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Letteratura e cucina

Aldo-Buzzi

Chi pensa che i libri di cucina siano noiosi e abbiano un apporto letterario prossimo allo zero ha ragione. Del resto, non si può pretendere che un ricettario contenga della letteratura. O che un libro che spiega come cucinare un — cito a caso — pollo alla cacciatora sia scritto in maniera godibile; è scritto, piuttosto, con l’intento di dare istruzioni e seguire passo per passo il lettore — il cuoco, meglio, seppur provetto.

Essendoci un’eccezione a tutto, ne esiste una anche per i libri di cucina. Sto parlando di L’uovo alla kok, scritto da Aldo Buzzi nel 1979 e ancora in catalogo nella collana Piccola biblioteca di Adelphi. Aldo Buzzi non nasce come scrittore, ma come architetto. Abbandona però quasi subito la sua vera professione, dedicandosi a pieno tempo alla scrittura: per il cinema, scrivendo sceneggiature e collaborando con Alberto Lattuada (la cui sorella diventerà anche sua moglie); e per la narrativa: proprio dall’esperienza cinematografica nasce il suo primo libro Taccuino di un aiuto regista (Hoepli, 1944) e negli anni Sessanta lavora come redattore capo della Rizzoli.

Ci sono molte analogie tra la scrittura di Aldo Buzzi e la cucina, non solo per via dell’Uovo alla kok. La scrittura di Buzzi sembra procedere, infatti, nello stesso modo in cui nasce una ricetta elaborata: cucinando. Dietro ogni sua riga, sempre sintetica, sempre molto attenta alla sintassi e alla punteggiatura, si intravede una grande lavoro di cucina sulle parole. Del resto, tra le sue affermazioni più celebri, c’è quella secondo la quale «una pagina piena di cancellatura è bella come un’acquaforte di Morandi». E si vede, nei suoi testi, anche una cura maniacale per i termini, per la loro origine e per la loro traduzione nelle varie lingue. Tra le pagine più deliziose dell’Uovo alla kok c’è quella, subito all’inizio del libro, dove racconta la ricetta della Sopa de lima, la zuppa di lime. Descrivendo l’origine del termine che indica il piccolo agrume, Aldo Buzzi scrive:

La lima è un limoncino tropicale, perfettamente rotondo e grande come una pallina da golf, color verde-rana, sugoso, di sapore diverso da quello del limone. Lima, plurale lime, è la voce italiana per lo spagnolo lima, plurale limas e l’inglese lime, plurale limes. Essendo il primo significato di lima (e quasi sempre l’unico sul dizionario) quello del noto utensile d’acciaio, l’idea di una zuppa di lime è, al primo momento, di una assurdità repellente. Sarebbe più logico se la lima si chiamasse limo, così il limone diventerebbe quello che in pratica è già: un grosso limo.

In uno dei tanti brevi capitoli che compongono questo libretto, Aldo Buzzi fornisce anche — ma senza esplicitarla — la spiegazione del perché il suo libro si chiami così, con «kok» scritto all’italiana, in luogo del francese «alla coque»:

Una paillard, come ognun sa, è una fetta sottile di carne di vitello (o di manzo, come era in origine, lo ha ricordato di recente il Carnacina) ai ferri, con pepe, sale e limone. Il signor Paillard, il cui nome appare sempre più spesso italianizzato in Paiard o Paiar (in compagnia, sui menu più frettolosi, di uova alla kok, wustel, ascé di manzo alla Metro d’Otel, eccetera eccetera), già proprietario di un famoso ristorante di Parigi, sul boulevard des Italiens, e prima chef del Ritz, non ha fatto un grande sforzo per raggiungere l’immortalità. Ma solo in Italia. In Francia, gastronomicamente, paillard non vuol dire nulla: come se qualcuno chiedesse del vitel tonné.

