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Romanzi audiovisivi

Il critico Gianluigi Simonetti, sulla Domenica (7.7.2019, p. 23), analizza i due libri che, fino all’ultimo, si sono contesi il premio Strega: Fedeltà di Marco Missiroli (Einaudi) e M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati (Bompiani), con quest’ultimo ad avere poi trionfato tra la «cinquina» nella serata finale:

Romanzi in apparenza diversissimi: M massimalista, epico, frammentario, sovraccarico stilisticamente e politicamente impegnato; Fedeltà minimalista, sentimentale, fluido, prevalentemente colloquiale (con qualche accensione metaforica), sostanzialmente cattolico. Eppure romanzi simili, nel loro concentrarsi sull’efficacia del racconto, e nella sudditanza di fondo a modelli audiovisivi: romanzi che crescono ispirati dai film e dalle serie, per diventare a loro volta soggetti di altri film e di altre serie, al termine di un ciclo produttivo il cui il momento letterario finisce con l’essere un mezzo più che un fine. Romanzi che parlano, da sponde lontane (e da riconoscibili ma opposti brand), allo stesso pubblico: un pubblico informato e connesso, genericamente smart, che di letteratura vera e propria non sa e non vuol sapere, perché ha imparato a rimpiazzarla con le ’storie’ (o con le ’narrazioni’, come dicono i più sofisticati). Quali storie? Quelle della televisione intelligente e del cinema d’autore, del giornalismo-spettacolo e della recita politica, delle tendenze (e delle paranoie) glamour, dei social network.

È questa materia a cui la narrativa letteraria deve trovare il modo di adeguarsi, consapevole di poter arrivare’ a un pubblico non solo di nicchia tanto prima e meglio quanto più lo stile del romanzo, che disgraziatamente è fatto ancora di parole, risulterà lubrificato, saporito, amabile. Di qui l’imposizione di due filtri privilegiati: la chiarezza standard e amichevole (come in Missiroli) o la speziatura violenta e pittoresca (come in Scurati). Di qui, anche, la ricerca attenta di temi (meno conta il come, più conta il cosa si racconta): può andar bene una quotidianità democratica, che seduca attraverso identificazioni tempestive (come in Missiroli), ma bene anche un’eccezione totalitaria, che seduca attraverso un’emergenza sancita dalla grande storia (come in Scurati). Il bello dello Strega alla fine è proprio questo: ci permette di vedere al lavoro la ’macchina’ del romanzo contemporaneo, il cui scopo è quasi sempre comunicativo più che estetico, e rassicurante più che critico (anche quando mima la denuncia civile, o cerca la polemica politica).

Don Chisciotte, oggi.

don chisciotte

In un bell’articolo pubblicato nella sezione culturale di Repubblica [07.02.2016 p. 40], il giornalista e scrittore Gabriele Romagnoli analizza la figura di Don Chisciotte, l’(anti)eroe del romanzo di Miguel Cervantes, nei giorni nostri. Nella penna di Romagnoli, il Don Chisciotte moderno

è vivo e lotta insieme a noi, o contro di noi. Lo incontriamo ogni giorno: nei tg che parlano di politica, nelle cronache sportive, in tribunale, in chiesa e, inevitabilmente, allo specchio. È quello lancia in resta, ogni giorno una nuova battaglia da perdere. Sa definirsi solo attraverso gli avversari, ammassandone quantità e qualità con lussuria da combattimento. Trasforma il quotidiano in epica. Si crogiola nell’impossibile e ambisce, più di ogni altra cosa, alla sconfitta, nella cui nobiltà si riconosce e, seppur per poco, si riposa. Cavalca al confine tra visionarietà (prodromo di grandezza) e illusione (sintomo di miseria). Trascina con sé nel fango (che proclama dorato) uno scudiero, anche più. Questo gli si mette appresso per fede, ci resta per pietà e, infine, perché non gli resta altra vita che all’ombra di quel sole spento.

Tanti gli esempi di moderni Don Chisciotte che Romagnoli cita nel suo articolo. Ci sono i politici, come Marco Pannella che «protesta, digiuna, s’imbavaglia […] Mai che acconsenta o riconosca» e che finisce per divorare i suoi scudieri «uno a uno, disconoscendoli, trasformandoli in nemici, attaccandoli, in attesa del duello finale con la propria ombra ». O come suo «fratello americano», l’otto volte candidato alla presidenza degli Stati Uniti Ralph Nader, che «si candidava per perdere e far perdere. Mister due percento felice e contento». Non mancano nemmeno gli esempi sportivi, come l’allenatore Zdenek Zeman, teorico (e pratico) di uno «schema di gioco splendente e perdente», finalizzato ad un risultato di 5 a 4 «in favore o a sfavore, senza distinguere» e quelli giudiziari, come il magistrato torinese Raffaele Guariniello con le sue inchieste «finite con archiviazione, prescrizione o trasferimento del fascicolo, ma lui non si è mai arreso: era già sul prossimo caso, su una nuova prima pagina». E sarebbe stato bello, a questo punto, leggere anche qualcosa sul linguaggio e i metodi di comunicazione solitamente adoperati da questi eroi.

