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Bisogno di luce perenne.

Paola Mastrocola, in una delle sue «Paginette» per la Domenica del Sole 24 Ore, discute di scrittura «internettiana» e di smània che a tutti noi prende di dover dire la nostra sui social network — o sui blog («Malati di scrittura internettiana», Il Sole 24 Ore, 25.8.2019 p. 30). Appunto qui di seguito un passaggio della sua riflessione, utile a me e a chi mi legge:

È questo bisogno di luce perenne intorno che m’incuriosisce, il bisogno di essere “seguiti”. Non riusciamo più a dire niente senza voltarci a vedere chi c’è dietro. Camminiamo con la testa perennemente voltata. Parliamo per vedere quanti ci ascoltano. Forse non ci importa nemmeno più quel che diciamo, ma solo la fila dietro, il fiammifero in più. La conseguenza è che finiamo per adeguare quel che diciamo al consenso altrui: diciamo quel che la gente vuole sentire, scriviamo i libri che la gente vuole leggere, votiamo il partito che la gente (o meglio, la “nostra” gente) vota. Seguiamo l’onda, il main stream. Il pensiero libero, originale, indipendente, per sua stessa natura, non ha seguaci. Dunque, non esiste.

Sia chiaro, a tutti fa piacere suscitare apprezzamento, ammirazione. Registrare una reazione positiva a quel che stiamo facendo, sul lavoro, per esempio. Lavoriamo meglio, se qualcuno ci dice bravo.

Ma anche lavorare e basta, senza chiedersi a chi “piace”, avrebbe un suo fascino. Anche essere non visti, non cliccati, non postati, non inoltrati. Anche l’invisibilità è un valore. Inestimabile. Andare per la propria strada, per la strada che riteniamo giusta in base ai nostri ideali, alle convinzioni che abbiamo maturato nel tempo, ai principi morali a cui abbiamo deciso di attenerci e, anche, alle nostre passioni. Così il maestro diceva a Dante: «Perché l’animo tuo tanto s’impiglia che l’andare allenti? Che ti fa ciò che quivi si pispiglia? Vien dietro a me, e lascia dir le genti; sta come torre ferma, che non crolla già mai la cima per soffiar di venti».

Uscire dai bar, la mattina, in Corso Sempione.

corso_sempione

A riprova del fatto che non è su Internet che prendono forma le idiozie più assurde, le notizie più false, il chiacciericcio più inutile, e per tranquillizzare Umberto Eco (e Michele Serra) circa il fatto che Internet non genera un bel niente e semmai amplifica (ma amplificano anche i libri, i giornali, le riviste ecc.), testimonio quanto segue.

Questa mattina, uscito dalla metropolitana, mi avviavo verso Corso Sempione a Milano per poi, da lì, raggiungere il lavoro. Notavo che tutta la circolazione era bloccata da un grande dispiegamento di forze di polizia municipale, impegnate nel duro compito di tenere a bada i pedoni sui marciapiedi e gli automobilisti e i motociclisti sulle strade che si immettono nel corso. Pensavo, tra me e me, che da lì sarebbe dovuto passare qualcuno di importante. Poi mi sono ricordato che a Milano era arrivata Michelle Obama e che, probabilmente, questa mattina sarebbe dovuta passare da Corso Sempione per uscire dalla città e raggiungere i padiglioni dell’Expo o non so che. (Più tardi ho poi scoperto che era proprio così).

