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Uscire dai bar, la mattina, in Corso Sempione.

corso_sempione

A riprova del fatto che non è su Internet che prendono forma le idiozie più assurde, le notizie più false, il chiacciericcio più inutile, e per tranquillizzare Umberto Eco (e Michele Serra) circa il fatto che Internet non genera un bel niente e semmai amplifica (ma amplificano anche i libri, i giornali, le riviste ecc.), testimonio quanto segue.

Questa mattina, uscito dalla metropolitana, mi avviavo verso Corso Sempione a Milano per poi, da lì, raggiungere il lavoro. Notavo che tutta la circolazione era bloccata da un grande dispiegamento di forze di polizia municipale, impegnate nel duro compito di tenere a bada i pedoni sui marciapiedi e gli automobilisti e i motociclisti sulle strade che si immettono nel corso. Pensavo, tra me e me, che da lì sarebbe dovuto passare qualcuno di importante. Poi mi sono ricordato che a Milano era arrivata Michelle Obama e che, probabilmente, questa mattina sarebbe dovuta passare da Corso Sempione per uscire dalla città e raggiungere i padiglioni dell’Expo o non so che. (Più tardi ho poi scoperto che era proprio così).

Tra le tante cose che pensavo c’era che, poverina, la first lady non ha davvero un attimo di pace: se per dover attraversare una città blocca il traffico, non oso immaginare gli ostacoli nella sua vita privata quando decida di voler fare qualcosa sulla scorta del fatto di volerla fare e basta, senza dover dare giustificazioni a nessuno. Ma questo è il meno. Perché pensavo anche a Umberto Eco e alle presunte cazzate che nascerebbero e crescerebbero sui social network — la mattina, devo ammettere, non è un gran pensare il mio pensare — e mi accorgevo di una cosa. A pochissimi era chiaro che a bloccare il traffico fosse il passaggio di Michelle Obama. Per tutti gli altri, non so se per loro ignoranza della notizia o se per una questione di sintesi ahimé abusata non solo sui social network ma anche nella vita reale, era semplicemente «Obama» a costringerli a stare fermi e disciplinati sul marciapiede, sotto lo sguardo severo (ma non troppo) di una vigilessa urbana. E vi risparmio la demagogia non solo inutile, ma anche ingiustificata/ingiustificabile, che le mie orecchie han dovuto sentire sul numero di vigili urbani e poliziotti impiegati, su quante moto chiedevano strada, su quante macchine fungevano da scorta e così via. Proveniva tutta da gente che stava andando al lavoro, mica appena uscita da un bar di Corso Sempione.

foto Fototak.

Mama often told me we all got to die.

Da oggi è online Ubble, il servizio che dovrebbe calcolare la probabilità che si ha di morire nei prossimi 5 anni sulla scorta di una dozzina di domande (11 per le donne, 13 per gli uomini) relative alla propria salute e condizione fisica. Scrive l’Independent:

With predictable questions on smoking habits and history of illness, but also more nuanced inquiries about the pace of your walk, your attitude to your own health and even how many cars you own, researchers behind the new “Ubble” questionnaire said they could give 40 to 70-year-olds a mortality risk “score”, and even an alternative “Ubble age”.The scores are based on an analysis of health information from more than half a million adults in the UK, carried out by experts at the Karolinska Institutet in Sweden.
[…]
After completing the questionnaire, participants, who must be aged between 40 and 70, are given a percentage likelihood of dying in the next five years, as well as an “Ubble age”: the age at which an average person in the general population has the same five-year mortality risk.
To create the test, researchers used a statistical model that looked at 655 specific demographic, lifestyle, and health measurements that could predict death from any cause and also six specific causes. #

Fortunatamente possono partecipare solo le persone di età compresa tra i 40 e i 70 anni. Il che significa che mi rimangono ancora 8 anni prima di decidere se consegnare tutta una serie di miei dati personali — l’ennesima serie, mi verrebbe da dire — a dei perfetti sconosciuti. Che ne faranno ciò che vorranno, con in cambio la promessa di rivelarti ciò che temo, spero, non sia rivelabile.

Tic e condivisioni di riflesso.

