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Romanzi audiovisivi

Il critico Gianluigi Simonetti, sulla Domenica (7.7.2019, p. 23), analizza i due libri che, fino all’ultimo, si sono contesi il premio Strega: Fedeltà di Marco Missiroli (Einaudi) e M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati (Bompiani), con quest’ultimo ad avere poi trionfato tra la «cinquina» nella serata finale:

Romanzi in apparenza diversissimi: M massimalista, epico, frammentario, sovraccarico stilisticamente e politicamente impegnato; Fedeltà minimalista, sentimentale, fluido, prevalentemente colloquiale (con qualche accensione metaforica), sostanzialmente cattolico. Eppure romanzi simili, nel loro concentrarsi sull’efficacia del racconto, e nella sudditanza di fondo a modelli audiovisivi: romanzi che crescono ispirati dai film e dalle serie, per diventare a loro volta soggetti di altri film e di altre serie, al termine di un ciclo produttivo il cui il momento letterario finisce con l’essere un mezzo più che un fine. Romanzi che parlano, da sponde lontane (e da riconoscibili ma opposti brand), allo stesso pubblico: un pubblico informato e connesso, genericamente smart, che di letteratura vera e propria non sa e non vuol sapere, perché ha imparato a rimpiazzarla con le ’storie’ (o con le ’narrazioni’, come dicono i più sofisticati). Quali storie? Quelle della televisione intelligente e del cinema d’autore, del giornalismo-spettacolo e della recita politica, delle tendenze (e delle paranoie) glamour, dei social network.

È questa materia a cui la narrativa letteraria deve trovare il modo di adeguarsi, consapevole di poter arrivare’ a un pubblico non solo di nicchia tanto prima e meglio quanto più lo stile del romanzo, che disgraziatamente è fatto ancora di parole, risulterà lubrificato, saporito, amabile. Di qui l’imposizione di due filtri privilegiati: la chiarezza standard e amichevole (come in Missiroli) o la speziatura violenta e pittoresca (come in Scurati). Di qui, anche, la ricerca attenta di temi (meno conta il come, più conta il cosa si racconta): può andar bene una quotidianità democratica, che seduca attraverso identificazioni tempestive (come in Missiroli), ma bene anche un’eccezione totalitaria, che seduca attraverso un’emergenza sancita dalla grande storia (come in Scurati). Il bello dello Strega alla fine è proprio questo: ci permette di vedere al lavoro la ’macchina’ del romanzo contemporaneo, il cui scopo è quasi sempre comunicativo più che estetico, e rassicurante più che critico (anche quando mima la denuncia civile, o cerca la polemica politica).

Le vite dei librai indipendenti

Photo by Eli Francis on Unsplash

Tra i tanti libri che ho ricevuto in regalo per Natale, ha attirato la mia curiosità un testo di cui non avevo mai sentito parlare, seppur una breve ricerca in rete mi ha restituito un gran numero di pagine, recensioni, storie e dibattiti intorno ad esso. Si tratta di Una vita da libraio, di Shaun Bythell, pubblicato nel 2017 e tradotto in italiano nella collana Stile Libero Extra di Einaudi. A metà tra il memoir e il diario puro, il libro racconta un intero anno della vita quotidiana del suo autore, proprietario della più grande libreria indipendente di testi usati della Scozia, The Bookshop a Wigtown, nella regione del Galloway (sud ovest della Scozia, affacciata sul Mare d’Irlanda).

Aveva già provato Orwell a descrivere le peripezie — quasi tutte in negativo — del commesso di una libreria di testi usati nel suo saggio Ricordi di libreria (da noi raccolto nell’antologia Letteratura palestra di libertà, Mondadori). E qui Orwell viene richiamato da Bythell all’inizio di ogni capitolo — uno per ogni mese dell’anno — come spunto per riflettere sui tanti argomenti che costellano la vita delle libreria indipendenti, in particolare quelle che trattano testi di seconda mano: dagli snob a caccia delle prime edizioni, agli «appassionati di libri» (che, secondo le statistiche e anche secondo Bythell sono quelli che alla fine escono a mani vuote dai negozi), fino al reparto di libri per bambini e alla irresistibile tentazione di questi ultimi di scompigliare gli scaffali perfettamente ordinati dai commessi.

Le riflessioni e i racconti di Bythell toccano anche i problemi con la sopravvivenza che le librerie indipendenti devono affrontare, schiacciate dalla concorrenza online e di Amazon in particolare — visto come il nemico assoluto, tanto che Shaun ad un certo punto con un fucile da caccia spara ad un vecchio modello di Kindle acquistato allo scopo su e-bay per 10 sterline e ne appende le spoglie in negozio: qui siamo solidali, ma da consumatori refrattari a qualsiasi rigurgito luddista anche molto poco comprensivi –, ormai prepotentemente subentrati nelle abitudini di acquisto di qualsiasi amante dei libri e della lettura a scapito dei titolari dei negozi. Sebbene resistano sparuti personaggi che, con sorpresa più volte qui e là disseminata da Bythell nel testo, continuano a preferire il contatto umano con le librerie (in questo senso irresistibile il personaggio di Mr Deacon, che fa capolino più volte nel testo).