Tra le tante cose che pensavo c’era che, poverina, la first lady non ha davvero un attimo di pace: se per dover attraversare una città blocca il traffico, non oso immaginare gli ostacoli nella sua vita privata quando decida di voler fare qualcosa sulla scorta del fatto di volerla fare e basta, senza dover dare giustificazioni a nessuno. Ma questo è il meno. Perché pensavo anche a Umberto Eco e alle presunte cazzate che nascerebbero e crescerebbero sui social network — la mattina, devo ammettere, non è un gran pensare il mio pensare — e mi accorgevo di una cosa. A pochissimi era chiaro che a bloccare il traffico fosse il passaggio di Michelle Obama. Per tutti gli altri, non so se per loro ignoranza della notizia o se per una questione di sintesi ahimé abusata non solo sui social network ma anche nella vita reale, era semplicemente «Obama» a costringerli a stare fermi e disciplinati sul marciapiede, sotto lo sguardo severo (ma non troppo) di una vigilessa urbana. E vi risparmio la demagogia non solo inutile, ma anche ingiustificata/ingiustificabile, che le mie orecchie han dovuto sentire sul numero di vigili urbani e poliziotti impiegati, su quante moto chiedevano strada, su quante macchine fungevano da scorta e così via. Proveniva tutta da gente che stava andando al lavoro, mica appena uscita da un bar di Corso Sempione.

foto Fototak.

Mama often told me we all got to die.

Da oggi è online Ubble, il servizio che dovrebbe calcolare la probabilità che si ha di morire nei prossimi 5 anni sulla scorta di una dozzina di domande (11 per le donne, 13 per gli uomini) relative alla propria salute e condizione fisica. Scrive l’Independent:

With predictable questions on smoking habits and history of illness, but also more nuanced inquiries about the pace of your walk, your attitude to your own health and even how many cars you own, researchers behind the new “Ubble” questionnaire said they could give 40 to 70-year-olds a mortality risk “score”, and even an alternative “Ubble age”.The scores are based on an analysis of health information from more than half a million adults in the UK, carried out by experts at the Karolinska Institutet in Sweden.
[…]
After completing the questionnaire, participants, who must be aged between 40 and 70, are given a percentage likelihood of dying in the next five years, as well as an “Ubble age”: the age at which an average person in the general population has the same five-year mortality risk.
To create the test, researchers used a statistical model that looked at 655 specific demographic, lifestyle, and health measurements that could predict death from any cause and also six specific causes. #

Fortunatamente possono partecipare solo le persone di età compresa tra i 40 e i 70 anni. Il che significa che mi rimangono ancora 8 anni prima di decidere se consegnare tutta una serie di miei dati personali — l’ennesima serie, mi verrebbe da dire — a dei perfetti sconosciuti. Che ne faranno ciò che vorranno, con in cambio la promessa di rivelarti ciò che temo, spero, non sia rivelabile.

Tic e condivisioni di riflesso.

Chinua Achebe è stato uno scrittore e critico letterario nigeriano, famoso dalle nostre parti soprattutto per il romanzo Il crollo (1958). È morto a Boston il 22 marzo 2013, due anni fa.

Negli ultimi giorni si è assistito però ad una specie di sua seconda morte. Tutto è partito dalla rete. Come ha ricostruito Joshua Benton su Neiman Lab, qualcuno per celebrare l’anniversario della sua morte ha scritto un tweet e ri-condiviso l’obituary che il New York Times aveva dedicato allo scrittore. In pochissimo tempo, Achebe è diventato trending topic su Twitter e su Facebook, con la notizia della sua morte condivisa da moltissime persone, tra cui personalità attendibili come Susan Rice, consulente per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, che in un tweet del 23 marzo (poi rimosso) parlava di «giornata triste per la Nigeria»:

First Post, che ha ricostruito tutta la storia, parla del fenomeno della «condivisione di riflesso»: si condivide senza porsi troppe domande sul contenuto di ciò che si sta condividendo, ma anzi dando per assodato che, parlandone la rete ed essendo citata una fonte autorevole come il New York Times, la notizia sia non solo affidabile, ma anche ‘fresca’. A tal proposito scrive Shirley Li sull’Atlantic:

I lettori spesso non fanno caso alla data di pubblicazione di una storia, perché non c’è associazione tra la stessa e il momento in cui la leggono. Nel passato, la gente prendeva fisicamente in mano un giornale raccogliendolo sulla porta ad una certa ora del giorno (o accendeva la TV per vedere i notiziari della notte). Oggi quelle stesse notizie vengono presentate su internet non sotto forma di titoli, ma di topic; vengono trasformate in parole chiave che a loro volta diventano hashtag. La nozione di data di pubblicazione associata a storie individuali oggi sembra datata. E dal momento che chi produce le notizie fa sempre più affidamento sui social network (soprattutto su Facebook) per farle circolare, tutto l’ecosistema delle notizie incentiva il tenere la data e l’ora di pubblicazione in qualche modo nascosta.