C’è infine anche qualche caso di Don Chisciotte vincente. Erin Brocovich, ad esempio, che riesce a muovere – e vincere – una causa miliardaria contro una multinazionale che inquinava le acque (e che fu portato alla gloria impersonato da Julia Roberts nell’omonimo film); o addirittura Papa Francesco, che nelle parole di Romagnoli vuole «cambiare la chiesa di Roma, moralizzare chi parla in suo nome e per conto, diffondere nel mondo, addirittura, la misericordia». Ma qui forse Romagnoli si è fatto prendere un po’ la mano.

La legge di natura.

la legge di natura

Note tratte da La legge di natura di Kari Hotakainen (Iperborea, 2015, 272 pagine, traduzione di Nicola Rainò).

Alloro L’uomo è qualcosa di immenso, contiene così tanti ingredienti, come lo stufato. Per esempio l’alloro. Ce lo metti, ma poi mica te lo mangi quando lo stufato è pronto, eppure non può mancare. Lo stesso accade con l’uomo, ha dentro il male, e per quanto non lo usi spesso, ce lo deve avere.

Omicidio/1 Väinö e Kerttu stavano insieme da mille anni. Non avevano mai nemmeno preso in considerazione l’idea di separarsi, ma di uccidere il coniuge sì. Un incensurato al suo primo delitto può cavarsela con una condanna di pochi anni, anche se poi, una volta tornato a casa, si ritrova solo. Il lato triste dell’omicidio.

Omicidio/2 Una morte innaturale ti cambia, una normale la reggi, per quanto dolore possa darti. Il dolore lo capiscono tutti, a parte i giovani, un omicidio non lo capisce nessuno.

Pensieri Ricordava di un tale in ospedale in cui avevano trovato ventidue pensieri insieme. Gli avevano dato delle pillole azzurre e gliene era rimasto soltanto uno. Poi avevano cambiato cura, per fortuna, e gliene avevano rimessi in testa altri quattro. Una misura giusta per una persona.

Stiva La testa è una stiva. C’è accatastato di tutto. Da sinistra a destra, da destra a sinistra, si muovono merci indefinite. E ci sono anche i parenti, vivi e morti, tutti grandi chiacchieroni. I farmaci sono stati inventati per farne tacere qualcuno, almeno per un po’, e per impedire alle merci di spostarsi senza freno.

Pagine La stupidità non è un ostacolo, l’ostacolo è non avere la possibilità di studiare, anche se oggi i giovani stanno a studiare all’università così tanto che alla fine quando escono non sanno più niente di niente. Qual è la misura giusta? Quante pagine? Non conta il numero di pagine, ma quanto si capisce di quel che si è letto.

Aria fritta Il teatro ingigantisce la realtà, ma alla fine al suo confronto è aria fritta.

Valori «Sostieni la tolleranza, l’internazionalismo, la trasparenza. E la pace nel mondo. Trovami una sola persona che voglia la guerra. Infinite volte ti ho chiesto gentilmente cosa significhino questi concetti per te, ma non vuoi mai parlarne, pensi sempre che te lo chieda in malafede. Inveisci contro un avversario politico incancrenito nel passato, ma se ti chiedo in che cosa consista questa cancrena, tu mi dici di andarmene pure a votare i reazionari. Non ho ancora deciso a chi dare il voto, ma ti prometto che vigilerò che le capesante siano sempre disponibili. Comunque sia, davvero non hai notato che i valori dei due candidati sono praticamente identici?»

Futuro Le generazioni future capiranno la nostra epoca meglio di noi, chi verrà dopo avrà pietà o ci condannerà, ma noi, in ogni caso, non saremo qui a sentire il verdetto. La tempesta passerà, il sole asciugherà i campi, le olive greche prenderanno sapore, il prosciutto italiano sarà appeso al suo gancio, e la carta prodotta con il legno finlandese pulirà la bile che ci cola dalla bocca.

Passione La passione è una pianta. Prendi un cortile coperto di cemento. Da qualche parte prima o poi spunta sempre una piantina. Qualsiasi cosa le butti sopra, lei cresce. La passione.

