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Gli impressionanti distinguo sul caso Sallusti.

La cosa divertente è leggere i distinguo. Piccolo riassunto, per chi avesse passato le ultime 36 ore su marte. Ieri mattina Il Giornale dà in apertura la notizia di un possibile arresto (manca il pronunciamento della Cassazione, previsto per mercoledì) del suo direttore responsabile Alessandro Sallusti, reo nel 2007 di aver diffamato su Libero (di cui allora era reggente) un giudice di Torino. Reo in modo oggettivo, perché l’articolo che avrebbe contenuto la diffamazione non era firmato da lui, ma da un’altra persona (sotto pseudonimo), e il giudice non era nemmeno nominato (vi si faceva solo riferimento). Siccome Sallusti era il direttore responsabile, la responsabilità del pezzo (o dell’omesso controllo prima che finisse in pagina), secondo le vetuste regole che governano il mondo dell’informazione italiana, è sua. Quindi in galera ci finisce lui, poiché la diffamazione è un reato penale e — come spiegava Vittorio Feltri nell’editoriale a corredo della notizia — ai direttori di giornale difficilmente vengono concesse le attenuanti per via del mestiere che nel corso degli anni fa loro collezionare una certa quantità di precedenti. Per il giudice che ha emesso la sentenza in secondo grado e che ha condannato il direttore del Giornale al carcere (condanna assente in primo grado), inoltre, Sallusti dovrebbe andare in galera non solo per i precedenti appena citati, ma anche perché ci sarebbe il pericolo che, esercitando la sua professione, possa reiterare il reato. Insomma, una cosa terribile nell’Italia del 2012, ma purtroppo reale.
Giustamente la notizia ha avuto una reazione unanime nel mondo del giornalismo e in quello politico, dove tutti (anche acerrimi nemici “politici” di Sallusti, vedi Marco Travaglio) sono concordi nel ritenere l’eventuale galera a Sallusti un’azione che limita la libertà di espressione. E anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha fatto sapere di seguire da vicino la vicenda, dopo che in molti si sono rivolti a lui chiedendo di intervenire.
Dicevo all’inizio: è divertente però leggere i distinguo alla solidarietà espressa. E questi, va detto subito, provengono quasi tutti dalla rete, ovvero da quel mondo che giorno e notte combatte una guerra di superiorità contro la carta stampata ma che, sentendosi profondamente subalterno ad essa, non perde quindi l’occasione — ghiottissima — di levarsi qualche soddisfazione. Allora è tutto un coro di “punti fermi” in solidarietà a Sallusti, seguiti da una serie di “ma” e “però” che fanno accapponare la pelle, per via dell’ipocrisia con la quale vengono affermati. Si fanno le pulci alla cosa, facendo intendere che il giornalismo un po’ spericolato di Sallusti, del Giornale e di Libero un po’ giustificherebbe la galera; che la diffamazione non è un reato penale solo in Italia; che le regole dell’informazione sono quelle e via dicendo. Come se, ad esempio, il fatto che diffamare porti in carcere anche in altri paesi faccia dell’Italia, da questo punto di vista, un posto un po’ più civile di quello che è. O come se Sallusti fosse l’unico giornalista il cui tenore di scrittura è sopra le righe. Insomma, dei distinguo patetici, fosse solo per il modo in cui vengono condotti: con abbondanti arrampicate di specchi. Quando, al popolo della rete sempre pronto ad inginocchiarsi al pensiero dominante, sarebbe bastato dimostrarsi un po’ più coraggioso e dire: sono solidale, ma un po’ meno solo perché Sallusti mi sta sul cazzo — e se sta sul cazzo a me, un po’ si merita la galera.

Appunti per Carlo Freccero

Nel 2008, intervistato per La Stampa da Claudio Sabelli Fioretti, Roberto D’Agostino argomentò così il profondo rispetto e l’enorme stima che nutriva per Renzo Arbore:

Renzo può anche stuprare la Angiolillo sugli scalini di Trinità dei Monti. Io scrivo che l’Angiolillo l’ha molestato oltre misura.