Chinua Achebe è stato uno scrittore e critico letterario nigeriano, famoso dalle nostre parti soprattutto per il romanzo Il crollo (1958). È morto a Boston il 22 marzo 2013, due anni fa.

Negli ultimi giorni si è assistito però ad una specie di sua seconda morte. Tutto è partito dalla rete. Come ha ricostruito Joshua Benton su Neiman Lab, qualcuno per celebrare l’anniversario della sua morte ha scritto un tweet e ri-condiviso l’obituary che il New York Times aveva dedicato allo scrittore. In pochissimo tempo, Achebe è diventato trending topic su Twitter e su Facebook, con la notizia della sua morte condivisa da moltissime persone, tra cui personalità attendibili come Susan Rice, consulente per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, che in un tweet del 23 marzo (poi rimosso) parlava di «giornata triste per la Nigeria»:

First Post, che ha ricostruito tutta la storia, parla del fenomeno della «condivisione di riflesso»: si condivide senza porsi troppe domande sul contenuto di ciò che si sta condividendo, ma anzi dando per assodato che, parlandone la rete ed essendo citata una fonte autorevole come il New York Times, la notizia sia non solo affidabile, ma anche ‘fresca’. A tal proposito scrive Shirley Li sull’Atlantic:

I lettori spesso non fanno caso alla data di pubblicazione di una storia, perché non c’è associazione tra la stessa e il momento in cui la leggono. Nel passato, la gente prendeva fisicamente in mano un giornale raccogliendolo sulla porta ad una certa ora del giorno (o accendeva la TV per vedere i notiziari della notte). Oggi quelle stesse notizie vengono presentate su internet non sotto forma di titoli, ma di topic; vengono trasformate in parole chiave che a loro volta diventano hashtag. La nozione di data di pubblicazione associata a storie individuali oggi sembra datata. E dal momento che chi produce le notizie fa sempre più affidamento sui social network (soprattutto su Facebook) per farle circolare, tutto l’ecosistema delle notizie incentiva il tenere la data e l’ora di pubblicazione in qualche modo nascosta.

La conseguenza maggiore di ciò è la scomparsa di una data di scadenza per le notizie, siano esse breaking news (e dunque qualcosa di legato ad un determinato momento) o storie che possano essere letta anche fuori dal contesto temporale nel quale sono avvenute. First Post fa poi notare anche un altro aspetto che deriva da questa vicenda, e che ha a che vedere con la distrazione e i riflessi automatici dovuti all’esposizione a flussi ininterrotti di informazioni:

Siamo abbastanza certi che molte persone che hanno condiviso il link al NYT con l’obituary di Achebe abbia fatto lo stesso due anni fa, quando lo scrittore morì per davvero — e se ne sia semplicemente dimenticata. Nel flusso infinito di condoglianze via web, è molto facile perdere traccia di quelle che hai espresso nella tua timeline. E se un certo numero di persone che ricordavano che Achebe era morto due anni prima hanno ridacchiato in silenzio osservando le loro timeline, la verità è che fenomeni di questo tipo dicono qualcosa su di noi e sul moto in cui rispondiamo al flusso costante di informazioni che proviene da internet.

La ricerca della visibilità sociale

In un lunghissimo articolo di Jacob Silverman sul Guardian che affronta la questione dell’esserci o non esserci sul web — e la affronta in modo articolato, fin troppo, e anche un filino moralista, nel senso che si perde nel dare un po’ troppi giudizi senza poi arrivare alla conclusione di un suo, di giudizio — c’è spazio anche per quella tipologia di persone che stanno sui social tutto il giorno, pur senza condividere nulla. Ad un certo punto emerge anche un termine che mi riporta indietro alla fine degli anni 90, quando bazzicavo i newsgroup musicali italiani e quella parola si usava molto:

Nel web sociale, la persona che non condivide è vista come un modello superato che non può trovare posto nel nuovo spazio sociale. Se non addirittura sconnessa del tutto, quella persona non è semplicemente connessa a ciò che conta — magari ha una email, ma non un profilo Facebook, oppure sì ma non lo usa molto. (Il termine prevalente per indicare questo tipo di persona è «lurker», una vecchia parola mutuata dalle message board, leggermente peggiorativa, che descrive qualcuno che legge la board ma non pubblica mai i suoi messaggi). Non è strano chiedersi perché un amico stia su Twitter ma twitta raramente, o perché metta spesso «mi piace» sugli status degli altri in Facebook, ma non posta mai nulla. Perché non sono preoccupati di accumulare capitale sociale? Perché ancora, essere nella minoranza “tranquilla” è meglio che non esserci del tutto. Va forse peggio alla persona i cui frequenti tweet e aggiornamenti di stato non ricevono risposta alcuna. Nell’epoca dei social media, sforzarsi per cercare la visibilità e non raggiungerla è un’amara sconfitta.

