Due o tre cose sulla mail-intervista a Gianroberto Casaleggio.

Ci sono molte cose che si possono dire dell’intervista che Gianroberto Casaleggio ha rilasciato a Serena Danna e che è stata pubblicata stamattina su La Lettura, l’inserto domenicale del Corriere della Sera. Per prima cosa, l’intervista è alquanto anomala, soprattutto per chi si presenta come paladino di una “nuova” democrazia, non importa nemmeno sotto che forma. Infatti la conversazione è stata fatta via mail, probabilmente perché è l’unico modo per farla accettare al (tecno?) guru. Ma un’intervista condotta via mail — via, non sono io a doverlo insegnare — è un’intervista monca: manca la dinamica del parlato e manca, soprattutto, la possibilità di controbattere. Per correttezza, un boxino avvisava della cosa, sebbene molte righe dopo l’introduzione gloriosa sulla figura di Casaleggio:

le domande sono state spedite alla fine di maggio, prima del voto amministrativo che ha segnato un ridimensionamento del Movimento. […] Casaleggio ha risposto a tutte le domande de «La Lettura» via mail. Giovedì mattina, 20 giugno, una conversazione telefonica ci ha restituito qualche dettaglio sulla fase delicata del Movimento

Seguono dettagli. Quindi, ricapitolando: Casaleggio ci ha messo quasi un mese a rispondere, via mail, a dei quesiti posti da una giornalista che avrebbero formato il corpo della sua «prima intervista italiana». Qualsiasi altro personaggio ci avrebbe messo meno, oppure si sarebbe beccato un vaffa (il riferimento è tutto men che ironico) dal giornalista. Però è comprensibile come lo scoop — per altro stranamente poco annunciato — abbia giustificato, ancora una volta, i modi di fare del personaggio in questione.

La risposta ai quesiti, abbiamo letto, è stata data via mail in quasi un mese di tempo. Ad essere maliziosi e unire i puntini, viene il sospetto che la forma della mail sia l’unica che permette a Casaleggio di controllare il testo prima di dare l’imprimatur. Il sospetto e i punti da unire? Eccolo: in tutte le risposte alle domande il M5S è indicato o nella sua forma abbreviata (M5S, appunto) o in quella che graficamente si rifà al simbolo e che è costantemente usata dai parlamentari (ops: cittadini) e dai giornalisti, blogger e personaggi molto vicini al movimento stesso, e cioè «MoVimento». Che invece appare nella sua versione grafica standard («movimento») nel boxino redazionale cui ho fatto riferimento sopra e che, a questo punto, è l’unica parte che non è stata sottoposta a controllo preventivo da parte di Casaleggio stesso.

Questi i preamboli. Ma l’intervista cosa dice? Un concentrato del Casaleggio-pensiero ormai già noto a tutti. Si parte con una definizione di «democrazia diretta» allargata non solo alle consultazioni diretta ma anche ad una non meglio precisata «centralità del cittadino nella società». Ma il cittadino è centrale nella società in qualunque tipo di democrazia liberale moderna, con o senza il coinvolgimento del digitale. Inoltre, se proprio si vuole essere pignoli, non è che la centralità del cittadino applicata al Movimento 5 Stelle abbia finora dato grandi risultati: i numeri di partecipazione alle ormai famose Quirinarie (ma anche agli episodi di epurazione di parlamentari eletti) sono sotto gli occhi di tutti, e ben al di sotto di qualunque pessima previsione che un portatore di democrazia digitale abbia mai effettuato.

L’idea poi di democrazia che ha in mente Casaleggio, e per la proprietà transitiva quindi anche Grillo, è quanto meno dubbia. Tra le proposte fatte affinché «la politica del futuro sarà fatta dai cittadini senza intermediazione dei partiti» vi sono:

il referendum propositivo senza quorum, l’obbligatorietà della discussione parlamentare delle leggi di iniziativa popolare, l’elezione diretta del candidato che dev’essere residente nel collegio dove si presenta, l’abolizione del voto segreto, l’introduzione del vincolo di mandato.