Una lettura divertente, scorrevole ma non sciatta (come dev’essere per chi tratta libri nel suo quotidiano) e piena di passaggi esemplari e famigliari agli amanti dei libri. Uno su tutti, la differenza tra il commerciante di libri e il bibliotecario, riassunta in un memorabile passaggio (pp. 284-285 dell’edizione italiana):

Una signora si è guardata intorno per una decina di minuti, poi si è avvicinata e mi ha detto di essere una bibliotecaria in pensione. Forse pensava che avessimo qualcosa in comune? Macché. Noi librai detestiamo i bibliotecari. Il problema è che per spuntare un buon prezzo da un libro usato bisogna che sia in condizioni decenti, mentre lo sport preferito dei bibliotecari è prendere un libro in perfetto stato e riempirlo di timbri ed etichette adesive, dopodiché, senza nemmeno cogliere l’ironia della cosa, lo avvolgono in una copertina di plastica per proteggerlo dal pubblico. Ai libri affidati alle poco amorevoli cure di una biblioteca toccherà infine l’onta di vedersi strappato il risguardo anteriore, mentre sul loro frontespizio si abbatterà un timbro con la scritta «Scartato», e per finire verranno offerti in vendita ai comuni cittadini a prezzi stracciatissimi. Un libro passato attraverso il sistema bibliotecario vale meno di un quarto delle copie che non hanno subito quella sorte.

Leggendo Una vita da libraio si scoprono anche un sacco di altre cose, da appuntare qui per uso futuro. Wigtown è una cittadina la cui vita economica si è sempre retta su una cooperativa casearia e su una distilleria di whisky. Chiuse entrambe in quinquennio di crisi (tra il 1989 e il 1993), l’economia locale di Wigton si è poi reinventata anche grazie al libro: le numerose librerie presenti (Wigtown è città del libro in Scozia) hanno trainato l’apertura di nuovi esercizi commerciali e la sinergia tra la comunità e il libro ha dato vita ad uno dei festival letterari più importanti del Regno Unito, il Wigtown Book Festival, che si svolge in autunno con uno spin-off primaverile e una serie di eventi collaterali sparsi su tutto l’anno, per molti dei quali il Bookshop di Bythell è uno dei centri nevralgici. Nato su base associativa e volontaria, il Festival si è nel tempo imposto come una vera e propria impresa. Ci dev’essere una lezione da apprendere da qualche parte, lascio alla sensibilità di ciascuno comprenderla.

I libri di quest’anno

Photo by Patrick Tomasso on Unsplash

Ogni tanto mi ricordo di avere questo spazio e, anche quest’anno, lo utilizzo per parlare delle mie letture.

Ho letto molto; quasi quanto lo scorso anno, sebbene in quell’occasione fossi certo che non ce l’avrei fatta: «Prevedo già di non riuscire ad eguagliarlo», concludevo allora. Sono però riuscito, ancora una volta, a non trasformare quello che era nato come un fioretto in una assurda gara con me stesso – senza premio, per giunta. Ho letto principalmente per piacere, alimentando quella spirale per cui quando inizi a leggere (e a farlo seria(l)mente), la lettura diventa una abitudine cui non puoi rinunciare. Una specie di vizio.

Ho letto molti romanzi, ho letto qualche saggio (forse qualcuno in più rispetto all’anno scorso) e ho persino acquistato – ma senza conteggiarlo nei libri letti, dove sono del tutto assenti i libri da comodino – un testo di poesia: Poesie erotiche di Patrizia Valduga (Einaudi), dopo averne letto in modo entusiasta da più parti.

Credo di aver letto meno autori italiani, e certamente ho letto meno novità. È che, ad un certo punto, ci si rende conto che gli scaffali delle librerie sono anche – soprattutto – quelli che contengono il catalogo. Per cui ho tenuto ben lontano Matrigna della Ciabatti (Solferino) – dopo che già il mancato premio Strega dello scorso anno mi aveva lasciato perplesso – e ho preferito prendere in mano Paul Auster (Follie di Brooklyn, Einaudi), o riscoprire certi libri che erano ispirati (anche) dal luogo in cui li stavo comprando – è successo in estate, e ne ho parlato diffusamente qui.

Nel conteggiare i libri letti (il cui elenco, in aggiornamento fino alla fine dell’anno, è disponibile qui), ho introdotto una novità: conteggiare anche il prezzo. E la vertigine che mi prende ogni volta che guardo il totale della colonna (che non ho reso pubblica, per ovvie ragioni), mi conferma due cose: non solo la mia innata tendenza ad avere le cosiddette «mani bucate», ma anche la fortuna di potermelo in qualche modo permettere, senza dover sacrificare troppo di altro (la musica, ancora una volta). Al momento in cui scrivo, sto leggendo il libro numero 65 (Nemici. Una storia d’amore di Isaac B. Singer, Adelphi) e, pur mancando ancora qualche giorno alla chiusura dell’anno, lo ritengo un numero più che sufficiente e appagante – e, ancora una volta: probabilmente l’anno prossimo leggerò di meno, ma la sentenza alla prossima notarella.

I libri che mi sono piaciuti di più – o che mi hanno colpito maggiormente, per motivi vari – li elenco qui, un po’ alla rinfusa: Niente di personale di Roberto Cotroneo (La nave di Teseo), Una variazione di Kafka di Adriano Sofri (Sellerio), Gli inconvenienti della vita di Peter Cameron (Adelphi) per rimanere a quelli usciti durante l’anno; tra le delusioni, non perché siano libri brutti in sé ma perché l’aspettativa era altissima, ci sono Asimmetria di Lisa Halliday e L’educazione di Tara Westover (entrambi Feltrinelli), mentre devo ancora capire che farne de L’animale che mi porto dentro di Francesco Piccolo (Einaudi). Tra i ripescaggi, svetta W. Somerset Maughan, tra i tanti con Acque Morte e In villa (entrambi Adelphi).