Il giornalismo secondo Mario Vargas Llosa

mario-vargas-llosaL’anno scorso lo scrittore premio Nobel Mario Vargas Llosa ha pubblicato un bel saggio, La civiltà dello spettacolo (Einaudi 2013), dove analizza lo stato della cultura in quella che definisce una società che ha trasformato la «naturale propensione a divertirsi in un valore supremo, [con] conseguenze inaspettate: la banalizzazione della cultura, la generalizzazione della frivolezza e, nel campo dell’informazione, la proliferazione del giornalismo irresponsabile basato sul pettegolezzo e sullo scandalo». Due sono i motivi che Vargas Llosa individua come causa di tutto questo. Per primo, il «benessere seguito agli anni di privazioni della seconda guerra mondiale e alle ristrettezze dei primi anni del dopo guerra»; e un secondo, «rappresentato dalla democratizzazione della cultura», che ha portato la quantità a vincere sulla qualità e a considerare come cultura «tutte le manifestazioni della vita di una comunità: la lingua, le credenze, gli usi e costumi, gli indumenti, le tecniche e, in generale, tutto ciò che vi si pratica, evita, rispetta e aborre».

Ritornando all’informazione, particolarmente significative sono le pagine che dedica al giornalismo [40-44] e al ruolo che si è ricavato all’interno della società dello spettacolo:

Il confine che per tradizione separava il giornalismo serio da quello scandalistico e sensazionalistico si è fatto meno nitido, riempiendosi di buchi sino a svanire, in molti casi, al punto che ai nostri giorni è difficile stabilire la differenza tra i diversi mezzi di informazione. Una delle conseguenze del trasformare l’intrattenimento e il divertimento nel valore supremo di un’epoca è infatti che, nel campo dell’informazione, va producendosi in maniera impercettibile anche uno sconvolgimento occulto delle priorità: le notizie diventano importanti o secondarie soprattutto, e a volte esclusivamente, non tanto per il loro significato economico, politico, culturale o sociale quanto per il loro carattere nuovo, sorprendente, insolito, scandaloso e spettacolare. Senza che se lo sia proposto, il giornalismo dei giorni nostri, seguendo il mandato culturale imperante, cerca di intrattenere e di divertire informando, con l’inevitabile risultato di fomentare, grazie a questa sottile deformazione dei suoi obiettivi tradizionali, una stampa che a sua volta è light, leggera, amena, superficiale e divertente, la quale, in casi estremi, se non ha sottomano informazioni di questo genere da riferire, le fabbrica.

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Snobismo librario

Regolarmente emerge il tema «libri letti dal pubblico vs libri che vincono premi». Mette i suoi due cents anche Claire McGowan:

Credo sia giunto il momento di smetterla di essere snob nei confronti delle guilty readings. L’anno scorso i dati pubblicati da PLR con i prestiti delle biblioteche nel Regno Unito, mostranovano che i libri letti dal pubblico non sono quelli che vincono i premi o celebrati dai giornali. Dominano i thriller e i best seller erotici come Cinquanta sfumature di grigio e i suoi sequel.

Il fenomeno Cinquanta sfumature mi affascinava. Quando ho detto che l’avrei letto per vedere di che si trattava, alcuni miei cari amici mi dissero (scherzando, credo), «ti toglierò da Facebook fino a quando non l’avrai finito». Era però incoraggiante che le persone leggessero un libro, parlassero di un libro nei giornali e addirittura si arrabbiassero per un libro. Data l’ansia del declino dei lettori, non è forse il momento di celebrare il fatto che le persone leggono libri — qualunque tipo di libri — al posto di guardare film su Netflix o di giocare a Candy Crush sui loro telefonini?

Leggere i classici

Una volta un tizio che voleva insegnare a me e ad altre persone a scrivere in modo stringato ma elegante, ci consiglio di leggere tantissimo. E tantissimi classici. Lo pensa anche Saket Suryesh, che sull’argomento ha scritto un bel pezzo:

Great literature ought to have, to quote Charles Augustin Sainte-Beuve, “discovered some moral and not equivocal truth, or revealed some eternal passion in that heart where all seemed known and discovered.” Writers should employ eloquence because they want to whisper their truth to you. In this way, the classics are philosophy, with fiction there to illustrate the point. But a classic, contends Italo Calvino, is a book that has never finished to say what it has to say. Don’t we all want to read such a book? Don’t we all want to write such a book?

La libreria del futuro.

Che l’opera sopravviva allo scrittore, è da sempre una delle questioni centrali nella letteratura. Un bell’esperimento dell’artista scozzese Katie Paterson, Future Library, prova a dare una risposta al problema.