La conseguenza maggiore di ciò è la scomparsa di una data di scadenza per le notizie, siano esse breaking news (e dunque qualcosa di legato ad un determinato momento) o storie che possano essere letta anche fuori dal contesto temporale nel quale sono avvenute. First Post fa poi notare anche un altro aspetto che deriva da questa vicenda, e che ha a che vedere con la distrazione e i riflessi automatici dovuti all’esposizione a flussi ininterrotti di informazioni:

Siamo abbastanza certi che molte persone che hanno condiviso il link al NYT con l’obituary di Achebe abbia fatto lo stesso due anni fa, quando lo scrittore morì per davvero — e se ne sia semplicemente dimenticata. Nel flusso infinito di condoglianze via web, è molto facile perdere traccia di quelle che hai espresso nella tua timeline. E se un certo numero di persone che ricordavano che Achebe era morto due anni prima hanno ridacchiato in silenzio osservando le loro timeline, la verità è che fenomeni di questo tipo dicono qualcosa su di noi e sul moto in cui rispondiamo al flusso costante di informazioni che proviene da internet.

La ricerca della visibilità sociale

In un lunghissimo articolo di Jacob Silverman sul Guardian che affronta la questione dell’esserci o non esserci sul web — e la affronta in modo articolato, fin troppo, e anche un filino moralista, nel senso che si perde nel dare un po’ troppi giudizi senza poi arrivare alla conclusione di un suo, di giudizio — c’è spazio anche per quella tipologia di persone che stanno sui social tutto il giorno, pur senza condividere nulla. Ad un certo punto emerge anche un termine che mi riporta indietro alla fine degli anni 90, quando bazzicavo i newsgroup musicali italiani e quella parola si usava molto:

Nel web sociale, la persona che non condivide è vista come un modello superato che non può trovare posto nel nuovo spazio sociale. Se non addirittura sconnessa del tutto, quella persona non è semplicemente connessa a ciò che conta — magari ha una email, ma non un profilo Facebook, oppure sì ma non lo usa molto. (Il termine prevalente per indicare questo tipo di persona è «lurker», una vecchia parola mutuata dalle message board, leggermente peggiorativa, che descrive qualcuno che legge la board ma non pubblica mai i suoi messaggi). Non è strano chiedersi perché un amico stia su Twitter ma twitta raramente, o perché metta spesso «mi piace» sugli status degli altri in Facebook, ma non posta mai nulla. Perché non sono preoccupati di accumulare capitale sociale? Perché ancora, essere nella minoranza “tranquilla” è meglio che non esserci del tutto. Va forse peggio alla persona i cui frequenti tweet e aggiornamenti di stato non ricevono risposta alcuna. Nell’epoca dei social media, sforzarsi per cercare la visibilità e non raggiungerla è un’amara sconfitta.

L’epoca delle interruzioni

interruptionMaurizio Ferraris [La Repubblica, 18.01.2015, p. 48] racconta i problemi di quella che uno studio della University of Southern California ha definito come «l’età delle interruzioni». Essendo perennemente connessi a qualcosa — un computer, uno smartphone, qualunque device che contribuisce alla creazione dell’«internet delle cose» — interrompiamo continuamente le nostre attività per occuparci di altro, interrompendo di lì a poco anche la nuova attività e così via. Stiamo facendo un lavoro al computer e smettiamo per dare un sbirciata alla timeline di Twitter; lì, dopo qualche secondo, seguiamo un link che ci porta ad una storia: lette le prime righe siamo attratti da un messaggio ricevuto sul cellulare. Un loop di interruzioni, al termine del quale ci rimane addosso ben poco.