Gioia e preoccupazione Con gioia si guida sul piano, con preoccupazione si spinge in salita.

La buona scrittura, la buona lettura.

buona scrittura

Sulla Lettura del Corriere della Sera [04.10.2015, p.13] il politologo e costituzionalista Michele Ainis, all’interno di un articolo che vorrebbe indagare la verbosità della legge (Senza leggerezza la legge non si legge), scrive un paragrafo delizioso su cosa debba essere la scrittura, per chi la fa e per chi legge. Annoto qui.

La buona scrittura, dalla quale scaturisce poi una buona lettura, è sempre leggera, aerea. Scrivere è sottrazione di peso, e infatti uno scrittore si distingue dal suo cestino dei rifiuti. Scrivendo, espelli verso il fuori il vortice d’idee che ti frulla nel di dentro, ma quando l’hai fissato sulla carta devi poi limare, cancellare, devi impugnare un paio di forbici da pota. Perché il primo aggettivo che stai adoperando è quasi sempre pure il più banale, è una parola resa logora dall’uso. E perché in genere gli aggettivi sono troppi, oppure si ripetono rendendo inelegante il tuo fraseggio. Ma la prima bonifica devi farla tu stesso, e devi farla prima ancora di incominciare a scrivere. Devi liberarti dell’erudizione che appesantisce il pensiero, che zavorra la fantasia. Devi conoscere ciò di cui stai parlando, ma al contempo devi essere capace di dimenticarlo, di ignorare quanto già consoci. Altrimenti sarai un megafono di cose risapute, e il megafono è una fonte di rumore, è peso sonoro che sovastra gli altri suoni.

Scrivere è selezionare.

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John McPhee è uno dei narratori più straordinari dei nostri anni. Stile conciso, scrittura avvincente, quattro volte finalista del Pulitzer che ha poi vinto nel 1999 con il libro Annals of the former world. Dalle nostre parti non molto della sua opera è stato tradotto, ma un paio di anni fa McPhee è riuscito comunque ad essere un piccolo caso editoriale con il suo Tennis (Adelphi, l’originale è del 1969 e si chiamava Levels of the game): diviso in due parti, racconta nella prima la semifinale tra Arthur Ashe e Clark Graebner a Forrest Hills nel 1968, storica perché era la prima volta per un tennista di colore; nella seconda si trova invece il resoconto di un periodo di tempo che l’autore ha passato in compagnia di Robert Twyman, capo dei giardinieri di Wimbledon, che racconta i segreti dell’erba di uno dei più prestigiosi campi da tennis del mondo.

Molta della produzione di McPhee è stata pubblicata su alcune delle più prestigiose riviste del mondo. Qualche giorno fa mi sono imbattuto sul New Yorker nel racconto di cosa sia per lui la scrittura: un esercizio in cui il togliere è un’azione sempre più raccomandabile dell’aggiungere. La annoto qui, a futura memoria:

Writing is selection. Just to start a piece of writing you have to choose one word and only one from more than a million in the language. Now keep going. What is your next word? Your next sentence, paragraph, section, chapter? Your next ball of fact. You select what goes in and you decide what stays out. At base you have only one criterion: If something interests you, it goes in—if not, it stays out. That’s a crude way to assess things, but it’s all you’ve got. Forget market research. Never market-research your writing. Write on subjects in which you have enough interest on your own to see you through all the stops, starts, hesitations, and other impediments along the way.

Riscrivere gli incipit

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Paolo Nori è, secondo me, uno dei migliori scrittori italiani della sua generazione, ed un gran esperto di letteratura russa (ma questo gli viene riconosciuto unanimemente, non è solo «secondo me»). Qualche anno fa, Marianna Rizzini del Foglio gli dedicò un lungo ritratto, per chi volesse inquadrare meglio il personaggio. I suoi libri, i suoi racconti e le sue storielle non sono solo belli e interessanti per ciò che contengono, ma anche per come lo contengono. La sua lingua scritta è molto parlata: suona bene, ed è piena di anacoluti e altre cose del genere che se le scrivessi io — se le scrivessimo noi — sarebbe ridicolo. Eppure, sembra ridicolo anche a qualcuno che fa il suo stesso mestiere. Lo stesso Nori lo racconta oggi su Libero: a Pasqua un suo conoscente lo chiama al telefono, gli spiega di aver parlato di lui con uno «scrittore romano» e che questi gli ha riferito che Paolo Nori sarebbe meglio che «i libri li scrivesse in italiano». A Nori, allora,

