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di Helsinki, di dischi vecchi in veste nuova e di dischi nuovi in arrivo.

Sono stato via quasi una settimana. Sono stato a Helsinki. Ho fatto di tutto tranne ascoltare musica. Cioè, quasi di tutto e quasi senza ascoltare musica. Un paio di dischi me li sono portati dietro — sia benedetto Spotify, ma non ha davvero importanza dire quali. Molto più importante, semmai, è elencare quelli che ascolterò nei prossimi giorni. In primis, quelli che ho acquistato nella capitale Finlandese.

Prima della partenza mi ero imposto un limite, che era non comprare nemmeno un disco. Limite che non ho rispettato. Alla fine, senza nemmeno che cercassi quei 2-3 negozi fondamentali che nel dubbio avevo comunque segnato in agenda, sono stati loro a trovare me. In un paio sono entrato, cedendo così alle tentazioni e contravvenendo al limite.

Il primo, Black And White, sta ai piedi di Kallio, esattamente dietro il mercato di Hakaniementori. Vende moltissimi dischi usati e il vinile la fa da padrone — da tempi non sospetti, in verità, ovvero da prima che i ragazzini raggiungessero i negozi per acquistare costosissime (e inutilissime) edizioni a 180gr. Sembravo nel paese dei balocchi. Il poco tempo a disposizione e l’imbarazzo della scelta hanno fatto sì che in fretta e furia acchiappassi un solo titolo, tra gli usati nella sezione punk. A questo punto dovrei aprire una parentesi, anche se c’è il rischio di farla lunga. Comunque: erano anni che non compravo qualcosa nella sezione punk di un negozio di dischi. E sono indeciso se questa volta è il caso di interrompere la serie o meno, perché ho come l’impressione che sia il disco che ho acquistato ad essere finito per sbaglio in quella sezione, probabilmente per la mancanza di altre più appropriate — d’altronde un negozio di dischi i titoli li deve vendere, non stabilire ulteriori criteri di classificazione, mestiere ingrato che lasciamo ai critici.

Insomma, ho preso una copia usata di uno dei dischi più sottovalutati di uno dei gruppi più intelligenti nati nel dopo punk: Extricate dei The Fall. I Fall, quelli che Stewart Home nel suo Marci Sporchi e Imbecilli ha descritto come “merda intellettualoide” (non ricordo la pagina, ma il libro è talmente snello che la si trova facilmente), perché non rispondono nemmeno un po’ ai criteri di vero punk stabiliti da Home stesso — criteri per lo più incomprensibili ai più e forse non molto chiari nemmeno al lui. Ma anche gli stessi Fall che, a mio modestissimo parere, costituiscono insieme al Pop Group e a Rip Rig + Panic il triangolo perfetto del post-punk. Extricate è uscito nel 1990, ha avuto una marea di produttori (tra i quali Adrian Sherwood), è il primo lavoro senza Brix Smith (sostituita da Martin Braham) e contiene un sacco di pezzi killer in linea con quello che era l’andamento Madchester del periodo — per forza che a Home i Fall non piacessero, anche se non gli piacevano ben prima che incorporassero elementi dance (con molte pinze, ovvio) nel loro sound. Un disco che all’epoca venne anche salutato dalla critica in modo molto favorevole, qualcuno disse che era la loro cosa migliore in 10 anni. Se si è legati ai Fall tradizionali (ma poi esistono dei Fall tradizionali?), si rischia lo spiazzamento. Però un brano godibile come Hilary (incredibilmente introvabile sul Youtube) vale da solo il prezzo del disco e anche più di ogni ulteriore analisi. Anche la copertina è bellissima, ma i Fall quelle le hanno sempre fatte.

Dopodiché, cercando il mitologico club Tavastia, non ho potuto fare a meno di entrare nel negozio che sta situato esattamente di fianco (siamo in piena Kampii): Keltainen Jäänsärkijä. Altra tappa obbligatoria per gli amanti del disco a Helsinki, tratta principalmente rock anche se è da segnalare per l’ottima particolarità di avere la musica finlandese divisa dal resto (rock finlandese, jazz finlandese etc..). La tentazione era quella di prendere un supercofanetto di 3 cd che traccia un po’ la storia del jazz finlandese e che avevo già avuto modo di ascoltare: Eteenpäin! Suomi-Jazz 1960–1975 (Artie Music). Un disco non bello dall’inizio alla fine e molto discontinuo, come del resto lo sono tutti i lavori che pretendono di fotografare una scena, e in questo caso una scena che ha come unico comune denominatore quello geografico. Acquistarlo avrebbe però avuto un paio di valori aggiunti. Per prima cosa, rientrava perfettamente nella definizione di souvenir, trattandosi di disco finlandese acquistato in Finlandia. La seconda, mi sembra uno di quei dischi esoterici non facilissimi da trovare; fate la prova e digitate il titolo in Google: si ottengono solo link per il suo download (il che, per un disco, non è un gran biglietto da visita). Anche la Artie Music, che lo pubblica, è un’etichetta a me sconosciutissima che, scopro leggendo il suo sito internet, fa un lavoro di recupero di musica per lo più tradizionale finlandese. Il fatto di trovarlo in vetrina, così ben pubblicizzato dai negozi locali, mi ha dato il brivido del “now or never”: o l’avrei comprato qui, o addio.