L’epoca delle interruzioni

interruptionMaurizio Ferraris [La Repubblica, 18.01.2015, p. 48] racconta i problemi di quella che uno studio della University of Southern California ha definito come «l’età delle interruzioni». Essendo perennemente connessi a qualcosa — un computer, uno smartphone, qualunque device che contribuisce alla creazione dell’«internet delle cose» — interrompiamo continuamente le nostre attività per occuparci di altro, interrompendo di lì a poco anche la nuova attività e così via. Stiamo facendo un lavoro al computer e smettiamo per dare un sbirciata alla timeline di Twitter; lì, dopo qualche secondo, seguiamo un link che ci porta ad una storia: lette le prime righe siamo attratti da un messaggio ricevuto sul cellulare. Un loop di interruzioni, al termine del quale ci rimane addosso ben poco.

Secondo Ferraris, questa «interruzione universale» ha influenzato anche l’informazione: siamo allo stesso tempo tutti produttori di contenuti (via social network) e fruitori di contenuti; anche se questi non rappresentano l’informazione ma, piuttosto

un flusso di documenti, vincolanti perché scritti (scripta manent) e individualizzati, cioè rivolti solo a noi, che ci spingono all’azione (minimalmente, alla reazione: il messaggio richiede risposta, e nel farlo genera responsabilità). Il che genera un senso costante di inadeguatezza e frustrazione, ossia l’inverso speculare della condizione di pienezza e di realizzazione che si accompagna al portare a termine un progetto o un oggetto.

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Risucchiati dalla rete.

immagine via Flickr

immagine via Flickr

Jemima Kiss sui flussi incontrollabili cui la rete ci sottopone ogni giorno

Condividere dovrebbe implicare che abbiamo letto e quindi consigliamo ciò che stiamo postando, ma su Facebook questo non avviene spesso, specie con il giornalismo. Il flusso di news infinito cui siamo sottoposti non vuole che leggiamo un articolo — vuole invece che ci immergiamo nella frenetica abitudine social di scorrere, mettere like e condividere sempre maggiormente. Il news feed non è progettato per offrirci il miglior ambiente dentro il quale perderci, per dire, in un pezzo ben scritto sulla salute dell’industria nel mondo sviluppato, che ci invita a commentare e porre delle domande a chi l’ha redatto e agli esperti che hanno contribuito alla sua realizzazione.

Fruire di così tante informazioni porta ad un deficit di attenzione: più siamo immersi negli aggiornamenti e meno riusciamo a concentrarci su di essi, in una sorta di consumo frenetico e bulimico che alla fine non ci lascia nulla. Tra le capacità maggiormente danneggiate da questo fenomeno, sebbene non ce ne rendiamo sempre conto, c’è la creatività:

Dobbiamo sviluppare una nuova auto-consapevolezza che ci faccia capire quando veniamo risucchiati dalle cose, quando stiamo perdendo tempo, quando siamo manovrati da un algoritmo. È difficile capire cosa perdiamo in questa immersione, ma è fondamentale comprenderlo. Leggendo tra i migliori buoni propositi scritti per l’anno nuovo c’erano più cose da tagliare che obiettivi da raggiungere […]
Ciò che credo si perda in tutto questo rumore sono la creatività e il pensiero originale — quell’esplosione casuale, imprevedibile ed eccitante di idee che spuntano fuori quando meno te l’aspetti. E se pensiamo di essere a corto di idee creative, osservazioni e pensieri, falliamo nel voler riciclare le cianfrusaglie della rete, quando invece dovremmo costruire pensieri e opinioni che ci aiutino a navigare in questo formidabile, immenso ma anche insoddisfacente mare che abbiamo creato.

