Archivio tag: Jonathan Jones

Siamo tutti artisti (?)

Jonathan Jones, per il quale da queste parti si ha una passione molto ben documentata, torna sull’argomento della democratizzazione della fotografia. Ovvero, come scrive nella sua column sul Guardian, su come qualunque essere umano dotato di smartphone si consideri un fotografo:

Superb widely available cameras, often on our phones, have turned us all into “artists”. But the art we make, coo over and share on Instagram is often unbelievably corny, sentimental, vacuous nonsense. The more easily created and universally visible photography becomes, it seems the more flesh-crawlingly stupid its aesthetic values. We are turning into a world of bad artists, cosily congratulating one another on every new slice of sheer kitsch.

Massa di metallo decadente.

paris pont des arts

Dopo che a Parigi hanno deciso di rimuovere i lucchetti d’amore lasciati dai ragazzini sul Ponts des Arts, Jonathan Jones — che è ormai diventato, se non il nostro critico d’arte di riferimento, quanto meno il polemista più amato — mette un punto o due sulla questione:

Love locks are visually repulsive. They are barnacles that accumulate in a mass of decaying metal. It is sad that the idea of love should be reduced to a copycat custom that turns tourists into dull clones. As a token of love, a padlock is about as personal as a rude Valentine’s card bought from a shop. But what makes the fad inexcusable is its magnetic attraction to some of the most beautiful cityscapes on Earth. You won’t find love locks on many motorway bridges but the Ponte Vecchio in Florence, the Ponte Milvio in Rome and – until this week – the Pont des Arts are covered in them.

Purtroppo Jones ne ricorda anche l’origine tutta italiana e dovuta ad un romanzetto di quelli che andavano di moda qualche anno fa, pubblicato da una sedicente casa editrice per ex intellettuali:

Roman teenagers took up the habit and tourists joined in. The tide of padlocks has since swept over the most romantic river crossings that people can find. It is as stupid as climbing a mountain and leaving a crisp packet at the top, or seeking out the most unspoiled beach and stubbing out cigarettes in the sand. Seriously. This is not a romantic thing to do. It is a wanton and arrogant act of destruction. It is littering. It is an attack on the very beauty that people supposedly travel to Paris or Rome to see.

La democratizzazione dell’arte non funziona

Jane Austen banknote

Da queste parti si ha una passione — per niente nascosta — per Jonathan Jones, il critico d’arte del Guardian. Il quale interviene a gamba tesa in una delle questioni attualmente in voga nel Regno Unito: la scelta di chi dovrà comparire sui nuovi biglietti da 20 sterline. Una decisione che la Banca Centrale britannica ha preso sull’onda del successo della scelta di Jane Austin come soggetto raffigurato sulle banconote da 10 pounds. Per quelle da 20 la scelta dovrà cadere su un personaggio che si sia distinto nelle arti visive, quindi uno scultore, un pittore o un designer, e la decisione finale spetterà in ogni caso al governatore Mark Carney.

Jonathan Jones non è molto contento di questa eccessiva democratizzazione dell’arte, che a suo dire non verrà condotta tra i veri appassionati ma sarà piuttosto la celebrazione «di persone che blaterano nomi a caso su Twitter e che voteranno in maniera sentimentale». Qualcosa che per Jones ha più a che fare «con il populismo e la propensione nazionale alla pura ignoranza ed esecrabili gusti in fatto di arte visiva».

Quando si tratta di arte, la democrazia non funziona, perché non sono molte le persone in grado di avere una reale visione artistica. E perché dovrebbero, tra l’altro? E così l’elettorato si trasforma in una minoranza auto-eletta di appassionati d’arte e di ficcanaso culturali le cui visioni poi ci vengono falsamente imposte come ‘scelta del popolo’.
Pensate che stia esagerando? L’estate scorsa per la seconda volta il movimento Art Everywhere ha organizzato l’affissione di opere d’arte britanniche su manifesti sparsi per tutta la nazione. L’evento è stato pubblicizzato come una selezione democratica dell’arte preferita dai britannici. Ma bisogna fare attenzione ai dettagli. Secondo un report del Guardian appena 38 mila persone hanno partecipato alla votazione. Come può un dato del genere rappresentare il consenso di tutto il popolo britannico?
Proprio perché si trattava di un piccolo elettorato di entusiasti, è stato facile per chi ha organizzato la campagna far sì che le proprie scelte — fossero eccentriche o ideologiche — venissero supportate. Così è emerso che, secondo le votazioni di Art Everywhere, la seconda opera d’arte britannica più apprezzata è il dipinto del 1921 di Dora Carrington Farm at Watendlath. Tutto ciò è — uhm — interessante. (Anche Laura Knight ha ottenuto buoni piazzamenti). Ma queste sono scelte che danno l’idea di un piccolo gruppo di appassionati che domina un altrettanto piccolo bacino di votanti con scelte che sono sia stravaganti che sciocche.

Abbiamo un problema con i fumetti.

Autoritratto di Robert Crumb nel primo numero di Self-Loathing (1994)

Autoritratto di Robert Crumb nel primo numero di Self-Loathing (1994)

Scrive Jonathan Jones che ormai si è persa la distinzione tra cosa sia artistico e cosa no nella produzione di fumetti:

Osservando il loro lavoro sembra che gli illustratori abbiano frequentato lo stesso corso di disegno al college; hanno tutti imparato che la buona graphic art trasmette informazioni. In un fumetto, questo va a vantaggio della storia, ma un approccio così funzionale danneggia la vera arte. Un vero fumettista è colui che usa il disegno come espressione di sé, anziché come macchina narrativa. Solo l’artista che mette in ogni tavola significato e sentimento riesce ad innalzare l’arte del fumetto in qualcosa di bello o profondo.