In Norvegia, nei dintorni di Oslo, è stata piantata una foresta che fornirà la carta per alcuni libri che verranno stampati tra cent’anni. Fino a quel momento un autore all’anno fornirà il suo contributo, che verrà mantenuto segreto fino alla pubblicazione prevista per il 2014. Come scrive il New York Times

Chi contribuirà al progetto rinuncerà ad essere plaudito oggi, così come a feedback di ogni tipo sulla sua opera. In cambio, si assicureranno l’attenzione dei lettori del Ventiduesimo secolo.

La primissima ad aderire è stata la scrittrice Margaret Atwood. Tutto il materiale verrà conservato in una speciale stanza della New Public Deichmanske Library di Oslo, progettata dalla stessa Paterson, nel tentativo di trovare lettori completamente liberi da ogni pregiudizio sugli autori.

«Seicentosessantasei»

In un lungo articolo per il Corriere della Sera [5.09.2014], che ho avuto modo di recuperare grazie al lavoro di Giorgio Dell’Arti che l’ha ripubblicato nel Foglio rosa del lunedì [8.09.2014], Aldo Busi indaga la morte della letteratura contemporanea nell’epoca dei social network, dove per letteratura s’intende un testo che «non è mai saggio o una narrazione storica, di fonte documentale o fittizia che sia, ma un romanzo, un romanzo contemporaneo […] scritto non solo da uno scrittore, ma da un uomo che al contempo sia un uomo libero […] da barriere di rispetto e da autocensure che non siano quelle inerenti l’estetica del linguaggio e dell’economia dell’opera in sé per sé». Questa morte non risiederebbe tanto nella qualità dei testi prodotti, ma ricadrebbe piuttosto nella ricezione stessa del testo che, all’epoca dei social network, secondo lo scrittore corrisponde ad un «oblio incorporato» alla testo stessa; l’opera — scrive Busi — «non dura più di un tweet, e sarà numericamente infinitamente meno letta e presa in considerazione di un hashtag».

Al termine dell’analisi, Busi fornisce alcuni aneddoti sulla promozione televisiva di alcuni suoi lavori del passato, aggiornando le cifre ai tempi nostri, e cioè ai tempi descritti fin lì nel suo articolo:

La prima volta che andai in televisione a promuovere un mio romanzo fu nel 1985 per Vita standard di un venditore provvisorio di collant e mi fu chiesto quanti erano secondo me in Italia i lettori che avrebbero potuto leggerlo, s’intende fino in fondo e comprendendolo. Risposi di getto, «Diecimila», e il presentatore restò basito, si aspettava che sparassi una risposta tipo «Un milione» o addirittura «Chiunque», in fondo ero lì per fare promozione a man bassa, non per scoraggiare; a metà anni Novanta ebbi modo di dichiarare che erano scesi a cinquemila e che ormai si trovava difficile persino Seminario sulla gioventù, intendo dire che persino gente laureata in lettere cominciava a trovare difficile, anzi, ostico, al di là della personale attrazione o repulsione, un testo che avrebbe potuto e saputo leggere fino in fondo, almeno capendolo se non proprio sentendolo, chiunque avesse fatto le scuole medie negli anni Sessanta; oggi, oggi che più a nessuno salterebbe in mente di porre una domanda simile a uno scrittore ospite a un talk show, risponderei «Seicentosessantasei», tanto per gradire e perché la televisione vuole le sue risposte un po’ a effetto, ma anch’io penserei, «Venticinque», e non uno di più.

L’anno che verrà sarà sempre peggio dei cent’anni prima.

centanni

La retorica del «si stava meglio quando si stava peggio» è tra le tossine più dannose per il continuum culturale di una società. E’ una specie di torcicollo intellettuale per cui non si guarda indietro con lo spirito critico, o di apprezzamento, o di esaltazione per un passato più o meno glorioso nel campo della letteratura, delle arti visive, della musica, ma solo per prendere quel passato a piene mani e metterlo sul piatto della bilancia del confronto con il presente. Il quale presente — guarda caso — ne esce quasi sempre con le ossa rotte.

