«Elefante» è un refuso.

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Sul Foglio del lunedì di oggi è stato ripubblicato un articolo di Luigi Mascheroni uscito sul Giornale lo scorso 24 dicembre. Argomento: i refusi e la scomparsa di chi era pagato per scovarli (e stanarli): i correttori di bozze. Ma l’argomento è una scusa, astuta, per presentare un delizioso volumetto di Giovannino Guareschi, La donna elefante. Elogio del correttore di bozze, uscito per i tipi di Henry Boyle.

Giovannino canta una spassosa lode della figura del correttore di bozze, un uomo infelice, che gira per le strade e legge tutti i cartelli, le insegne, le pubblicità luminose, «sempre in affannosa ricerca di errori». Un buontempone che non si limita a correggere gli errori tipografici, «ma cambia la parola che non gli sembra appropriata, o la frase che non gli sembra abbastanza efficace»… Nei casi più gravi «cambia addirittura i finali delle novelle o imposta e risolve in altro modo i romanzi che capitano sotto la sua revisione». I più coscienziosi, quando si accorgono di non aver corretto qualche errore «si mettono vicino alla rotativa, e copia per copia, correggono a mano il refuso». E sì che i grandi scrittori, invece, sono cattivi col correttore di bozze. «Lo maltrattano sempre quando egli dimentica di segnare una virgola, ma non lo ringraziano mai quando corregge loro la parola I taglia ». E la cosa peggiore è che magari, per il grande scrittore, non è neppure un errore.