel 2014, più 51% su base annua, una crescita ancora più veloce di quella dello streaming video. Nove milioni è più di zero ma, commercialmente parlano, l’impatto globale sul mercato è misero. I dischi in vinile contano per il 3.5% delle vendite globali. Il mercato del CD (che è morto, ricordate) è 15 volte più grande.

The radio saved my life tonight.


Da un sondaggio condotto lo scorso novembre da Morgan Stanley (e riportato da Quartz) su un campione di 2.016 cittadini americani, emerge che la radio è ancora lo strumento più conosciuto e utilizzato per ascoltare la musica.

Graficamente, in percentuale gli interpellati hanno detto di utilizzare regolarmente i seguenti servizi:

grafico 1

Capovolgendo la questione e chiedendo agli intervistati di quali servizi non hanno mai sentito parlare, la situazione è questa:

grafico 2

Insomma, c’è ancora spazio per l’uso terapeutico del mezzo radiofonico così come lo cantavano i Bon Jovi in una loro vecchia, e piuttosto sconosciuta, canzone (vedi il video sopra).

Commenta la ricerca John McDuling:

Quasi chiunque ha almeno sentito parlare della radio, il che è confortante, dal momento che il mezzo è in circolazione da quasi un secolo (nonostante sarebbe curioso sapere se il 2% che non ha mai sentito parlare della radio sia molto giovane o molto vecchio d’età). Molte persone conoscono YouTube, Pandora e la radio satellitare Sirius. Anche Spotify sembra essere conosciuto in maniera soddisfacente, confermando il suo status di più grande servizio di streaming on-demand. Ma i suoi diretti rivali, compresi Beats, Rdio e Deezer (quest’ultimo, per essere corretti, è appena sbarcato negli Stati Uniti) rimangono piuttosto sconosciuti.

La buona notizia per i servizi di streaming è che c’è molto spazio di crescita. La loro sfida sarà quella di convincere le persone a ricominciare a pagare per la musica. Il che rappresenta una proposta completamente differente.

Vendere dischi con BitTorrent.

tomorrowMatthew Ingram su Gigaom ha fatto un po’ di conti su quanto avrebbe guadagnato Thom Yorke con il suo disco Tomorrow’s Modern Boxes, distribuito lo scorso settembre tramite la piattaforma BitTorrent.
BitTorrent in un post ha affermato che alla fine del 2014 il bundle era stato scaricato 4,4 milioni di volte. Il costo della parte a pagamento del bundle è di 6 dollari. Il che vuol dire che il disco potrebbe aver fruttato a Thom Yorke all’incirca 24 milioni di dollari (23,7 per l’esattezza), tenendo conto che la fee che trattiene BitTorrent è del 10%. La cifra, però, è del tutto teorica: il servizio Bundle di BitTorrent, infatti, permette agli artisti di costruire un pacchetto (bundle, in inglese) contenente sia materiale in free download (nel caso di Yorke, una canzone e un video) che a pagamento (l’intero album Tomorrow’s Modern Boxes). Per precisa scelta di Yorke, BitTorrent non è stato autorizzato a diffondere la cifra scorporata dei download. Ciò vuol dire che gli utenti hanno scaricato 4,4 milioni di volte il bundle, ma non si sa quanti di questi abbiano scaricato solo la parte gratuita, e quanti quella a pagamento. Partendo da questi dati, Ingram ipotizza che la cifra guadagnata da Yorke potrebbe comunque essere «intorno ai 20 milioni di dollari».

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