è venuto in mente di una volta che ho sentito il mio amico Daniele Benati che, in una relazione dove parlava di lingua scritta e lingua parlata, citava la prima frase di un romanzo che ho scritto, che si intitola La banda del formaggio, frase che è pronunciata dal protagonista del libro, che si chiama Ermanno Baistrocchi, e che dice: «Ma quelli che scrivono sopra ai giornali, non gli capita mai che gli viene il dubbio che quello che scrivono son delle cagate?». In quella relazione, Daniele aveva poi trasformato quella prima frase della Banda del formaggio in una frase grammaticalmente corretta che era, se ho trascritto bene: «Ma ai giornalisti, non capita mai che sorga il dubbio che i loro articoli siano assurdità?».
Ecco. Questa seconda frase, cioè la variante in italiano corretto della prima frase della Banda del formaggio, è una frase che io non scriverei mai, e che mi sembra non solo poco interessante, repellente, proprio, e che mi rimanda a un personaggio non solo poco interessante, repellente, proprio, mentre molto interessante e attraente mi sembra la voce che pronuncia la prima frase, quella scorretta, cioè la voce di Ermanno Baistrocchi, praticamente.

La vanità degli scrittori.

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«Ho intervistato e condiviso il palco con molti scrittori negli anni, e la maggior parte di essi si sono dimostrati persone modeste e con i piedi per terra. Solo uno una volta è arrivato nella lobby dell’albergo indossando gli occhiali da sole, ma era un attore riciclatosi in scrittore. E di tutti i relatori dei festival letterari ai quali veniva chiesto di indossare il microfono ad archetto, solo due si sono rifiutati di farlo perché rovinava la loro pettinatura — ed erano entrambi maschi».

Julian Baggini, scrittore inglese che si occupa soprattutto di divulgazione filosofica, è l’autore di questa frase, tratta da un suo intervento sul Guardian circa un problema che affligge gli scrittori. I quali non saranno egocentrici come le rockstar, ma non sono neppure immuni da un altro vizio: la vanità. Spiega Baggini:

Più ho esperienza con gli scrittori, più noto i loro piccoli segnali di vanità, come la tendenza a riportare la conversazione ai loro lavori al minimo accenno provocazione. «Come ho scritto nel mio…», affermano al modo della più tipica apertura di un monologo. È un vizio comune, certo, ma visto che gli scrittori dovrebbero essere delle persone eccezionalmente curiose, penseresti che siano i meno propensi a mettere loro stessi (anziché gli altri) al centro di tutto. Ma forse è solo il riflesso del fatto che uno scrittore, oltre ad essere interessato alle cose che succedono del mondo, deve anche esplorare a fondo il suo punto di vista su di esso.

Di volta in volta ho visto scrittori infastiditi anche da critiche miti e anche quando le recensioni tutto sommato presentavano un giudizio positivo. Una volta, per esempio, scrissi quella che pensavo essere una recensione entusiasta di un libro su uno degli argomenti più dibattuti nella storia dell’uomo. Suggerii che l’autore aveva risolto il problema di come dire qualcosa di nuovo circa un tema sul quale era già stata detta ogni cosa, e lo aveva fatto mettendo insieme i pezzi nel miglior modo possibile. L’autore mi rispose, ringraziandomi per le belle parole ma anche dicendosi «devastato» dal mio giudizio di scarsa originalità.

Il peggior esempio di autore troppo sensibile fu invece quando recensii, mi sembra piuttosto generosamente, un libro di memorie. Ricevetti una email dall’autore che minacciava di farmi causa. Il mio errore era stato quello di aver riportato che l’autore aveva picchiato sua «moglie» — quando in effetti si trattava di una coppia convivente.

Saggi lettori

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Babelia, l’inserto culturale del quotidiano spagnolo El Pais, celebra il boom della saggistica nelle librerie. E Filippo La Porta commenta [Corriere della Sera, 18.01.2015, p. 33] questa fame di idee, anziché di racconti, che sembra aver colpito i lettori:

[i lettori] dai libri pretend[ono] idee, ragionamenti utili, pensieri sulla cristi che sta[nno] vivendo e non mero intrattenimento (che cerca[no] in altre direzioni: come puro distraente il libro oggi cessa di essere competitivo). Anche la nostra editoria comincia ad accorgersene benché sotto la dicitura «saggi» continuiamo a vedere, con effetto di confusione sul lettore, titoli che riguardano la cucina, il giardinaggio e la vasta area del self-help, che andrebbero rubricati sotto «varia». L’unica distinzione da fare è tra «saggio accademico» (o formal essay) — che avrà probabilmente un futuro solo digitale — e «saggio generalista» (o personal essay), che invece può avere un futuro cartaceo. Il saggio conta poi su lettori più fedeli e meno casuali della narrativa. Infine: in Spagna, ma anche da noi, funziona meglio il saggio breve: quelli di Byung-Chul Han, Agamben, Berardinelli, Pablo D’Ors e Sabater […] Un paese con più lettori di saggi è meglio attrezzato ad affrontare la spaesante complessità del presente. Quando avanza l’antipolitica, e rischia di incrinarsi lo stesso patto sociale, si ha bisogno di cittadini riflessivi, di individui consapevoli che si nutrono soprattutto di saggistica.