Se dovessi però dire quale, dei libri letti tra quelli pubblicati nel 2018, mi ha entusiasmato al punto da decretarlo il mio libro dell’anno, direi sicuramente le mille pagine di Filippo Ceccarelli con il titolo di Invano. Il potere in Italia da De Gasperi a questi qua. Il tomo non è solo una storia dell’Italia repubblicana fino ai giorni nostri (sebbene Ceccarelli conceda giustamente pochissimo spazio alle vicende attualissime, come dev’essere per un libro in grado di reggere il test del tempo), ma è anche un divertentissimo romanzo di formazione sul potere italiano, sui suoi tic, sulle sue abitudini, sulla sua sfrontatezza e sul fatto che – non importa qui se sia un bene o un male – non ritornerà più in quelle forme. Ceccarelli, e per chi lo legge o lo ha letto per anni sulle pagine della Stampa prima e di Repubblica poi non è certo un mistero, non è solo un notista politico, ma è anche un grande giornalista di costume; e le sue storie, le sue narrazioni sono condite dai dettagli politicamente più inutili ma umanamente più interessanti. Ciò che ha fatto la storia di certo giornalismo italiano, talvolta meno cronistico e talvolta meno letterario – Alberto Arbasino e Michele Masneri, per citare i due probabili estremi temporali tra i quali Ceccarelli si colloca.

Un po’ di libri letti questa estate

Photo by Claudia on Unsplash

Tra i buoni propositi delle vacanze estive c’è quello di leggere. È un classico dell’estate italiana, e peraltro uno dei più disattesi: se tutti passiamo da una libreria prima di partire — fossero anche solo quelle delle stazioni o degli aeroporti — non sono poi molti coloro che effettivamente leggono i libri che hanno acquistato.

Sulla lettura, l’unica statistica che non disattendo è quella che vuole si acquistino più libri di quanti poi se ne leggano. E però dalla mia, come già dimostrato, c’è che leggo molto, forse troppo. Anche in vacanza — e più in generale durante tutto il mese di agosto — ho voluto mantenere il ritmo e, se possibile, provare ad alzarlo un po’. Per farlo ho sacrificato il tempo perso a consultare in modo compulsivo il computer (quasi del tutto assente dalla mia dieta, se non per lo stretto necessario) e il telefono. Pochi scatti, pochissime condivisioni e i cari e vecchi giornali cartacei come unica fonte di informazione (sorpresa: non mi sono perso nessun evento, tra i tanti e tragici di questa estate 2018, e nemmeno un’analisi intorno ad essi e anzi forse questo distillare le informazioni e le loro fonti mi ha fatto bene: avevo più tempo per ragionare, per leggere opinioni talvolta anche le più diverse tra loro, per farmi una mia idea).

Di seguito i libri che ho letto questa estate, intendendo con essa il solo mese di agosto (che è poi l’unica concezione di estate che possiede una persona collocata in un contesto lavorativo).

Fabrizio Bolivar, Sei a zero (Elliot).

Romanzo tragicomico sulla crisi di mezza età, sull’amore perso e su quello ritrovato. Il titolo allude al tennis, che viene praticato dal protagonista del libro e usato come metafora per i risultati ottenuti. Avevo letto recensioni piuttosto entusiaste rispetto a questo lavoro fresco di ristampa e che ha in parte disatteso le mie aspettative. Linguaggio piuttosto piatto, unico brio la completa assenza di punteggiatura a delimitare i discorsi diretti da quelli indiretti. Ma è un brio che un autore conferisce sempre con effetti alterni e una certa difficoltà — a meno che quell’autore non si chiami Aldo Busi.

Enzo Gianmaria Napolillo, Le tartarughe tornano sempre (Feltrinelli)

L’adolescenza su un’isola è già di per sé un problema, ma a sopperire c’è il rapporto con colei che rimane l’amore rincorso per tutto il racconto. A fare da cornice, gli sbarchi dei migranti. Testo così così, zuccheroso e buonista fino all’eccesso, fornisce però anche uno spaccato di Lampedusa, dei suoi usi e dei suoi abitanti, piuttosto veritiero e a piacere del lettore che abbia passato del tempo su quell’isola.

Walter Siti, Pagare o non pagare (Nottetempo)

Il pamphlet di Siti sul denaro evaporato. A metà tra l’attacco al capitalismo e l’attacco agli scrocconi. Si è perso il valore del denaro, un po’ per via della gratuità e un po’ perché c’è la crisi, e quindi non ci ricordiamo più del piacere che avevamo a pagare, soprattutto con i soldi guadagnati col sudore della fronte. Il libro è stato oggetto di numerosi dibattiti, se ne è parlato in lungo e in largo e se ne è discusso ampiamente: sono arrivato alla sua lettura con colpevole ritardo, pur passando un’oretta piacevole tra il conforto di riconoscermi in alcune opinioni dell’autore e lo sconforto di contrastarne certe altre. L’esiguo prezzo di copertina — e il tempo di lettura — non tolgono però nulla ad uno dei passaggi più divertenti del testo:

Durante un viaggio a Lanzarote con la Ryanair, a un certo punto lo steward (con aria di forzata allegria) ci ha annunciato che avrebbe venduto i biglietti del rasca y gana, cioè del gratta-e-vinci, e che in palio c’erano un soggiorno a Las Vegas, una Seat Ibiza e addirittura un milione di euro; ci ha anche comunicato che la compagnia avrebbe destinato una parte degli introiti alla beneficenza, in quel caso all’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze. Allora ho finalmente capito: quel che stavamo risparmiando sul biglietto lo pagavamo in volgarità.

Jean Echenoz, Inviata speciale (Adelphi)

Non ho idea di quanti libri, nel passato ma soprattutto nel presente, abbiano (avuto) come tema la destabilizzazione della Corea del Nord ad opera dei servizi segreti. Qui ci si arriva per gradi ed è quasi un dettaglio. Il libro — di cui avevo letto molto bene un po’ ovunque e malissimo sull’Espresso — è però divertente e spassoso come solo certi noir (ma non c’è delitto centrale) francesi sanno essere. La quarta di copertina prometteva di ritrovare «l’euforia della lettura»; il marketing è esagerato, ma la storia è ben scritta e avvincente, seppur nella paradossalità e nell’inverosomiglianza di certi passaggi.