Né più né meno di quanto fatto questa mattina da Ranieri Polese su La Lettura, il pregevole inserto domenicale del Corriere della Sera [29.12.2013 p.5]. Titolo dell’articolo: «Avanguardie addio, il Web è piatto», e basterebbe già per fargliene una colpa se non fosse che il titolista e l’articolista sono due persone differenti. Svolgimento tutto sul paragone. Con quanto avveniva un secolo fa: il primo volume de Le Recherche di Proust, La sagra della primavera di Stravinskij, Picasso cubista a Parigi, ecc.

Oggi invece cosa c’è? L’appiattimento, l’avanguardia non esiste perché non c’è più una tradizione contro il quale opporsi e sicuramente di quel tizio inglese che mise lo squalo sotto formaldeide tra cent’anni non si ricorderà più nessuno. Ciò non rappresenta un giudizio critico su Hirst (citati anche Franzen e Rushdie, campo letteratura). Piuttosto una delegittimazione sui generis, buona per titillare le papille gustative dei più nostalgici tra i lettori de La Lettura (e dovranno essere quindi molti).

Tutto questo, si badi bene, con l’avvertenza che

paragonare opere di ieri a quelle di oggi non si può perché sono assolutamente disomogenee.

Potremmo stare qui ore a discutere del significato di «disomogeneo». Fortunatamente è Polese stesso a giungerci in aiuto sul finire del suo articolo:

Tutto si può scaricare. Questo comporta dei rischi: la crisi (la morte?) del libro, del cinema, della musica nelle loro forme tradizionali.

Dunque la disomogeneità sta nel mezzo, non in quella che Polese, travisandola, chiama «forma». Il discorso è vecchio e la sua efficacia è stata ampiamente dimostrata: non esiste. Nessuna delle cassandre che avevano messo in forse il futuro di un’arte, al momento in cui era cambiato il mezzo, ha avuto ragione. A meno, quando per forma non intendesse il mezzo, non abbia proceduto nel suo ragionamento con la logica di cui si diceva all’inizio: guardando indietro e paragonando il presente al passato.

La musica non è in crisi perché ora viene scaricata, né perché i suoi modelli sono «ripetitivi» rispetto a quelli del Pop-Rock anni ’60 (sempre Polese: evidentemente cade nel vizio di considerare migliore tutto ciò che risale ai suoi tempi, tanto più tutto ciò che conosce poco e male).
La musica (e, certo, il cinema, la letteratura) se è in crisi — e lo è quanto meno dal punto di vista economico — non è di certo per la normalizzazione e la democratizzazione culturale che il Web ha portato. Ma perché manca l’opera di selezione, di critica, manca quella curiosità che dovrebbe smuovere i Polese della situazione (e gli inserti culturali che li pubblicano) dal torpore che fa loro preferire parlare sempre dei soliti, o sempre bene del passato ai danni del presente (il futuro, sebbene questi attacchi spesso stiano tra gli specialini sull’anno che verrà, non è quasi mai pervenuto).

Nemmeno un editor che si sia chiesto cosa fossero.

Sto leggendo in questi giorni un vecchio romanzo. Non è importante dire con precisione quale. Basti il fatto che è uno dei tre romanzi più famosi di un ex enfant prodige della letteratura americana, uscito a metà degli anni Novanta e tradotto in Italia da una delle più prestigiose case editrici nostrane — non quella con i colori pastello, l’altra.
Non sono un maniaco delle traduzioni. Mi piacciono ben fatte, ma non mi sentirete mai dire che è meglio leggere un romanzo in lingua originale. Certo che è meglio, ma ci sono traduzioni talmente belle e fedeli che non si perde nulla né della storia né, soprattutto, dello stile dello scrittore.
Per farla breve, ché l’ho già fatta troppo lunga. Ad un certo punto il protagonista del libro prende un compact disc e lo infila nel lettore. Decidendo però che l’ascolto dell’intero disco è troppo, programma solo alcune canzoni (una pratica che sono quindici anni buoni che nessuno fa più, ma perfettamente in linea con gli usi del tempo in cui il libro uscì). Magicamente, i brani (“tracks” in originale) nella traduzione italiana diventano “piste”.