Di tutta l’intervista, direi che è questa la parte più importante. Al di là di ovvie sparate tipiche dei movimenti che si fanno setta per auto-proclamazione di un guru (e questo sembra essere decisamente il caso), come l’abolizione del voto segreto, vi sono elementi che fanno discutere chiunque abbia a cuore il concetto di democrazia. Tra tutti, l’introduzione del vincolo di mandato. E cioè quella cosa per cui da una parte si cancellerebbero i voltagabbana, quelli che vengono eletti nelle file di un partito e poi si ritrovano tutti felicemente a pascolare nel gruppo misto se non, peggio ancora, in formazioni e gruppi parlamentari creati ex post rispetto alle elezioni. Tuttavia, questo, sarebbe il male minore. Perché l’abolizione del vincolo di mandato è stata un riforma fondamentale per impedire che i parlamentari fossero obbligati a condividere, quanto meno numericamente e nei rapporti di forza in Parlamento, eventuali deliri portati avanti dai loro gruppi politici di riferimento (do you remember fascismo?). L’assenza di vincolo di mandato è scritta nella nostra Costituzione, all’art. 67. Evidentemente per Casaleggio, Grillo e i loro gonzi ci sono parti di Costituzione che val la pena modificare, magari con l’appoggio degli illustri giuristi e costituzionalisti usa e getta. Peccato che, quasi sempre, siano le parti che invece andrebbero difese maggiormente.

Altro aspetto interessante: il referendum propositivo senza quorum. Che è l’emanazione diretta delle decisioni prese dai quattro gatti (vedi le quirinarie e le epurazioni cui ho fatto riferimento sopra), applicate su scala nazionale e — si badi bene — al di fuori della rete e con i metodi dei referendum tradizionali. Tradotto: chiunque sia in grado di raccogliere firme potrebbe portare avanti referendum propositivi (e perché non anche quelli abrogativi, a questo punto?) che non necessiterebbero del quorum. Un incubo più che una democrazia. Stesso discorso per l’obbligatorietà della discussone parlamentare delle leggi popolari. Questo è il proseguo dell’applicazione del tribunale del popolo che giudica i parlamentari dissidenti. In questo caso il popolo si fa promotore delle leggi e queste devono essere — tutte, senza distinzione — quanto meno discusse. Altro bell’esempio di democrazia.

Non male nemmeno l’autodifesa, un po’ da coda di paglia se si pensa che la risposta è stata data prima della debacle del M5S alle amministrative, dei fallimenti cui il movimento è andato incontro nei primi mesi di vita parlamentare:

tutto quello che è successo, compresa la chiusura a riccio del Sistema [sic!] per mantenere lo status quo e l’inesperienza dei neoparlamentari [sic! mai ‘cittadini’], era prevedibile, tranne l’attacco mediatico senza precedenti per l’Italia repubblicana, spaventoso, verso un nuovo movimento politico da parte dei giornali e delle televisioni

Al di là della facile retorica della ‘previsione’, tipica dei guru autoproclamatisi tali, perché un guru è colui che dice di prevedere (e il fake-guru è quello che lo dice di sé), forse bisognerebbe ricordare a Casaleggio che: 1) la critica mediatica al movimento è l’azione uguale e contraria alle critiche del movimento verso il mondo mediatico, trattato spesso alla stregua di un mondo di lebbrosi; 2) nella retromania è stato teorizzato che i movimenti si ripetono ciclicamente ogni vent’anni, e proprio vent’anni fa ci fu un altro uomo politico che subì — questa volta davvero — una delle più grandi aggressioni mediatiche (e giudiziarie) della storia dell’Italia repubblicana. Quell’uomo, ancora sulla graticola, si chiama Silvio Berlusconi.

Quando il discorso si sposta dalla politica, o comunque dai discorsi macro-politici come quelli affrontati sopra, si entra maggiormente nel dettaglio delle tecnologie. Val la pena citare il Casaleggio-pensiero circa la traslazione della discussione come sale della democrazia da un tipo di dibattito tradizionale a quello in rete:

le discussioni e i confronti in Rete sono continui attraverso i forum, le chat, i social media in una dimensione inimmaginabile prima nel mondo reale, e ciò avviene tra persone che vivono in ogni parte del pianeta.

Nulla di nuovo sotto il sole. Si ripete sempre che la Rete non è nient’altro che la vita reale su scala enormemente più grande. Azzarderemmo quasi la globalizzazione estrema della vita reale. Dunque, quale sarebbe la portata innovativa? Casaleggio non lo dice. Così come non dice altre due cose: la prima, che l’allargamento della discussione porta con sé anche un allargamento del dissenso, che solitamente è trattato da Grillo alla stregua di «trolls» [sic!] mandati chissà da chi. Secondo: forum e chat fanno tanto una Rete di fine anni ’90, roba di 15 anni fa. Oggi è il tempo dei social network, quelli che da Grillo non sono usati nell’accezione più sociale e nobile del termine, come fa notare la stessa Danna in una successiva domanda (e come aveva fatto notare anche Massimo Mantellini, in una declinazione dei social network applicati al marketing):

la presenza sui social media del M5S appare poco social: Beppe Grillo segue e ritwitta solo affiliati del movimento e non risponde mai su Twitter…