Sartrerizzarsi, l’originale.

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Mentre va di moda sartrerizzarsi e rifiutare le onoreficenze, è stata resa nota la lettera che Jean-Paul Sartre scrisse di suo pugno nel 1964 al comitato dell’Accademia Svedese, nella quale spiegava la motivazione del suo rifiuto del premio Nobel.

La storia di questa lettera è piuttosto tortuosa. Sartre aveva sempre detto di non voler accettare alcuna onorificenza o premio, perché «uno scrittore che prende posizioni politiche, sociali o letterarie deve agire solo con quanto è suo — cioè la parola scritta» e «tutte gli onori che potrebbe ricevere esporrebbero i suoi lettori ad una pressione che non considero accettabile». E non cambiò mai idea. Per questo quando iniziò a circolare la voce di una sua possibile candidatura al Nobel, Sartre prese carta e penna e scrisse al comitato dell’Accademia Svedese. Solo che quella lettera arrivò troppo tardi al tavolo del comitato, quando ormai il suo nome era stato scelto e non era più possibile tornare indietro. Fosse arrivata prima, probabilmente la sua stessa candidatura sarebbe stata ritirata. Fino a quel momento, infatti, gli stessi membri dell’Accademia avevano espresso qualche dubbio — non ultimo proprio per via delle dichiarazioni che lo scrittore era solito fare nei confronti dei premi —, tanto che il suo nome fu affiancato a quello di altri due papabili letterati: lo scrittore russo Mikhail Sholokhov (che vinse l’anno successivo) e il poeta inglese WH Auden (che però il Nobel non lo vinse mai).

Ma perché emerge solo ora il contenuto di questa lettera? Perché per prassi, l’Accademia Svedese mantiene secretate per 50 anni tutte le informazioni riguardanti le nomination e le selezioni dei premi Nobel. Certo, sempre nel 1964 in una lettera indirizzata alla stampa svedese (e pubblicata anche in francese su Il Monde e in inglese sulla New York Review Of Books), Sartre aveva già avuto modo di spiegare il perché del suo rifiuto del Nobel, scrivendo che

lo scrittore che accetta un’onorificenza di questo tipo coinvolge non solo se stesso, ma anche l’associazione o l’istituzione che lo stanno onorando […] Lo scrittore deve perciò rifiutarsi di essere trasformato in un’istituzione, anche se questo dovesse avvenire nelle circostanze più onorevoli, come sembra essere questo caso.

Ciò che emerge ora, a distanza di 50 anni, è che la decisione per Sartre non fu affatto semplice, ma costernata da almeno un dubbio. Non era il premio in sé a tentarlo, quanto la cifra che lo accompagnava: 250 mila corone svedesi. Nella lettera oggi resa nota, Sartre scriveva:

O uno accetta il premio e con i soldi può supportare quelle organizzazioni e quei movimenti che considera importanti — e i miei pensieri vanno al comitato londinese contro l’Apartheid. Oppure uno rifiuta il premio sulla base di prodigi principi, e in questo modo priva quei movimenti di tutto il supporto di cui necessitano disperatamente. Ma credo che questo sia un falso problema. Ovviamente rinuncio alle 250 mila corone svedesi perché non desidero essere istituzionalizzato né a Est né a Ovest.
D’altra parte a una persona non può essere chiesto di rinunciare, per 250 mila corone, a quei principi che non sono solo suoi, ma sono condivisi da tutti i suoi compagni. Questo è ciò che ha reso così doloroso per me sia l’assegnazione del premio che il rifiuto che ora sono obbligato a fare.

Citation du jour

Intervistato da Silvia Truzzi per il Fatto quotidiano [domenica 14 dicembre 2014], alla domanda se abbia mai letto Il nome della rosa, Pietro Citati risponde:

Non l’ho letto. Arrivai a pagina quaranta, alla descrizione di una chiesa medievale: talmente incompetente che non potevo andare avanti. Di Eco ho letto solo Il pendolo di Focault, un brutto libro, ne ho scritto malissimo. Secondo me, Umberto Eco non esiste come scrittore.