Gilberto Severini, Congedo ordinario (Playground)

Gilberto Severini è la più bella scoperta di questa estate. Dopo aver inutilmente inseguito uno qualunque dei suoi titoli nelle librerie della mia zona (in attesa di leggere il suo ultimo Dilettanti, alla fine ordinato su Amazon), ho trovato — unico a disposizione — questo suo romanzo del 2011 in una libreria del centro di Perugia durante una scorribanda umbra. Non è tanto per la storia impregnata del miglior provincialismo del centro Italia di cui però non voglio dire nulla, quanto per la scrittura. Un autore prolifico, ingiustamente sottovalutato e quasi sempre assente nel dibattito narrativo sulle pagine dei grandi quotidiani (a memoria, negli ultimi anni, ne ho letto solo sulla Domenica del Sole 24 Ore). Se ci fosse una giustizia in Italia, o anche solo un’ora di letteratura da potersi chiamare tale nelle nostre scuole, Severini sarebbe letto e commentato: e per le tematiche dei suoi romanzi e per il suo stile narrativo.

Davide Longo, Così giocano le bestie giovani (Feltrinelli)

Longo, non me ne voglia, è tutto ciò che non cerco nella narrativa italiana: ritmo da sceneggiato seriale e scrittura convenzionale (non per niente insegna alla Scuola Holden). Tuttavia il libro è bello, tiene impegnati e offre un notevole spaccato della storia italiana piuttosto recente : sullo sfondo del ritrovamento di alcune ossa umane in un cantiere viene dipanata una trama intorno agli anni delle lotte tra rossi e neri, con una spruzzata di strategia della tensione. L’unico difetto è di essere una narrazione un tantino partigiana, se non altro perché la storia non mi sembra ispirarsi ad alcun fatto realmente accaduto.

Paul Auster, Follie di Brooklyn (Einaudi)

La seconda più bella scoperta di questa estate dopo Severini. Ammetto le mie colpe: non avevo mai letto nulla di Paul Auster, ingiustamente snobbato per troppo tempo, e ora mi ritrovo infettato da austerite. La storia è magistrale, da grande romanzo americano: lo zio, il nipote, la pronipotina. E un contorno di personaggi strambi, truffaldini, insoliti. Lo sfondo: la ricerca di se stessi, del proprio posto nel mondo o, semplicemente, del posto nel mondo in cui trascorrere i giorni che ci separano dalla morte.

Claudia Piñeiro, Le vedove del giovedì (Feltrinelli)

Letteratura sudamericana. Gli anni sono i primi Novanta, siamo nei quartieri periferici e residenziali protetti da guardie e da alti muri perimetrali. Qui vivono famiglie agiate, che fingono di non sapere cosa succede al di là del confine del proprio villaggio e fingono di essere quello che non sono anche all’interno di quel confine. Ci sono dei morti, ma non è come può sembrare. Narrazione un po’ spezzata, non lineare nei tempi e condotta da diversi punti di vista (una volta che ci si abitua a certi particolari, non è difficile capire chi sia in quel momento in narratore). Acquistato a caso, per godere di un’offerta cumulativa, l’ho letto in un giorno di pioggia. E mi è piaciuto, anche per le nozioni di storia argentina finora quasi completamente ignorate.

Angelo Morino, Rosso taranta (Sellerio)

Se questo anziché un elenco di libri fosse una compilation (o una playlist, come si usa dire oggi), Rosso taranta sarebbe una bonus track: non previsto, ma gradito. Acquistato in una libreria del centro di Lecce (la più bella libreria del centro di Lecce, quindi nessuna delle due principali catene italiane) anche per via del Salento in cui mi trovato. Pensavo di leggere il resoconto di una gita, ma oltre a questo c’è chiaramente il cuore del libro. Anzi, i cuori: il primo, ripercorrere i luoghi della già celebre inchiesta dell’antropologo Ernesto De Martino La terra del rimorso sulle tarantate salentine (parte di una più ampia ricerca sul mezzogiorno italiano) e scoprire uno spaccato dell’Italia tanto inquietante quanto affascinante (e il libro di De Martino è finito diretto nella lista di quelli da leggere); il secondo, l’omosessualità, della quale non sapevo nulla non conoscendo la vita e le opere di Morino e che sta lì, sullo sfondo, a farci capire che a volte i libri servono anche a chi li scrive per raccontarci qualcosa di se stesso.

Pensierini su un anno di libri.

Il mio buon proposito per il 2017 è stato questo: diminuire l’acquisto di giornali e periodici e leggere più libri. Non che fossi un lettore pigro, anzi. Mi ero però reso conto che mi piaceva talmente tanto leggere da non trovare mai il tempo per farlo come avrei voluto. L’unico modo per recuperare era dunque quello di sacrificare qualcosa che mi piacesse altrettanto e verificare se ne valesse la pena.

Essendo giunti in prossimità della fine dell’anno, posso ritenermi soddisfatto. Al momento della pubblicazione di questo post ho letto 65 libri, una media di 1,3 libri la settimana. Le statistiche, che non ho tempo né voglia di controllare, credo mi collochino nella fascia dei cosiddetti «lettori forti». Dei libri letti ho tenuto traccia: titolo, autore, nazionalità, formato, data di inizio, data di fine e pagine lette (qui trovate l’elenco, in aggiornamento fino al 31 dicembre).