Regole di aggregazione

Giusto per smentire la completa inutilità delle liste delle cose migliori che si sono lette durante l’anno, o forse per ribadire l’antico adagio secondo cui c’è sempre un’eccezione ad ogni regola, oggi attraverso una di queste liste mi sono imbattuto in un vecchio post di Ann Friedman pubblicato sul sito della Columbia Journalism Review riguardante il lavoro di chi aggrega contenuti altrui.
Non starò qui a fare la spiegazione del motivo per cui, oggigiorno, l’aggregazione di notizie è un filtro tanto importante quanto le notizie stesse (l’ho già fatto qui); e che si può dare una linea anche mettendo insieme contenuti prodotti da altri.
Voglio solo segnalarlo — aggregarlo —, perché sono delle semplici regole che ogni tanto bisogna ricordarsi di consultare, ché dopo un po’ il rischio è quello di farsi prendere la mano e sviare dalla linea di partenza quel tanto che basta per oltrepassare il limite — e fare dell’aggregazione una violazione dei più banali diritti riservati ad autori/editori.

Oggi che tutti filtriamo link, come possiamo evitare di sfruttare chi produce i lavori che tanto amiamo? Ci sono tre semplici regole fondamentali per essere un aggregatore etico:

1. Mettere bene in evidenza la fonte, che deve essere accreditata sia allo scrittore che a chi lo ha pagato per fare questo lavoro.
2. Mettere sempre un link diretto, e non al blog dove hai pubblicato un estratto e dove è eventualmente contenuto il link.
3. Cita non più di un paragrafo. Se sei un buon aggregatore, vuoi che la gente clicchi sulla fonte per ottenere tutta la storia. Non chiamare aggregazione il copia-incolla di 8 su 12 paragrafi che costituiscono una storia — non è aggregazione, è un ristampa (non autorizzata).

Citare le fonti

wiki

Interessante l’esperimento che Giacomo Maria Arrigo ha condotto (e poi raccontato sul sito del Foglio) per capire chi — nel gioco di specchi tra giornali, siti e wikipedia — copiasse cosa:

Nel 2012 ho inserito una voce nella bibliografia di Antonio Tabucchi, un libro dal titolo Girare per le strade (Sellerio, 2012). Ebbene, non solo Wikipedia ha mantenuto la voce, ma diversi siti hanno iniziato a parlare di questo fantomatico libro. Secondo il blog collettivo “La poesia e lo spirito” si tratta di un «libro diaristico». Sul blog “Letteratitudine” di Kataweb, il portale del Gruppo Espresso, si parla «forse di una prossima uscita». Nel giornale online “UnoeTre.it” invece il libro è detto «ultimissimo». A partire dal titolo del libro fantasma, “Gruppo2009”, rivista online di arte e cultura, definisce Tabucchi un uomo «che dal viaggio prende spunto» (strano, dato che nessuno ha letto né mai potrà leggere il volume). Su Wikipedia c’è confusione. Scrive un amministratore: «Ho aggiunto la richiesta di indicare la fonte per l’ultima opera (postuma?) “Girare per le strade (Sellerio, 2012)”. Vari siti lo elencano, ma il libro non è in commercio, né è annunciato sul sito della Sellerio, né risulta altrove come di prossima uscita (in genere i libri degli autori più noti possono essere prenotati presso le principali librerie online qualche mese prima dell’uscita, ma di questo non c’è traccia)».

L’articolo prosegue con altri due casi di modifiche fantasiose di voci di persone su Wikipedia, e si conclude così:

L’esperimento è ben lungi dall’essere concluso. Il rischio evidenziato è che qualunque informazione circoli in rete potrebbe essere riportata come veritiera anche senza la benché minima fonte che lo accerti. Due più due non fa cinque, checché qualcuno lo possa asserire sul web.

(foto via flickr)

Un compleanno con i fiocchi

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Oggi è il compleanno di Brain Pickings. Per chiunque bazzichi la rete in cerca di cose interessanti da leggere — gli inglesi direbbero “something inspiring” — non può non conoscere la creatura di Maria Popova.

