Forse è già mattino e non lo so.

diana est

(Al lettore: mi trascino questo scritto da anni. È stato pubblicato una prima volta su una vecchissima versione di questo blog (nel 2006) e poi su un sito che dirigevo (2013). Lo ripropongo ancora, perché oggi sistemando i miei dischi dopo un trasloco sono saltati fuori i tre 45 giri in questione.)

Il contatore del mio iTunes è spietato. Cercando «Diana Est» — l’artista della quale oggi vorrei scrivere — segnala impietosamente questo tempo: 22,2 minuti.

Il fatto è che la carriera discografica di Diana Est, se si escludono i remix, dura esattamente tanto (cioè poco). Circa venti minuti compressi nello spazio di tre 45 giri. Tre singoli ufficiali ai quali vanno aggiunte le relative b-side. Ma vale la pena raccontarli. Perché Diana Est non è stata solo una delle tante icone e/o meteore che hanno affollato il pop italiano negli anni ’80. Non era la cantante di un Gruppo Italiano qualsiasi. Non si è dovuta reinventare una carriera di disco-singer e fashionist per prolungare il riverbero della sua onda. Con soli tre singoli ha lasciato una scia ancora ben visibile nel mare magnum di quella che  viene pigramente ricordata come Italo Disco.
Tre 45 giri e poi è sparita, trincerata dietro un mistero che ancora oggi — a distanza di 29 anni da Diamanti, l’ultimo dei tre singoli — migliaia di fan sparsi per l’Italia cercano di penetrare alla ricerca di una notizia, di uno scoop, di un pezzo raro. Inutile dire che è praticamente impossibile trovare anche una sola di queste cose; così come di dubbia verità — ma di sicuro dubbio gusto — sono quei rari «io la conosco» e «io so» che spuntano ogni tanto in rete. L’ultima volta che ha voluto far avere una sua notizia, una sua dichiarazione, è stato il 24 gennaio 2004. Intervistata da Radio Popolare, ripercorse la sua carriera ma rifiutandosi — e, pare, «categoricamente» — anche solo di canticchiare il refrain di uno dei suoi vecchi pezzi (inutile scrivere all’emittente milanese: sembra che tutto l’archivio antecedente il 2005 sia irrecuperabile). D’altronde sono rimasti lettera morta anche gli inviti ai vari Meteore, Cocktail d’Amore e trasmissioni di recupero assortito degli anni ‘80.

Dicono che oggi Diana Est restauri mobili. Dicono. La si vorrebbe residente a Milano, ma una delle portinerie di cui è piena l’Internet alimenta confusione anche in questo senso — e non si capisce se la si debba prendere, questa confusione, come una faccenda seria o lasciarla lì, tra il detto e non detto, tra lo verità e la burla.Trascrivo dal forum del sito Gay.it: «I milanesi la vogliono nei dintorni di Milano; quelli friulani, rientrata nella terra d’origine; i bresciani nella Franciacorta; altri ancora in Svizzera, Sardegna, trasferita all’estero». Tutti la vogliono, Diana Est. Che oggi è semplicemente la signora Cristina Barbieri, così come sta scritto sulla sua carta d’identità.

Nipote di quel Mario Lavezzi che tanto ha dato alla musica italiana, Diana Est è apparsa per la prima volta in televisione all’età di 17 anni. Era la corista di Ivan Cattaneo nella trasmissione Rai Mister Fantasy. Da lì l’ascesa: incontra il produttore Nicola Ticozzi e con Tenax (Dischi Ricordi, 1982, autori Enrico Ruggeri e Stefano Previsti) è subito trionfo. Pulsante (italo) Disco con basso live e una spruzzata di post-moderno («Un modo di vivere e di pensare. In breve, il compito dei postmoderni è quello di recuperare il passato» dirà la Est in un’intervista dell’epoca). Il testo ha lasciato un paio di frasi brillanti e, a loro modo, decadenti (“Val la pena vivere solo dalle 11” e “Forse è già mattino e non lo so”, quest’ultima impressa anche sui muri che conducono all’interno del Cocoricò di Riccione). Il ritornello che cita Seneca (“Sed modo senectus morbus est / carmen vitae immoderatae hic est / Tenax / Tena-Tenax”) non si sa se ascriverlo agli studi classici della Barbieri o se a quelli del paroliere Ruggeri. Sul lato B l’ancora più pura e disincantata Notte senza pietà, che ogni tanto fa capolino ancora oggi nelle serate goth o in quelle dedicate al titillare la nostalgia Eighties.