Il resto dell’intervista appare più come un cazzeggio tecnologico con roba vecchia di almeno 30 anni («nel 1983 partecipai a Stoccolma a una conferenza sui “sistemi esperti”»), apologie di personaggi alquanto ambigui, almeno a detta di chi scrive («Ho un’ottima opinione di Assange. Ha rischiato e si è posto contro poteri enormi»; avesse risposto prima avremmo avuto anche una sua autorevole opinione su Prism), e ridimensionamento di alcune sue produzioni video tra il tecnologico e il catastrofico come i celebri Gaia e Prometeus («Un gioco [riferito alla data di nascita di un supposto ‘governo mondiale’ prevista per il 14 agosto del 2054, ovvero a cent’anni esatti dalla nascita di Casaleggio stesso], come è stato un gioco la creazione del video»). Distinzione tra copyright e copyleft ad uso e consumo del lettore domenicale del corrierone, rischi privacy («reali», secondo Casaleggio) e confronti con esperienze di partecipazione web americane.

La sensazione maggiore che emerge dalla lettura dell’intervista è che siamo di fronte ad un furbacchione di tre cotte, come si dice. Ad un imprenditore della Rete ormai cresciutello, non passabile di essere parte della generazione delle start-up, che si è creato una piattaforma (anzi «il termine esatto è applicazione, più che piattaforma») per la gestione di questa sua idea di democrazia digitale. E che abbia messo in piedi un movimento con Grillo per farla testare a dei gonzi, scelti accuratamente tra elettori e parlamentari. Questa applicazione è spiegata con i linguaggio dell’uomo di marketing e venditore:

il software utilizzato consentirà ai parlamentari [sic! in questo caso non sono più cittadini] di presentare in anteprima le loro proposte di legge agli iscritti che potranno integrarle, commentarle, “complementarle” [sic!] entro un periodo determinato; inoltre in un futuro gli iscritti avranno anche la possibilità di suggerire nuove proposte di legge ai parlamentari.

Non una parola, infine, sulla gestione spericolata di alcune sue aziende passate così come è stata denunciata, proprio in Rete, da alcuni suoi ex dipendenti. Solo una frase in risposta alla domanda sul peggior errore da lui commesso, che cristallizza Gianroberto Casaleggio nel guru perfetto di un’Italia ormai sempre più smarrita nei meandri di una crisi che, oltre che economica, è culturale e soprattutto politica:

la mia vita è piena di errori, scegliere è molto difficile.

Chapeau.

Arrotondare eticamente gli angoli (e perdere i processi).

E così pare che, almeno in questo primo grado di giudizio, Samsung abbia copiato almeno tre brevetti di Apple. L’ha stabilito la giuria popolare riunita per tre giorni in camera di consiglio in California, a San Jose.

Questo al momento dice la giustizia  — si attende il ricorso che Samsung ha annunciato: potrebbe anche ribaltare il verdetto. In rete, invece, adesso riprenderà la guerra tra le due bande contrapposte: utenti Apple contro utenti Samsung. I primi visti come dei pecoroni pronti a bersi qualunque nuova novità sforni l’azienda di Cupertino dai secondi, a loro volta accusati dai fan della mela di essere una versione 3.0 del vecchio smanettone informatico, cui piace sempre infilare il naso in ogni tipo di architettura hardware e software e crede di essere libero nelle grinfie di mamma Google, oltre che copione — io, io non faccio testo: non ho né iPhone, né iPad né Android, dal quale per inciso mi tengo a debita distanza perché a me le cose interessano quando funzionano, non quando riesco a capire come sono costruite. E poi mi piacciono disegnate bene, possibilmente disegnate bene e per prime, non quando ti appiccicano addosso lo status di rancoroso esponente del software libero. Tra l’altro, a me il telefono deve stare in tasca o, in alternativa, non occupare troppo spazio in borsa; avete invece presente certe ciabatte con installato sopra il robottino verde? Sembrano dei piccoli tavolini senza gambe. E poi, e poi — in fundo senza essere dulcis — ho un BlackBerry: secondo il luogo comune (mai smentito) per lavorare è il massimo.