Alcune considerazioni. Sono stato facilitato dal fatto che i miei spostamenti quotidiani (due ore circa di mezzi pubblici, tra andata e ritorno) mi lasciano tanto tempo per leggere. Ciò detto, non ho vissuto l’impegno come un obbligo ma, nei limiti del possibile, l’ho ritenuto un piacere. Quando la mattina – o la sera – non avevo voglia di leggere un libro ma, chessò, l’ultimo numero del New Yorker o di ascoltare un disco, non leggevo. Ho cercato di non sentire il fiato sul collo dei libri: non era una gara, non c’erano avversari né soglie minime da raggiungere.
Quando un libro mi annoiava l’ho lasciato. Sostengo la lettura utile, non l’accanimento terapeutico. Non ho terminato nemmeno la ristampa di un saggio di Giorgio Manganelli che pensavo mi avrebbe entusiasmato, anziché fatto sbadigliare dopo una cinquantina di pagine.

Ho letto saggi e romanzi, indistintamente e senza cercare di equilibrarne il numero (niente poesia, o graphic novel, per una questione di gusti). La gran parte dei libri letti li ho acquistati, nuovi o usati. Ciò ha influito sulla spesa, parzialmente bilanciata dalla minore uscita per l’acquisto di musica: leggere porta via tempo all’ascolto e ciò rappresenta l’unico, vero, aspetto negativo del fioretto (se devo proprio trovarne uno).

Ho preferito le nuove uscite, e comunque la narrativa contemporanea, rispetto a quella classica. Ero stimolato dalla lettura di siti che parlano di libri e dagli inserti culturali dei maggiori quotidiani italiani (che non ho smesso di acquistare, soprattutto nel fine settimana). Per questo risulta una maggiore attenzione alle nuove uscite o alle prime pubblicazioni in Italia (ma ho letto anche libri decisamente meno recenti: Cecità di José Saramago, per esempio). Nell’acquistare libri – e nel leggerli – non mi è mai capitato di fossilizzarmi su un preciso autore. Non ho affrontato intere bibliografie, né ho recuperato i precedenti lavori di un autore dopo averlo letto per la prima volta (mi sono però segnato gli autori da approfondire).

Ho frequentato le librerie e le fiere librarie con un interesse diverso rispetto al passato. Non luoghi per rendermi conto solamente di cosa stava succedendo, ma luoghi di acquisto: una specie di (ri)scoperta del consumismo librario. Ma ho frequentato molto anche le bancarelle dei libri (nuovi, usati) e Amazon. Ho letto qualche e-book, perché se c’era un unico vincolo nel mio fioretto era dettato dalla scomodità di avere un volume sempre nel mio zaino. Perciò, nel caso di libri con più di 300-350 pagine, ho preferito se possibile la versione digitale. Che ho scoperto essere non solo più comoda da maneggiare, soprattutto in metropolitana, ma anche da sottolineare e appuntare. Per non dire della praticità di quando si leggono testi in inglese con i dizionari a portata di mano.

Sono inoltre diventato, mio malgrado, una delle persone da interpellare quando c’è bisogno di un consiglio su un libro da leggere (raramente) o da regalare (più spesso). Ho consigliato, con un certo sadismo, libri a persone che sapevo non li avrebbero apprezzati; e ho regalato, a mia volta, molti più libri di quanto fatto in passato. Da questo punto di vista, non avrò mai il pensiero di cosa regalare ad una persona, avendo un elenco di libri cui attingere (prima regalavo soprattutto dischi, per i quali vale da sempre il fioretto qui spiegato).

Difficile dire quale, tra quelli letti, sia il libro preferito. Potrei dire quale il più insolito (sicuramente Acqua viva di Clarice Lispector, ripubblicato da Adelphi) o quali tra i più avvincenti (La donna dai capelli rossi di Orhan Pamuk e Eccomi di Jonathan Safron Foer). Tra i più sopravvalutati (ma comunque terminati) c’è Essere Nanni Moretti di Giuseppe Culicchia, mentre tra i più inutili Dieci piccoli infami di Selvaggia Lucarelli (speravo in un divertissement). Su Bruciare tutto di Walter siti ho invece già detto. Come migliore scoperta, direi il catalogo di narrativa gialla (noir?) di Sellerio, per troppo tempo colpevolmente sottovalutato.

Avendo acquistato molti testi, occorre fare anche un bilancio del tipico vizio evidenziato dalle statistiche: comprare libri e accumularli per leggerli in un secondo momento che non arriva mai. Soltanto cinque tra i libri acquistati durante l’anno non sono ancora stati letti e probabilmente non lo saranno mai.

Quanto all’anno che verrà, continuerò su questa strada fino a quando ne avrò voglia. Dimenticandomi il numero dei libri letti quest’anno e mettendomi sin da ora il cuore in pace: prevedo già di non riuscire ad eguagliarlo.

L’odore della carta

Uso un Kindle da anni. Credo di aver comprato una delle primissime versioni che sono state distribuite in Italia. La storia di quell’acquisto, in verità, è particolare: il Kindle lo avevo comprato da regalare a Natale ad una persona che legge moltissimo, e pensavo che il regalo fosse di quelli graditi. Senonché, ad un paio di giorni dal Natale, quella persona mi chiese con l’aria tipica della sfida: «Non mi avrai mica regalato uno di quei cosi di plastica che si usano per leggere i libri, vero?!». Sì, era vero. Tenni il regalo per me e iniziai ad utilizzarlo con un certo entusiasmo.

Sono passati parecchi anni. Il Kindle che possiedo ora non è di ultima generazione ma, rispetto a quel primissimo regalo mancato, è di quelli con lo schermo retroilluminato, che permettono di leggere anche di notte con notevole affaticamento della vista, per la verità, ma senza disturbare chi dorme accanto. La storia di questo Kindle è per certi versi simile a quella precedente: l’avevo regalato ad una persona che legge moltissimo, ma che l’avrà usato in tutto un paio di volte perché preferisce avere la libreria piena. Così, quando mi sono trovato nella circostanza di dover cambiare il mio, ho chiesto gentilmente se si poteva non sprecare del tutto quel regalo.