Secondo Ferraris, questa «interruzione universale» ha influenzato anche l’informazione: siamo allo stesso tempo tutti produttori di contenuti (via social network) e fruitori di contenuti; anche se questi non rappresentano l’informazione ma, piuttosto

un flusso di documenti, vincolanti perché scritti (scripta manent) e individualizzati, cioè rivolti solo a noi, che ci spingono all’azione (minimalmente, alla reazione: il messaggio richiede risposta, e nel farlo genera responsabilità). Il che genera un senso costante di inadeguatezza e frustrazione, ossia l’inverso speculare della condizione di pienezza e di realizzazione che si accompagna al portare a termine un progetto o un oggetto.

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Risucchiati dalla rete.

immagine via Flickr

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Jemima Kiss sui flussi incontrollabili cui la rete ci sottopone ogni giorno

Condividere dovrebbe implicare che abbiamo letto e quindi consigliamo ciò che stiamo postando, ma su Facebook questo non avviene spesso, specie con il giornalismo. Il flusso di news infinito cui siamo sottoposti non vuole che leggiamo un articolo — vuole invece che ci immergiamo nella frenetica abitudine social di scorrere, mettere like e condividere sempre maggiormente. Il news feed non è progettato per offrirci il miglior ambiente dentro il quale perderci, per dire, in un pezzo ben scritto sulla salute dell’industria nel mondo sviluppato, che ci invita a commentare e porre delle domande a chi l’ha redatto e agli esperti che hanno contribuito alla sua realizzazione.

Fruire di così tante informazioni porta ad un deficit di attenzione: più siamo immersi negli aggiornamenti e meno riusciamo a concentrarci su di essi, in una sorta di consumo frenetico e bulimico che alla fine non ci lascia nulla. Tra le capacità maggiormente danneggiate da questo fenomeno, sebbene non ce ne rendiamo sempre conto, c’è la creatività:

Dobbiamo sviluppare una nuova auto-consapevolezza che ci faccia capire quando veniamo risucchiati dalle cose, quando stiamo perdendo tempo, quando siamo manovrati da un algoritmo. È difficile capire cosa perdiamo in questa immersione, ma è fondamentale comprenderlo. Leggendo tra i migliori buoni propositi scritti per l’anno nuovo c’erano più cose da tagliare che obiettivi da raggiungere […]
Ciò che credo si perda in tutto questo rumore sono la creatività e il pensiero originale — quell’esplosione casuale, imprevedibile ed eccitante di idee che spuntano fuori quando meno te l’aspetti. E se pensiamo di essere a corto di idee creative, osservazioni e pensieri, falliamo nel voler riciclare le cianfrusaglie della rete, quando invece dovremmo costruire pensieri e opinioni che ci aiutino a navigare in questo formidabile, immenso ma anche insoddisfacente mare che abbiamo creato.

Regole di aggregazione

Giusto per smentire la completa inutilità delle liste delle cose migliori che si sono lette durante l’anno, o forse per ribadire l’antico adagio secondo cui c’è sempre un’eccezione ad ogni regola, oggi attraverso una di queste liste mi sono imbattuto in un vecchio post di Ann Friedman pubblicato sul sito della Columbia Journalism Review riguardante il lavoro di chi aggrega contenuti altrui.
Non starò qui a fare la spiegazione del motivo per cui, oggigiorno, l’aggregazione di notizie è un filtro tanto importante quanto le notizie stesse (l’ho già fatto qui); e che si può dare una linea anche mettendo insieme contenuti prodotti da altri.
Voglio solo segnalarlo — aggregarlo —, perché sono delle semplici regole che ogni tanto bisogna ricordarsi di consultare, ché dopo un po’ il rischio è quello di farsi prendere la mano e sviare dalla linea di partenza quel tanto che basta per oltrepassare il limite — e fare dell’aggregazione una violazione dei più banali diritti riservati ad autori/editori.