E’ stato, purtroppo, addio. Perché non appena sono entrato nel Keltainen Jäänsärkijä la mia attenzione è stata completamente catalizzata da un altro box set, questo davvero imperdibile: Scott (The Collection 1967-1970) di Scott Walker. E cioè la ristampa, lussuosissima, dei primi 5 lavori da solista dell’ex Walker Brothers. Il tutto corredato da un bel libretto con note critiche di Rob Young, che ultimamente sembra essere diventato il biografo ombra del cantante e compositore statunitense (a tal proposito si veda questo libro di note critiche). Di Scott Walker conosco molto bene i suoi ultimi lavori: una menzione speciale per Tilt del 1995 e per l’ultimo, incredibile, Bisch Bosch dello scorso anno. Della sua produzione iniziale da chansonnier conosco bene Scott 4, da molti considerato il migliore del gruppo, e qualcosa anche di Scott 3: It’s raining today, soprattutto, utilizzata tra le altre cose in uno degli ultimi film di Carlo Verdone come parte della colonna sonora.

Mi ha sempre molto incuriosito la sua parabola artistica. Dagli inizi con i suoi finti fratelli Walker Brothers — un caso tipico di gruppo americano di gran successo nel Regno Unito e poca fama in America –, con i quali è riuscito a piazzare un paio di brani nella hit parade (ad esempio questo), alla fase presa in considerazione proprio da questo cofanetto, nella quale divenne uno dei principi del cosiddetto MOR e crooneggiava sopra barocchismi di archi, fino alla completa reinvenzione degli ultimi 20 anni dove, raggiunta anche una considerevole età, si è messo a declamare con una voce ancora potentissima sopra una musica destrutturata.
E così, mi ritrovo ora, a dover trovare il tempo di tuffarmi in una delle tante fasi — visti gli anni di uscita dei singoli lavori, forse la più prolifica — di un artista che nel corso della sua carriera si è re-inventato più e più volte, e non sempre sotto vesti semplicissime da affrontare. Ma è uno sforzo che compirò con estremo piacere.

Non è tutto. C’è spazio per un’ulteriore ristampa. Si tratta del cofanetto ristampato dalla Charly dei duetti di Don Cherry con due dei più grandi percussionisti di sempre nell’area jazz-improvvisazione: Ed Blackwell e Han Bennink. I dischi sono i due mu (First part e Second part) e il disco dal vivo Orient (con Han Bennick, uscito originariamente nel 1973 con registrazioni di due anni prima). In questo ultimo periodo si fa un gran parlare di Don Cherry, complici anche un paio di speciali sulla stampa che conta (leggi The Wire) e l’opera di ristampa di alcuni suoi dischi più oscuri ma non per questo meno significativi (quelli di cui stiamo parlando, ma anche Organic Music Society ristampato lo scorso anno dalla svedese Caprice).

Questi gli acquisti, rivolti al passato. Per quanto riguarda la roba nuova sto aspettando con impazienza di ascoltare Loud City Song, primo disco per la Domino di Julia Holter (che l’anno scorso si fece notare Ekstasis) nonché primo disco ad essere registrato fuori dalle mura domestiche della Holter e con l’aiuto di un vero produttore. Poi ci sono il disco per Warp di Oneohtrix Point Never (R Plus Seven, salutato con grande entusiasmo da David Keenan), Bridges quello di Duane Pitre (che lo scorso anno è uscito, sempre per Important, con quel piccolo gioiellino minimalista chiamato Feel Free) e il disco dell’anno, almeno sulla carta, in ambito improv-EAI: John Butcher, Thomas Lehn e John Tilbury insieme per Exta (500 copie su etichetta Fataka: quanto basta per annoverarlo anche tra i dischi esoterici dell’anno).

Rimane sullo scaffale degli ascolti in corso anche il nuovo duetto, per Erstwhile, tra Michael Pisaro e Antoine Beuger This Place/Is Love, un lavoro che ho ascoltato un paio di volte prima di partire e verso il quale devo ancora farmi un’idea più precisa. Inutile liquidarlo in breve: si tratta di un disco realizzato da due pesi massimi, ultimamente molto in voga. Dove Pisaro si è costruito una fama in ambito accademico, per poi uscire da questo e sperimentare con i musicisti dalle provenienze più disparate (la stessa Julia Holter compare in uno dei suoi ultimi progetti), Beuger è l’uomo dietro il movimento Wandelweiser, e cioè la corrente artistica ultimamente più sotto i riflettori nel mondo delle avanguardie musicali, sebbene la sua genesi risalga ormai a parecchi anni fa.

Va bene, ma nemmeno due parole sulle vacanze? No. Però, per chi volesse, sul mio Tumblr ci sono un po’ di foto di quella che è, senza ombra di dubbio, la città più bella del mondo.

Il monumento al compositore finlandese Jean Sibelius, all'interno del parco a lui intitolato

Il monumento al compositore finlandese Jean Sibelius, all’interno del parco a lui intitolato