Nata per caso, quando decise di inviare ai colleghi dell’agenzia pubblicitaria per la quale lavorava una newsletter settimanale nella quale segnalava alcuni articoli interessanti sulla creatività sui generis scovati qua e là in rete, è finita per essere un piccolo impero culminato nell’inclusione nell’archivio digitale della Libreria del Congresso alla voce “materiale di importanza storica”. Stiamo parlando di un sito/blog da 500 mila visitatori al mese, di un profilo Twitter con 263 mila followers e di una newsletter settimanale da 150 mila iscritti.

Maria Popova ha celebrato proprio nella newsletter settimanale (inviata questa mattina presto) il settimo compleanno con le 7 cose che ha imparato in 7 anni di lettura, scrittura e vita. Come al solito, sono un qualcosa che valga la pena leggere.

Due o tre cose sulla mail-intervista a Gianroberto Casaleggio.

Ci sono molte cose che si possono dire dell’intervista che Gianroberto Casaleggio ha rilasciato a Serena Danna e che è stata pubblicata stamattina su La Lettura, l’inserto domenicale del Corriere della Sera. Per prima cosa, l’intervista è alquanto anomala, soprattutto per chi si presenta come paladino di una “nuova” democrazia, non importa nemmeno sotto che forma. Infatti la conversazione è stata fatta via mail, probabilmente perché è l’unico modo per farla accettare al (tecno?) guru. Ma un’intervista condotta via mail — via, non sono io a doverlo insegnare — è un’intervista monca: manca la dinamica del parlato e manca, soprattutto, la possibilità di controbattere. Per correttezza, un boxino avvisava della cosa, sebbene molte righe dopo l’introduzione gloriosa sulla figura di Casaleggio:

le domande sono state spedite alla fine di maggio, prima del voto amministrativo che ha segnato un ridimensionamento del Movimento. […] Casaleggio ha risposto a tutte le domande de «La Lettura» via mail. Giovedì mattina, 20 giugno, una conversazione telefonica ci ha restituito qualche dettaglio sulla fase delicata del Movimento

Seguono dettagli. Quindi, ricapitolando: Casaleggio ci ha messo quasi un mese a rispondere, via mail, a dei quesiti posti da una giornalista che avrebbero formato il corpo della sua «prima intervista italiana». Qualsiasi altro personaggio ci avrebbe messo meno, oppure si sarebbe beccato un vaffa (il riferimento è tutto men che ironico) dal giornalista. Però è comprensibile come lo scoop — per altro stranamente poco annunciato — abbia giustificato, ancora una volta, i modi di fare del personaggio in questione.

La risposta ai quesiti, abbiamo letto, è stata data via mail in quasi un mese di tempo. Ad essere maliziosi e unire i puntini, viene il sospetto che la forma della mail sia l’unica che permette a Casaleggio di controllare il testo prima di dare l’imprimatur. Il sospetto e i punti da unire? Eccolo: in tutte le risposte alle domande il M5S è indicato o nella sua forma abbreviata (M5S, appunto) o in quella che graficamente si rifà al simbolo e che è costantemente usata dai parlamentari (ops: cittadini) e dai giornalisti, blogger e personaggi molto vicini al movimento stesso, e cioè «MoVimento». Che invece appare nella sua versione grafica standard («movimento») nel boxino redazionale cui ho fatto riferimento sopra e che, a questo punto, è l’unica parte che non è stata sottoposta a controllo preventivo da parte di Casaleggio stesso.

Questi i preamboli. Ma l’intervista cosa dice? Un concentrato del Casaleggio-pensiero ormai già noto a tutti. Si parte con una definizione di «democrazia diretta» allargata non solo alle consultazioni diretta ma anche ad una non meglio precisata «centralità del cittadino nella società». Ma il cittadino è centrale nella società in qualunque tipo di democrazia liberale moderna, con o senza il coinvolgimento del digitale. Inoltre, se proprio si vuole essere pignoli, non è che la centralità del cittadino applicata al Movimento 5 Stelle abbia finora dato grandi risultati: i numeri di partecipazione alle ormai famose Quirinarie (ma anche agli episodi di epurazione di parlamentari eletti) sono sotto gli occhi di tutti, e ben al di sotto di qualunque pessima previsione che un portatore di democrazia digitale abbia mai effettuato.

