La pastiglia di cianuro

È interessante l’analisi di Adriano Sofri su Repubblica [21.09.2014, p.1]. Pur ammettendo di non voler «cedere alla tentazione di giudicare John Cantlie», racconta la situazione del giornalista britannico nelle mani dei rapitori dell’Isis, che in un videomessaggio è costretto — in cambio della vita, almeno per il momento — a raccontare ai media «le colpe dell’occidente e la bontà del Califfato». Se Cantlie afferma che, dalla situazione di farsi portavoce del Califfato, non ha nulla da perdere, Sofri si chiede

Se Cantlie si salvasse la vita così, o se qualche altro evento lo tirasse fuori vivo dalla sua buca, bisognerebbe rallegrarsi e accoglierlo come il figliol prodigo. Ma non è vero che non ha niente da perdere, e noi con lui. Chi dedica di intraprendere il suo viaggio deve mettere in conto questo, oltre che la morte, le ferite e l’umiliazione. Deve mettere nello zaino, o in un luogo più alla portata, la sua pastiglia di cianuro, per l’eventualità che condurre un programma dello Stato Islamico gli, o le, sembri peggio che morire.

Secondo Sofri, la domanda che chi si reca in quelle zone dovrebbe porsi è: «Sei pronto a dire al mondo che l’America e la Gran Bretagna sono il male, e il jihad dei tagliagole il bene?». E:

non c’è una deontologia per chi va a capire e informare, o a soccorrere, in luoghi così tormentati: ma bisogna sapere qual è il rischio, e farsela quella domanda.