Fotografie tutte uguali

Jonathan Jones, il mirabolante critico d’arte del Guardian, ha più volte dimostrato di avere un rapporto strano con la fotografia. In una delle sue ultime columns se la prende con la generazione Instagram, partendo dall’assurdo caso del quasi plagio che ha coinvolto due passeggeri della stessa nave da crociera: scattarono entrambi un iceberg, ma quando uno vide quella che pensava essere la sua fotografia pubblicata accusò l’altro — che se la vide pubblicata in quanto vincitore di un concorso — di plagio. Si scoprì solo dopo che erano due foto diverse, prese da un’angolazione praticamente identica.

Scrive Jones:

La fotografia può facilmente degenerare in pseudo-arte, con milioni di persone che scattano fotografie allo stesso soggetto e tutte pensano che i loro scatti siano speciali. Questa sorta di delusione nell’arte fotografica amatoriale la si trova un po’ ovunque al giorno d’oggi — su Instagram come per le strade o in montagna, dove c’è sempre qualcuno che prende gli scatti delle sue vacanze troppo sul serio.
Questa strana storia di plagi mostra l’illusione sulla quale si basa il culto di massa della fotocamera. Entrambi questi fotografi amatoriali erano convinti che la loro creatività fosse speciale. La verità è che parole come creatività, individualità, talento e originalità non si applicano facilmente in un mondo dove chiunque scatta fotografie.
La storia dei quasi plagi mostra la vera natura dell’originalità nella fotografia. La morale è: se proprio volete scattare delle grandiose foto, non andate in crociera. Andate piuttosto in zone di guerra, o nell’appartamento dei vostri genitori.
La fotografia ha un senso quando trova soggetti davvero originali. È la registrazione del mondo, dunque la vera arte della fotocamera sta nello scoprire qualcosa di nuovo, di personale, di rivelatorio.

La fotografia è arte?

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Jonathan Jones, il supercritico d’arte del Guardian, va giù abbastanza pesante sul rapporto tra arte e fotografia, mettendo subito le cose in chiaro:

Photography is not an art. It is a technology. We have no excuse to ignore this obvious fact in the age of digital cameras, when the most beguiling high-definition images and effects are available to millions. My iPad can take panoramic views that are gorgeous to look at. Does that make me an artist? No, it just makes my tablet one hell of a device.

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London used to be cool. Artists and pop stars and fashion geniuses by the score. But that was yesterday. Art and pop have a new place to party. It’s called New York.

Il super critico d’arte del Guardian Jonathan Jones dice che i tempi di Londra come capitale del mondo cool dell’arte sono finiti. E’ l’ora di New York, che lascia le metropoli reali a leccarsi le ferite guardando gli allori dei tempi che furono.

Non è una grande presa di posizione, probabilmente. Se non che arriva dalle colonne del quotidiano più importante del Regno Unito.

in Italia ci sono opere che attendono di essere rovinate per godere di meritata fama

Sta facendo molto scalpore, in questi giorni, la notizia del restauro di “Ecce Homo”, un affresco di Elias Garcia Martinez che in Spagna ha subito un trattamento disastroso ad opera di una restauratrice amatoriale. La figura del Cristo, nell’impressionante sequenza fotografica che sta facendo il giro della Rete, è stata trasformata in quello che sembra la rappresentazione grafica di un infantile stereotipo sull’uomo scimmia.
La cosa ha suscitato, come normale, grande curiosità e scalpore. E il mondo dell’arte ora s’interroga — per l’ennesima volta — su come devono essere affrontati i lavori di restauro e da chi. Tralasciamo per un momento la questione, perché mi sembra che qui non si tratti di discutere della validità, o dell’invasività di un restauro ma, semmai, dell’opportunità di dare in mano le opere a persone che il restauro non sta nemmeno di casa. E’ interessante, come spesso succede, nel coro delle voci uniformi nel condannare l’operazione, leggere la chiave di lettura che dà alla questione Jonathan Jones, mai troppo celebrato critico d’arte del Guardian. Il quale, senza troppi giri di parole, dice che grazie a questo scempio artistico, un quadro di seconda categoria in questi giorni sta facendo il giro del mondo come se fosse un capolavoro:

There is only one problem with this story. It doesn’t really matter. Martinez is not a great artist and his painting Ecce Homo is not a “masterpiece”. It is a minor painting in the dregs of an academic tradition. When it was painted, a boy called Pablo in another Spanish town was learning to paint in this same exhausted 19th-century style. Soon he would shake off the influence of his father the provincial artist Don Jose Ruiz y Picasso and start to reinvent art.
Google Martinez and you will find many, many references that have appeared in the last 24 hours to the botched restoration – and not much else. A previously obscure artist has become famous overnight because of the amateur restorer’s exploit. A forgotten painting is now known around the world as a “masterpiece”, because it was wrecked.

In conclusione, suggerisce Jones, perché non mandare la signora restauratrice in Italia, dove ci sono affreschi di primo livello che non conoscono la fama di cui sta godendo in questi giorni “Ecce Homo”?

She could be sent to Italy to see what she can do with the frescoes in the Palazzo Schifanoia in Ferrara. Revered by art historians, these paintings of the months of the year have never quite made it into popular culture. There are 12 paintings, one for every month, so one could be sacrificed for the good of the whole. A hideously repainted face on one of the lesser months might make their creator the 15th-century genius Francesco del Cossa as famous as the 19th century mediocrity Elias Garcia Martinez has now become.