All’inizio di quest’anno ho fatto una specie di fioretto, già raccontata da qualche altra parte: diminuire drasticamente la lettura di giornali e periodici in generale e aumentare quella di libri. Sfruttare soprattutto i quotidiani tempi di spostamento casa-lavoro, che al momento mi stanno consentendo di mantenere una media rispettabilissima di 7 libri al mese. Poche regole: abbandonare al primo sbadiglio un libro che ci sta annoiando e leggere in ebook i libri sopra le 300 pagine (nessuna eccezione alla prima, qualche deroga alla seconda).

Leggere sul Kindle non mi dispiace, ma ho sempre avuto l’impressione che il libro rimanesse meno impresso nella memoria e svanisse dopo qualche settimana. Può essere solo una sensazione, o più semplicemente può essere che mi è andata male e ho finora letto solo libri meno belli (o più brutti?) in versione elettronica rispetto a quanti ne abbia letti in edizione cartacea. Il Kindle ha innegabilmente i suoi vantaggi, primo tra tutti il peso e la comodità di trasporto e la possibilità di evidenziare e accedere in un solo colpo a tutte le sottolineature. Poi ci sono gli svantaggi, certo: il libro non è mai veramente tuo, il libro non lo puoi esporre, il libro non ti qualifica e non ti descrive agli occhi di chi ti vede leggere — possiamo far finta che non ci interessi, ma siamo davvero sicuri che un libro non ci rappresenti, almeno un po’, agli occhi degli altri sin dalla sua copertina?

In questi giorni sta facendo il giro della rete un bell’articolo di Paula Cocozza pubblicato sul Guardian. Racconta del crollo delle vendite degli e-book e si prende una rivincita sui funerali del libro di carta che andavano di moda una decina di anni fa. L’articolo contiene varie considerazioni sugli e-book e molte differenze con il mondo cartaceo. L’attacco del pezzo, però, elencando ciò che non si può fare con un Kindle, fa emergere alcune tra le migliori caratteristiche del libro di carta. Le riporto qui, a futura memoria e soprattutto perché Cocozza ha evitato la considerazione più diffusa e più stupida di tutte: l’odore della carta.

Here are some things that you can’t do with a Kindle. You can’t turn down a corner, tuck a flap in a chapter, crack a spine (brutal, but sometimes pleasurable) or flick the pages to see how far you have come and how far you have to go. You can’t remember something potent and find it again with reference to where it appeared on a right- or left-hand page. You often can’t remember much at all. You can’t tell whether the end is really the end, or whether the end equals 93% followed by 7% of index and/or questions for book clubs. You can’t pass it on to a friend or post it through your neighbour’s door.

(Pubblicato anche su Medium)

Senza sensi di colpa.

All’inizio dell’anno ho fatto una specie di fioretto: smettere di leggere il giornale sulla metropolitana per il lavoro e sfruttare il tempo di trasferimento per leggere quanti più libri possibili. Recuperare la narrativa, sacrificata negli ultimi anni sull’altare della saggistica, della lettura di quotidiani e riviste, dell’immersione nei flussi del web tanto abbondanti quanto incapaci di restituire qualcosa che rimanga veramente.

Uniche regole di questo fioretto: i libri al di sopra delle 250-300 pagine li avrei letti in e-book; i libri che in qualche modo avessero ostacolato questo mio fioretto – cioè: i libri talmente brutti che ti inchiodano nella lettura – li avrei piantati al primo sbadiglio, senza senso di colpa.

Fino al punto prima di iniziare il libro che ho attualmente in lettura, è filato quasi tutto liscio: su 24 libri, ne ho mollato solo uno prima del tempo e prima persino che raggiungessi la metà del testo: Imparerò il tuo nome di Elda Lanza, una storia lesbo-chic di cui si parla inspiegabilmente da mesi negli inserti culturali dei maggiori quotidiani italiani e nei siti specializzati.

Settimana scorsa è uscito un dibattito che rende bene l’idea dell’ombelicalismo dell’industria culturale italiana: la filosofa Michela Marzano ha usato sulle pagine di Repubblica parole velenose nei confronti di Bruciare tutto, l’ultima fatica di Walter Siti, che racconta di un prete di città, tendenza Bosco Verticale e piazza Gae Aulenti, alle prese con le sue turbe di pedofilo. Nel giro di due giorni tutti si sono sentiti in dovere di dire la loro: è giusto limitare l’azione della letteratura quando ci sono di mezzo temi scomodi, è sbagliato limitare l’azione della letteratura alle sole storie da famiglia del mulino bianco, quale limite nelle espressioni, esiste un limite nelle espressioni. Sembra di essere tornati indietro di parecchi anni, quando per l’ultima volta si celebrò un processo simile nei confronti della letteratura, e quando per la verità si celebrò anche un vero processo, nelle aule di tribunale, nei confronti delle oscenità – o presunte tali, il dibattito a quanto pare non si è ancora concluso – contenute in Sodomie in corpo 11 di Aldo Busi.

A me del processo, vero o finto, interessa poco. La letteratura non dovrebbe avere limiti, se non nella bellezza della storia e, in subordine qualora quest’ultima non reggesse troppo, nella bellezza della scrittura, nella musicalità e nella ricchezza del linguaggio. Spinto da cotanto interesse per le sorti dell’industria culturale italiana, ho comprato e iniziato a leggere Bruciare tutto. Per trovarci un libro sì osceno, ma nella bruttezza della costruzione narrativa, mica del tema. Più che le accuse di Marzano, qui le critiche si sarebbero dovute muovere verso un romanzo che eleva il pettegolezzo di una certa milanesità da macchietta dei personaggi che fanno da contorno ad una storia che, tra tormenti interiori e citazioni teologiche, rimane immobile e anzi gira intorno a se stessa. Il lettore spera di arrivare in fretta ai momenti criticati nel dibattito, ma viene preso per sfinimento e molla prima. Senza alcun senso di colpa, come da fioretto.