L’idea poi di democrazia che ha in mente Casaleggio, e per la proprietà transitiva quindi anche Grillo, è quanto meno dubbia. Tra le proposte fatte affinché «la politica del futuro sarà fatta dai cittadini senza intermediazione dei partiti» vi sono:

il referendum propositivo senza quorum, l’obbligatorietà della discussione parlamentare delle leggi di iniziativa popolare, l’elezione diretta del candidato che dev’essere residente nel collegio dove si presenta, l’abolizione del voto segreto, l’introduzione del vincolo di mandato.

Di tutta l’intervista, direi che è questa la parte più importante. Al di là di ovvie sparate tipiche dei movimenti che si fanno setta per auto-proclamazione di un guru (e questo sembra essere decisamente il caso), come l’abolizione del voto segreto, vi sono elementi che fanno discutere chiunque abbia a cuore il concetto di democrazia. Tra tutti, l’introduzione del vincolo di mandato. E cioè quella cosa per cui da una parte si cancellerebbero i voltagabbana, quelli che vengono eletti nelle file di un partito e poi si ritrovano tutti felicemente a pascolare nel gruppo misto se non, peggio ancora, in formazioni e gruppi parlamentari creati ex post rispetto alle elezioni. Tuttavia, questo, sarebbe il male minore. Perché l’abolizione del vincolo di mandato è stata un riforma fondamentale per impedire che i parlamentari fossero obbligati a condividere, quanto meno numericamente e nei rapporti di forza in Parlamento, eventuali deliri portati avanti dai loro gruppi politici di riferimento (do you remember fascismo?). L’assenza di vincolo di mandato è scritta nella nostra Costituzione, all’art. 67. Evidentemente per Casaleggio, Grillo e i loro gonzi ci sono parti di Costituzione che val la pena modificare, magari con l’appoggio degli illustri giuristi e costituzionalisti usa e getta. Peccato che, quasi sempre, siano le parti che invece andrebbero difese maggiormente.

Altro aspetto interessante: il referendum propositivo senza quorum. Che è l’emanazione diretta delle decisioni prese dai quattro gatti (vedi le quirinarie e le epurazioni cui ho fatto riferimento sopra), applicate su scala nazionale e — si badi bene — al di fuori della rete e con i metodi dei referendum tradizionali. Tradotto: chiunque sia in grado di raccogliere firme potrebbe portare avanti referendum propositivi (e perché non anche quelli abrogativi, a questo punto?) che non necessiterebbero del quorum. Un incubo più che una democrazia. Stesso discorso per l’obbligatorietà della discussone parlamentare delle leggi popolari. Questo è il proseguo dell’applicazione del tribunale del popolo che giudica i parlamentari dissidenti. In questo caso il popolo si fa promotore delle leggi e queste devono essere — tutte, senza distinzione — quanto meno discusse. Altro bell’esempio di democrazia.

Non male nemmeno l’autodifesa, un po’ da coda di paglia se si pensa che la risposta è stata data prima della debacle del M5S alle amministrative, dei fallimenti cui il movimento è andato incontro nei primi mesi di vita parlamentare:

tutto quello che è successo, compresa la chiusura a riccio del Sistema [sic!] per mantenere lo status quo e l’inesperienza dei neoparlamentari [sic! mai ‘cittadini’], era prevedibile, tranne l’attacco mediatico senza precedenti per l’Italia repubblicana, spaventoso, verso un nuovo movimento politico da parte dei giornali e delle televisioni

Al di là della facile retorica della ‘previsione’, tipica dei guru autoproclamatisi tali, perché un guru è colui che dice di prevedere (e il fake-guru è quello che lo dice di sé), forse bisognerebbe ricordare a Casaleggio che: 1) la critica mediatica al movimento è l’azione uguale e contraria alle critiche del movimento verso il mondo mediatico, trattato spesso alla stregua di un mondo di lebbrosi; 2) nella retromania è stato teorizzato che i movimenti si ripetono ciclicamente ogni vent’anni, e proprio vent’anni fa ci fu un altro uomo politico che subì — questa volta davvero — una delle più grandi aggressioni mediatiche (e giudiziarie) della storia dell’Italia repubblicana. Quell’uomo, ancora sulla graticola, si chiama Silvio Berlusconi.