A caldo, però, le due bande di cui sopra tengano presente una cosa: per quale motivo, mi chiedo, un’azienda debba copiare i prodotti di un’altra e sperare di farla franca, per giunta vendendosi come “alternativa” portatrice di un’etica sana, a dispetto dei cattivi che, però, vincono i processi? Voglio dire: persino una giuria popolare, campione rappresentativo dell’utenza media, è riuscita a capire che il problema non è che entrambi i dispositivi siano rettangolari, come moltissimi altri dispositivi (in effetti, farli tondi non avrebbe molto senso). No, il problema è che uno lo era prima dell’altro, con gli angoli arrotondati prima che li arrotondasse anche l’altro, e con lo schermo di una dimensione che poi l’altro ha fatto sua. Ed era rettangolare, arrotondato e con lo schermo grande così prima di tutti, quando in rete gli esponenti ora equamente divisi tra le due fazioni dicevano: “non funzionerà mai”.

I nuovi (finti) parametri della discografia

C’era una pagina pubblicitaria stamattina sul Corriere della Sera (e non ho motivi per pensare che non stesse anche sugli altri 4-5 maggiori quotidiani nazionali) molto interessante per capire i parametri con i quali la discografia, attualmente, basa il successo o meno di un’artista.

Una volta questi parametri erano il numero di dischi venduti, che portava a traguardi quali il disco d’oro o di platino, oltre ai passaggi radiofonici e televisivi che costituivano la principale forma di promozione per un artista, nonché un metro di misura della sua visibilità e quindi del suo successo. Erano i tempi in cui le etichette discografiche investivano, più o meno coraggiosamente, su giovani proposte, cercando di trasformarle in fenomeni musicali redditizi. Si dice che una volta c’era più qualità; il che, forse, è vero ma solo fino a un certo punto. Semmai si osava di più, e i ricavi delle operazioni più redditizie erano meglio investiti alla ricerca di nuovi talenti, ricerca condotta da parte di persone (i talent scout, ricordate?) con una certa predisposizione artistica i cui risultati erano affidati a direttori artistici che non facevano prevalere l’aspetto manageriale sul resto. Tanto che le maggiori etichette di allora (che nel frattempo sono state inglobate nei quattro grandi gruppi attualmente sul mercato) spesso avevano una sotto-etichetta o un particolare catalogo destinato alla produzione più “artistica”. Una specie di anticamera per gli artisti più promettenti, ma con meno appeal commerciale. Artisti che avevano un loro pubblico, distante sì da quello delle grandi manifestazioni canore, delle radio e delle tv, ma che comunque costituiva una buona fetta di mercato. Una volta.

Ora il numero di dischi da vendere per conquistare il disco di platino è diminuito, i passaggi radiofonici sono minati dall’economia musicale del web — che ha ampliato i canali di diffusione — e quelli televisivi sono cambiati radicalmente: se prima c’era il videoclip, adesso ci sono programmi televisivi che non servono più alla promozione di un artista ma alla sua formazione. I talent scout sono stati quindi sostituiti dal televoto. L’industria musicale non basa più le sue scelte su intuizioni artistico-discografiche-commerciali (sì, anche commerciali: nessuno fa beneficenza), ma semmai si fa dettare l’agenda dal pubblico. I discografici preferiscono mettere sul piatto una certa cifra, rappresentata magari da un contratto discografico della durata variabile, e aspettare che sia il pubblico (il consumatore finale) ad indicare su cosa investire. Cioè a dire — mediante meccanismi come il televoto — su quale artista è più probabile che indirizzerà i suoi acquisti. Soltanto che l’acquisto ormai costituisce una parte minima del ricavo discografico di un’etichetta, e della visibilità di un’artista. Abbiamo così il caso di grande major che ringrazia, tramite una pagina pubblicitaria su un quotidiano nazionale, una sua cantante per il numero di followers su Twitter, di fan su Facebook, per le visualizzazioni su Youtube. Cioè ringrazia chi ha comprato l’album, chi ha twittato, chi ha fatto like e chi ha guardato il video in rete, decretando il successo della cantante in questione. Il problema è che le certificazioni sono ancora basate sul vecchio modello (nessuno dà un premio per i fan su Facebook), e il numero di follower su Twitter è un dato troppo fragile e poco indicativo per costituire un parametro certo. Può essere, infatti, che le vecchie certificazioni non diano lo stesso responso. Per cui ci si gioca un po’ su. Ma attribuire al ranking sui social media una valutazione artistica e/o di successo è una mossa quanto meno azzardata.