UPDATE: Dopo aver scritto le righe qui sopra, sono andato a fare un giro a Tempo di libri, la manifestazione editoriale che ormai con pigrizia giornalistica viene chiama «il Salone del libro di Milano». Ho visto Walter Siti, che firmava alcune copie del suo libro. E ho visto, soprattutto, tanti lettori che si accingevano a acquistare Bruciare tutto. Ho avuto la prova che le polemiche editoriali, ancora oggi, spostano copie. Poveri lettori.

Il luogo sacro.

Foto: Arecknor

Jonas Hassen Khemiri è uno dei più importanti scrittori svedesi contemporanei. In un intervento inedito pubblicato sul «Domenicale» del Sole 24 Ore (che, per inciso, svetta al confronto della Lettura del Corriere, e fin qui era facile, ma anche del neonato e frizzante Robinson di Repubblica), ha raccontato del luogo più sacro per lui e per la sua famiglia. Il posto dove riunirsi nel giorno di festa, ma non un luogo che aveva a che fare con la religione, né con altri rituali. Il luogo sacro per Khemiri è sempre stata la biblioteca.

Andavamo in biblioteca ogni fine settimana, tutta la famiglia, i miei fratellini nella sezione per l’infanzia, con la stanza delle fiabe, i cuscini, i disegni e il fauna-box con gli insetti stecco. La mamma allo scaffale di psicologia, il papà nell’angolo delle lingue […] La cosa folle era che era gratis. Cento per cento gratis. Non si doveva sborsare un soldo. Vi ho già detto che era gratis? Era un posto dove potevamo avere il nostro spazio senza bisogno di possedere niente. Entrare senza dover pagare l’ingresso. Accedere alle storie di altri senza dover svilire la nostra. Era come un santuario, una pausa dal resto del mondo […] Era quasi troppo bello per essere vero.

La cultura e la marmellata.

La prima cosa con cui Marina Valensise si scontrò nel 2012, quando fu chiamata a dirigere l’Istituto di Cultura Italiana a Parigi, fu la stampa. Accusata dal vento anti-casta di essere stata favorita dalla solita, eccessiva, discrezionalità del Ministro di turno (tracce dell’accusa e della contro replica sono ancora disponibili, per gli amanti del genere), Valensise sapeva che avrebbe dovuto dare un’ulteriore, non necessaria ma a quel punto caparbiamente voluta, prova di meritare quel ruolo. L’avventura alla guida dell’Istituto parigino, durata fino al 2016, è raccontata in questo bel libretto  La cultura è come la marmellata, appena dato alle stampe per i tipi di Marsilio nella collana «i Nodi».

«La marmellata è come la cultura: meno ne hai e più la spalmi», motto del maggio Sessantottino francese apparso sui muri della Sorbona, per Valensise bene incarna uno dei mille paradossi italiani: siamo uno dei paesi più culturalmente ricchi ma, nonostante tutto, non siamo capaci di valorizzare questo patrimonio e ci facciamo bagnare il naso da chi, al contrario, pur avendo meno ottiene molto più di noi.

Una grande sfida, che l’autrice racconta di aver affrontato partendo dalla definizione di «valorizzazione partecipata» del giurista Giuseppe Severini, che vede un rapporto di collaborazione e integrazione tra il pubblico e il privato, che coinvolge da un lato le pubbliche istituzioni e dall’altro le imprese, gli artigiani, le cooperative e il loro – legittimo – profitto (anch’esso considerato «di interesse nazionale», finalmente senza alcun tipo di tabù) per la promozione della cultura e la valorizzazione del patrimonio. Uno scambio alla pari di beni che ciascuno non possiede: lo Stato offre al privato il prestigio di una sede istituzionale e, con ciò, la legittimazione culturale; di contro, l’impresa dà allo Stato una strategia industriale e un prodotto di qualità.

Una mission che Marina Valensise si è data fin dal suo arrivo a Parigi quando, varcando il cancello dell’Hôtel del Gallifet, sede dell’Istituto, si è trovata ad affrontare il problema di dover rinfrescare, per usare un eufemismo, quelle stanze da troppo tempo disabituate a risplendere e a ospitare ciò per cui erano destinate. Così è partita dall’idea di utilizzare la cucina italiana come volano per la promozione del nostro paese – e quindi di tutto l’indotto che gira intorno: dagli arredi per cucina agli elettrodomestici – incontrando anche qualche resistenza iniziale dovuta ad eccessivi personalismi di quello che viene definito «il Ciellini della cucina italiana», fino ad arrivare a coinvolgere via via altre eccellenze italiane: dai tessuti di Fortuny ai pianoforti di Fazioli, passando per le residenze d’artista curate da esperti in varie discipline (sempre garantendo i criteri di imparzialità e rappresentatività, cui una pubblica amministrazione non deve mai derogare) e gli incontri con gli chef stellati.

Il racconto di Valensise è però anche il racconto di come la burocrazia italiana metta del suo nel complicare la promozione della cultura e la valorizzazione del territorio. Con impiegati svogliati, resistenti ai cambiamenti, che necessitano di motivazione e coinvolgimento. Qualcosa che, purtroppo, non è quasi mai un falso luogo comune, ma una triste realtà. Capacità del manager è quella di saper ricavare il meglio da ciò che ha a disposizione, anche quando non è di prima scelta. E in questo Valensise – che pubblica in appendice l’elenco di tutte le personalità che in quattro anni hanno presenziato all’Istituto – dimostra ampiamente di essere riuscita a vincere la sfida.