Quando il discorso si sposta dalla politica, o comunque dai discorsi macro-politici come quelli affrontati sopra, si entra maggiormente nel dettaglio delle tecnologie. Val la pena citare il Casaleggio-pensiero circa la traslazione della discussione come sale della democrazia da un tipo di dibattito tradizionale a quello in rete:

le discussioni e i confronti in Rete sono continui attraverso i forum, le chat, i social media in una dimensione inimmaginabile prima nel mondo reale, e ciò avviene tra persone che vivono in ogni parte del pianeta.

Nulla di nuovo sotto il sole. Si ripete sempre che la Rete non è nient’altro che la vita reale su scala enormemente più grande. Azzarderemmo quasi la globalizzazione estrema della vita reale. Dunque, quale sarebbe la portata innovativa? Casaleggio non lo dice. Così come non dice altre due cose: la prima, che l’allargamento della discussione porta con sé anche un allargamento del dissenso, che solitamente è trattato da Grillo alla stregua di «trolls» [sic!] mandati chissà da chi. Secondo: forum e chat fanno tanto una Rete di fine anni ’90, roba di 15 anni fa. Oggi è il tempo dei social network, quelli che da Grillo non sono usati nell’accezione più sociale e nobile del termine, come fa notare la stessa Danna in una successiva domanda (e come aveva fatto notare anche Massimo Mantellini, in una declinazione dei social network applicati al marketing):

la presenza sui social media del M5S appare poco social: Beppe Grillo segue e ritwitta solo affiliati del movimento e non risponde mai su Twitter…

Il resto dell’intervista appare più come un cazzeggio tecnologico con roba vecchia di almeno 30 anni («nel 1983 partecipai a Stoccolma a una conferenza sui “sistemi esperti”»), apologie di personaggi alquanto ambigui, almeno a detta di chi scrive («Ho un’ottima opinione di Assange. Ha rischiato e si è posto contro poteri enormi»; avesse risposto prima avremmo avuto anche una sua autorevole opinione su Prism), e ridimensionamento di alcune sue produzioni video tra il tecnologico e il catastrofico come i celebri Gaia e Prometeus («Un gioco [riferito alla data di nascita di un supposto ‘governo mondiale’ prevista per il 14 agosto del 2054, ovvero a cent’anni esatti dalla nascita di Casaleggio stesso], come è stato un gioco la creazione del video»). Distinzione tra copyright e copyleft ad uso e consumo del lettore domenicale del corrierone, rischi privacy («reali», secondo Casaleggio) e confronti con esperienze di partecipazione web americane.

La sensazione maggiore che emerge dalla lettura dell’intervista è che siamo di fronte ad un furbacchione di tre cotte, come si dice. Ad un imprenditore della Rete ormai cresciutello, non passabile di essere parte della generazione delle start-up, che si è creato una piattaforma (anzi «il termine esatto è applicazione, più che piattaforma») per la gestione di questa sua idea di democrazia digitale. E che abbia messo in piedi un movimento con Grillo per farla testare a dei gonzi, scelti accuratamente tra elettori e parlamentari. Questa applicazione è spiegata con i linguaggio dell’uomo di marketing e venditore:

il software utilizzato consentirà ai parlamentari [sic! in questo caso non sono più cittadini] di presentare in anteprima le loro proposte di legge agli iscritti che potranno integrarle, commentarle, “complementarle” [sic!] entro un periodo determinato; inoltre in un futuro gli iscritti avranno anche la possibilità di suggerire nuove proposte di legge ai parlamentari.

Non una parola, infine, sulla gestione spericolata di alcune sue aziende passate così come è stata denunciata, proprio in Rete, da alcuni suoi ex dipendenti. Solo una frase in risposta alla domanda sul peggior errore da lui commesso, che cristallizza Gianroberto Casaleggio nel guru perfetto di un’Italia ormai sempre più smarrita nei meandri di una crisi che, oltre che economica, è culturale e soprattutto politica:

la mia vita è piena di errori, scegliere è molto difficile.

Chapeau.