Con le dovute proporzioni, io affermerei la stessa cosa di Carlo Freccero. Anzi, siccome non ho mai avuto alcun tipo di rapporto con lui, dico piuttosto che il suo lavoro di uomo di televisione, di grande innovatore, di personaggio coraggioso, di intellettuale politicamente distante dai miei lidi (e, forse per questo ancor più intrigante), di situazionista e di abile conversatore, me lo fanno difendere a spada tratta da qualunque accusa gli viene rivolta. Potrebbe combinare anche la cosa più deplorevole sulla faccia della terra, e io direi che qualcuno l’ha esasperato al punto tale che lui la commettesse.

Questo per dire che mi schiero dalla sua parte nella polemica di questi giorni con Libero. Anche se la sua telefonata era meschina e inopportuna, certo. Anche se il linguaggio usato non era alla sua altezza (eufemismo), pur trattandosi di una telefonata privata che Libero forse avrebbe fatto meglio a non mettere online, soprattutto dopo aver gridato per anni contro le intercettazione e la pubblicazione di esse (e anche se pubblicavano, oh se pubblicavano!). Anche se l’odiosa affermazione secondo la quale i cardinali sono pedofili, è una cazzata alla quale non crede nemmeno Freccero stesso. Eccetera eccetera.

Per questo, in conclusione, faccio notare una cosa: Fisica o Chimica (parentesi: cari giornalisti che improvvisamente siete diventati tutti esperti di serie tv, quella è una ‘o’, non una ‘e’, dunque la serie non si chiama “Fisica e Chimica”; no, perché l’ha sbagliato il 90 percento di voi) sarà pure un’ammucchiata in fascia protetta alla quale Libero ha affibbiato il ridicolo epiteto di “Pornorai” (ma qui, ovviamente, si crede a Freccero, e dunque la si considera nel suo contesto, e quindi pedagogica, pur ammettendo candidamente di non averne mai vista una puntata), ma il sito di Libero è di gran lunga il quotidiano online con la più grande quantità di figa a scopo di aumentare i click dell’internet italiana. Una volta che Freccero si è appuntata questa cosa, per lui tutto sarà più facile.

Un po’ ve la meritate, la crisi della stampa.

Non ho una posizione solida sulla questione giornali di carta/giornali digitali. Ho però una posizione solida sul fatto che ormai le nuove generazioni non sanno che farsene della stampa periodica, soprattutto quotidiana. Propinargliela su carta, o sull’iPad, secondo me non fa alcuna differenza: la ignorano. La osservano come si osserva lo zio invecchiato male al pranzo domenicale. Non sanno che farsene, solo che con lo zio la questione è un po’ più complicata che con l’edicola.

E’ un peccato. Perché a me la stampa periodica fa impazzire. La acquisto, la leggo, la scruto, la studio. Per me il giornale di carta ha un valore ancora immenso, discorso questo che non riesco più a fare per i libri, per dire (e nemmeno per tutti i libri: per i romani, diciamo così). La stampa periodica su carta ha ancora un senso, almeno fino a che le versioni digitali continueranno ad essere la mera trasposizione su iPad di quello che già si legge su carta (perché ci rifiutiamo di pensare che aggiungere un video cliccabile al posto di una fotografia cambi qualcosa, vero?). C’è tutto il lavoro artistico, per fare un esempio, che è ottimizzato al mondo della carta e che è perfettamente fruibile solo sul mezzo per cui è stato pensato. Vale per i quotidiani, e a maggior ragione per le riviste, soprattutto quelle cosiddette “patinate”, per cui il lavoro degli art director e dei fotografi costituisce, a volte, quasi l’unico motivo che giustifichi l’acquisto.

Insomma, avete capito. Poi però ti svegli una domenica mattina, ascolti distrattamente la rassegna stampa, leggi il giornale che ti è stato lanciato in giardino intorno alle 6, ti vesti ed esci per acquistare la mazzetta in edicola. E ti rendi conto che torni a casa con due giornali diversi ma assolutamente identici. E oltrepassati, non solo nella titolazione, non solo nella grafica: anche in (quasi) tutto il contenuto. Pensi quindi che questi un po’ se la meritino la crisi della carta stampata.