Il successo di Tenax viene bissato l’anno successivo con il singolo Le Louvre / Marmo di città (Dischi Ricordi, 1984), sempre firmato dal duo Previsti-Ruggeri. Questa volta la Est canta che «per molti secoli / quei nobili / sono rimasti nascosti sempre immobili / con una voglia intensa / di entrare nei bistrot» in omaggio al museo parigino. Altro successo, altri Festivalbar (1983, vinse Vasco Rossi ma insieme alla Est c’erano Scialpi e Gaznevada in piena transizione dal punk a I.C. Love Affair), altri concorsi, altri premi. E la leggenda che cresce a dismisura. L’aspettano al varco dell’LP, ma qualcosa inizia a non funzionare. Si rompe il sodalizio con Enrico Ruggeri (voci che arrivano sempre dalla rete dicono che tuttora fra i due non corra buon sangue) e il singolo Diamanti / Pekino (Dischi Ricordi, 1984) presenta un netto cambio di rotta. Iniziando dagli autori (Avocadro – Ameli per Diamanti ai quali si aggiunge anche Fasolino per Pekino) per arrivare alla musica. Partita da una ballabile disco con mood dark, ora Diana Est sembra aver preso come modello vocale Antonella Ruggero e Diamanti suona esattamente come avrebbero suonato i Matia Bazar di Tango se solo fossero stati più innocenti.

Dopodiché la storia s’interrompe bruscamente, senza preavviso. I motivi del ritiro con ogni probabilità li conosce solamente lei, la signora Barbieri. Il suo produttore di allora, Nicola Ticozzi, ha affermato che Diana Est «aveva perso interesse. Aveva la testa altrove».Mentre Tony Carrasco (autore dei remix di Le Louvre e Tenax, oltre che di almeno un milione di altri brani) conferma la tesi che la vorrebbe restauratrice di mobili: «Stefano Previsti è morto. La ragazza è ancora viva oggi, però non fa più queste cose qua. È mamma. So che fa queste cose qua (la restauratrice di mobili, appunto, ndr), mi sembra che vive tranquillamente, una vita abbastanza tranquilla». Nemmeno Carrasco conosce i motivi dell’improvvisa fuga dal mondo della musica: «Cristina e Nicola sono partiti con i primi due singoli, poi lei non aveva più voglia e infatti ha fatto un po’ impazzire Nicola che voleva fare un album. Dal terzo singolo lei era già da un’altra parte». Già: un’altra parte. Pare che quella volta, a Radio Popolare, non spese parole rispettose nei confronti del music business dell’epoca.

Diana Est è stata una breve ed intensa cometa. Col suo look che rappresentava un perfetto ponte tra il passato e il futuro, il suo carré asimmetrico in testa, la sua eleganza e la sua maestria nei movimenti. La cosa più tangibile che ci è rimasta, oltre alla musica, è un articolo che il giornalista, scrittore e autore televisivo Matteo B. Bianchi le ha dedicato su Max nell’agosto del 2002. Il contenuto è verosimile, ma ci piace pensare che tenda più alla realtà che alla fantasia.

Scopro dopo anni, rimettendo mano al pezzo, che c’è una novità: sono spuntati su Youtube alcuni video di esibizioni recentissime di Diana Est. Segno che la nostra, ogni tanto, esce dal buio e regala ancora un po’ di luce.

Due appunti su Italian Records – the singles ad un anno dall’uscita.

Al tempo dei servizi di streaming online gli album che val la pena possedere in edizione fisica — intendo val la pena per l’acquistatore medio, i compulsivi come me pensano che valga la pena possedere all’incirca ogni cosa che finisce sugli scaffali, è una malattia lo so — in quest’epoca di diavolerie tecnologiche figlie del proclama secondo cui l’utente non è che non voglia pagare, ma vuole solo trovare un modo comodo per far arrivare i soldi a chi di dovuto, gli album meritevoli di essere acquistati durano un anno. Poi li trovi su Spotify.

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