Scrivere è selezionare.

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John McPhee è uno dei narratori più straordinari dei nostri anni. Stile conciso, scrittura avvincente, quattro volte finalista del Pulitzer che ha poi vinto nel 1999 con il libro Annals of the former world. Dalle nostre parti non molto della sua opera è stato tradotto, ma un paio di anni fa McPhee è riuscito comunque ad essere un piccolo caso editoriale con il suo Tennis (Adelphi, l’originale è del 1969 e si chiamava Levels of the game): diviso in due parti, racconta nella prima la semifinale tra Arthur Ashe e Clark Graebner a Forrest Hills nel 1968, storica perché era la prima volta per un tennista di colore; nella seconda si trova invece il resoconto di un periodo di tempo che l’autore ha passato in compagnia di Robert Twyman, capo dei giardinieri di Wimbledon, che racconta i segreti dell’erba di uno dei più prestigiosi campi da tennis del mondo.

Molta della produzione di McPhee è stata pubblicata su alcune delle più prestigiose riviste del mondo. Qualche giorno fa mi sono imbattuto sul New Yorker nel racconto di cosa sia per lui la scrittura: un esercizio in cui il togliere è un’azione sempre più raccomandabile dell’aggiungere. La annoto qui, a futura memoria:

Writing is selection. Just to start a piece of writing you have to choose one word and only one from more than a million in the language. Now keep going. What is your next word? Your next sentence, paragraph, section, chapter? Your next ball of fact. You select what goes in and you decide what stays out. At base you have only one criterion: If something interests you, it goes in—if not, it stays out. That’s a crude way to assess things, but it’s all you’ve got. Forget market research. Never market-research your writing. Write on subjects in which you have enough interest on your own to see you through all the stops, starts, hesitations, and other impediments along the way.