Oggi che tutti filtriamo link, come possiamo evitare di sfruttare chi produce i lavori che tanto amiamo? Ci sono tre semplici regole fondamentali per essere un aggregatore etico:

1. Mettere bene in evidenza la fonte, che deve essere accreditata sia allo scrittore che a chi lo ha pagato per fare questo lavoro.
2. Mettere sempre un link diretto, e non al blog dove hai pubblicato un estratto e dove è eventualmente contenuto il link.
3. Cita non più di un paragrafo. Se sei un buon aggregatore, vuoi che la gente clicchi sulla fonte per ottenere tutta la storia. Non chiamare aggregazione il copia-incolla di 8 su 12 paragrafi che costituiscono una storia — non è aggregazione, è un ristampa (non autorizzata).

Citare le fonti

wiki

Interessante l’esperimento che Giacomo Maria Arrigo ha condotto (e poi raccontato sul sito del Foglio) per capire chi — nel gioco di specchi tra giornali, siti e wikipedia — copiasse cosa:

Nel 2012 ho inserito una voce nella bibliografia di Antonio Tabucchi, un libro dal titolo Girare per le strade (Sellerio, 2012). Ebbene, non solo Wikipedia ha mantenuto la voce, ma diversi siti hanno iniziato a parlare di questo fantomatico libro. Secondo il blog collettivo “La poesia e lo spirito” si tratta di un «libro diaristico». Sul blog “Letteratitudine” di Kataweb, il portale del Gruppo Espresso, si parla «forse di una prossima uscita». Nel giornale online “UnoeTre.it” invece il libro è detto «ultimissimo». A partire dal titolo del libro fantasma, “Gruppo2009”, rivista online di arte e cultura, definisce Tabucchi un uomo «che dal viaggio prende spunto» (strano, dato che nessuno ha letto né mai potrà leggere il volume). Su Wikipedia c’è confusione. Scrive un amministratore: «Ho aggiunto la richiesta di indicare la fonte per l’ultima opera (postuma?) “Girare per le strade (Sellerio, 2012)”. Vari siti lo elencano, ma il libro non è in commercio, né è annunciato sul sito della Sellerio, né risulta altrove come di prossima uscita (in genere i libri degli autori più noti possono essere prenotati presso le principali librerie online qualche mese prima dell’uscita, ma di questo non c’è traccia)».

L’articolo prosegue con altri due casi di modifiche fantasiose di voci di persone su Wikipedia, e si conclude così:

L’esperimento è ben lungi dall’essere concluso. Il rischio evidenziato è che qualunque informazione circoli in rete potrebbe essere riportata come veritiera anche senza la benché minima fonte che lo accerti. Due più due non fa cinque, checché qualcuno lo possa asserire sul web.

(foto via flickr)

Un compleanno con i fiocchi

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Oggi è il compleanno di Brain Pickings. Per chiunque bazzichi la rete in cerca di cose interessanti da leggere — gli inglesi direbbero “something inspiring” — non può non conoscere la creatura di Maria Popova.

Nata per caso, quando decise di inviare ai colleghi dell’agenzia pubblicitaria per la quale lavorava una newsletter settimanale nella quale segnalava alcuni articoli interessanti sulla creatività sui generis scovati qua e là in rete, è finita per essere un piccolo impero culminato nell’inclusione nell’archivio digitale della Libreria del Congresso alla voce “materiale di importanza storica”. Stiamo parlando di un sito/blog da 500 mila visitatori al mese, di un profilo Twitter con 263 mila followers e di una newsletter settimanale da 150 mila iscritti.

Maria Popova ha celebrato proprio nella newsletter settimanale (inviata questa mattina presto) il settimo compleanno con le 7 cose che ha imparato in 7 anni di lettura, scrittura e vita. Come al solito, sono un qualcosa che valga la pena leggere.