C’è molto da imparare, in questo libro che per la natura della sua scrittura (Valensise è anche giornalista) è rivolto non solo agli addetti ai lavori e agli appassionati, ma anche ai semplici curiosi poco avvezzi alle questioni politico-burocratiche. Ad un certo punto, leggendo il racconto, ci si imbatte anche in una delle migliori definizioni di «cultura italiana», declinata secondo la già citata valorizzazione partecipata:

La cultura italiana è una lampadina accesa nella testa di ogni italiano, fabbro o regista, poeta o ingegnere, falegname o compositore, di cui spesso non siamo neanche consapevoli, ma che permette di trovare soluzioni nuove, semplici, eleganti per problemi complessi. È il nostro dna, il nostro ingegno, il nostro orgoglio nazionale, che merita solo di essere riconosciuto e difeso.

Teoria delle ombre.

teoria delle ombre

Note tratte da Teoria delle ombre di Paolo Maurensig (Adelphi, 2015, 200 pagine).

Arti Tutte le arti hanno in comune lo sforzo di dominare la materia, di riordinare il caos. (…) Solo che gli scacchi, a differenza delle altre arti che devono plasmare una materia inerte, si trovano alle prese con una massa magmatica in continuo divenire. Mi riferisco al gioco dell’avversario, il quale molto spesso è ben lontano dal trovarsi in sintonia con il nostro. Vincere la partita in tal caso non porta alcuna soddisfazione. Quando invece ci si trova in perfetto accordo, si è disposti persino a rinunciare alla vittoria pur di non rovinare la perfezione estetica del gioco.

Individuo Dopo la rivoluzione d’Ottobre, i bolscevichi si arrogarono il diritto di diffondere la loro verità. Come nella vita, nella finanza, nel mondo dell’arte e del pensiero, così anche negli scacchi. La Russia ha dato al mondo grandi scacchisti: Alapin, Čigorin, Romanovskij, Znosko-Borovskij… Sono questi i maestri che fecero scuola: avevano tutti un’altissima concezione del gioco degli scacchi, ma di sicuro lei non sentirà mai un esponente della fantomatica “nuova scuola sovietica” parlare di bellezza, o di genio. Gli scacchi sono per loro una specie di macchina da guerra collettiva, e loro stessi nient’altro che una sorta di compatta falange di galoppini. Neppure negli scacchi esiste più l’individuo, ma semplicemente la massa. Ogni vittoria ottenuta da uno dei loro campioni non è altro che il frutto dell’accurata preparazione di centinaia di burocrati del gioco.

Arcadia Così aveva sempre immaginato il mondo dell’arte: un luogo elevato, inaccessibile, al disotto del quale tumultuava senza posa la massa dei miserabili. Questi, unendosi nello sforzo, erano riusciti infine a raggiungere la cima e a spodestare i legittimi abitanti, lasciando dietro al loro rovinoso passaggio statue di divinità abbattute, decapitate, con le teste dal naso fracassato e dagli occhi colmi di terriccio. Gli artisti in esilio, ora dispersi per il mondo, nell’incontrarsi si riconoscevano, e non c’erano religione o ideologia che potessero dividerli.

Gatti A tenere uniti Alexander Alekhine e Grace, la sua quarta moglie, non erano gli scacchi: «Direi piuttosto un’affinità di gusti, di ideali. E anche l’amore per i gatti».

Amici Si può essere amici nella vita, pur essendo avversarsi sulla scacchiera.

Demenza Vede, cara signora, molti non sanno che per godere appieno della profondità di questa meravigliosa forma d’arte è necessario avere anche una notevole cultura; dedicarsi esclusivamente agli scacchi fin dalla giovane età significa rinunciare a un armonioso sviluppo della mente (…) Concentrarsi su un unico oggetto di interesse può di certo portare alla demenza.

Animo umano Io credo che certi eventi tragici nascano da un desiderio represso dei popoli. Per centinaia d’anni milioni di persone continuano a pensare che gli ebrei sono la fonte di ogni male e che dovrebbero sparire dalla faccia della terra, ed ecco che tutt’a un tratto il desiderio si realizza. La loro è una sorta di preghiera collettiva, e da qualche parte c’è sempre un dio maligno pronto a esaudirla. Tra il bene e il male il passo è breve. Sappiamo tutti che durante una garbata conversazione a tavola, nessuno potrebbe convincerci ad agire per il male. Convincerci, per esempio, che rubare sia lecito. Ma se qualcuno continua a ripeterci che si tratta di un atto di giustizia, e che rubando non facciamo altro che ridistribuire i beni, a quest’uomo molti finiranno per credere. Tanto più se lo si grida forte nelle piazze, se leva in alto simboli e insegne e viene osannato dalla folla. Questo è successo in Russia per mano dei bolscevichi, e poi in Germania ad opera dei nazisti. Le masse covano sempre una buona dose di risentimento verso qualcuno: contro gli aristocratici, contro i borghesi, contro gli ebrei. Voi credete forse che tutta questa gente provi davvero orrore per quanto è successo? Forse alcuni sì, ma la maggioranza, pur ostentando raccapriccio, dentro di sé prova una perversa soddisfazione. In condizioni particolari, l’animo umano è capace di inaudite bassezze; nel caso di guerre, sommosse, rivoluzioni, quando l’ordine costituito viene meno, dobbiamo sempre aspettarci che a sfondare in piena notte la porta di casa nostra sia il conoscente, il parente, l’amico. E se questi hanno almeno il coraggio di mostrare la propria faccia, sparso per il paese c’è un esercito silenzioso: quello dei delatori, dei collaborazionisti.

Bellezza Gli scacchi non sono – come molti credono – un semplice gioco da tavola. Si elevano ad arte non solo per l’incalcolabile numero di combinazioni, ma soprattutto per il concetto, unico nel suo genere, di “scacco matto”. In ciò consiste il fascino e la bellezza degli scacchi, che anche il profano percepisce inconsciamente. Un ideale che va raggiunto con il gioioso sacrificio di se stessi.