Archivio tag: l’indipendente

Quella volta che Gianfranco Funari diresse un giornale.

Vent’anni fa. Era il 6 luglio del 1994 quando Gianfranco Funari varcava l’ingresso di un palazzone in Via Valcava 6 a Milano. L’edificio, che oggi è una delle sedi di Fastweb, allora ospitava il quotidiano l’Indipendente. L’editore Andrea Zanussi aveva nominato Funari direttore editoriale del giornale per cercare di risollevare le vendite e superare la crisi d’identità che aveva colpito la testata. Peccato che il popolare conduttore non avesse firmato alcun contratto, come si scoprì dopo pochi mesi. Nel dicembre 2005, intervistato da Paolo Bonolis nella trasmissione televisiva Il Senso della vita, dirà: «Provai a salvare l’Indipendente anche perché era mio». Continua a leggere

I saggi consigli.

Ogni volta che leggo Ricardo Franco Levi fare un’analisi sullo stato dell’informazione, o su qualunque altro avvenimento riguardi essa, mi viene un brivido. L’uomo, giornalista finanziario, editore, fondatore e direttore di quotidiani (di un quotidiano, a dire il vero), già braccio destro di Romano Prodi e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (sempre regnante Prodi), ha ovviamente il diritto di dire ciò che pensa, soprattutto se forte del fatto che qualche cattedra autorevole ospiti le sue opinioni — ultimamente lo fa con una certa cadenza il Corriere della Sera, e la cosa mi stupisce un pochino per via del suo direttore Ferruccio De Bortoli.

Ovviamente chiunque ha poi il diritto di soppesare i commenti di Levi, o di farsene una migliore idea anche guardando a quanto in passato il giornalista ha fatto. Per dire, Ricardo Franco Levi è l’uomo che nel 2007 propose di iscrivere i blog al Roc, scatenando un putiferio di polemiche (e infatti un comma aggiunto in extremis scongiurò l’ipotesi). Oppure, più recentemente, è stato l’autore di quella legge passata volgarmente sotto il nome di “ammazza Amazon” che fissava per legge un limite allo sconto applicabile ai libri. Ma la cigliegina sulla torta, per me ma credo anche per molti altri, rimane la sua avventura come fondatore de l’Indipendente. Ne ho scritto parecchie volte nella vecchissima versione di questo blog e non mi piace ripetermi. Per raccontare quella vicenda vi sono vari testi, nonché gli archivi storici dei principali quotidiani italiani accessibili anche online. Se poi ne volete un ritratto impietoso ma veritiero, Giancarlo Perna — che è uno dei migliori ritrattisti della stampa italiana — anni fa ne pubblicò uno incredibile sulle pagine de Il Giornale. Dal quale, in merito alla vicenda dell’Indipendente, mi limiterò a citare quanto segue:

Ricardo lasciò il Corriere e, nel ’91, fondò L’’Indipendente. Doveva essere un quotidiano anglosassone, i fatti separati dalle opinioni. Ricky riuscì a separare le opinioni dalle opinioni. Quando, in piena Tangentopoli, fu arrestato l’ing. Carlo De Benedetti, scrisse un editoriale con due titoli. Uno in testa: «Perché l’Ingegnere ha torto», l’altro al centro: «Perché l’Ingegnere ha ragione». Mentre poi le procure eccitate arrestavano a destra e a manca, il giornale se la cavava con due colonne e non prendeva partito. Un surgelato. «Un morticino vestito bene», disse meglio Eugenio Scalfari. Dalle 120mila copie del primo numero, L’’Indipendente precipitò a 20mila. Sei mesi dopo, Ricky fu cacciato. Rimise di tasca propria cinque miliardi di lire. Ma tuttora, gonfio com’è, continua a dire: «Ah, se mi avessero lasciato fare…».

Per questo quando ieri, nella pagina delle opinioni del quotidiano milanese, ho letto Levi dare delle specie di consigli non richiesti a Jeff Bezos, capo di Amazon (pensa un po’, la stessa azienda che secondo la vulgata la legge di Levi avrebbe dovuto “ammazzare”) e fresco proprietario del Washington Post, mi è venuto l’ennesimo brivido. Nell’articolo (purtroppo non si riesce ancora a reperire in rete), il nostro si prodigava (nessun calembour nell’uso di questo verbo, giuro) nel tracciare le traiettorie del quotidiano del futuro, così differenti da quelle che aveva fondato lui, per altro (“la disponibilità dei lettori a pagare un prezzo per un giornale dipenderà sempre più dalla qualità e dall’originalità di un prodotto.”). Fino al consiglio principe, e cioè quello di:

[nominare] un direttore donna. […] Non per la ricerca del facile effetto di una spettacolare concorrenza con l’altro grande quotidiano americano, il New York Times, oggi diretto proprio da una donna, Jill Abramson. E nemmeno per un omaggio al mondo femminile che rischia di diventare poco più di una moda [… Quanto perché] l’occhio, la curiosità, la sensibilità di una donna si prest[ano] ad una lettura, e dunque ad un racconto, nuovi ed originali. […] Una direzione di un quotidiano affidata ad una donna si presenta come un’opportunità. Interrogato su come pensava di potere allargare il proprio pubblico di lettori, una ventina di anni fa l’editore di un quotdiano rispose: «assumendo quante più donne possibile nella mia redazione». La sua risposta fu solo apparentemente banale. Ma sarebbe stata ancora più appropriata se avesse detto «nominando un direttore donna».

Avrebbe potuto citare un esempio tutto italiano di donne che dirigono i giornali: Pia Luisa Bianco. Fu la prima donna, in Italia, a dirigere un quotidiano nazionale. Per di più, la poltrona da direttore la ereditò da uno che è riconosciuto più o meno all’unanime per essere uno dei direttorissimi degli ultimi 30 anni, Vittorio Feltri. Il giornale che Bianco diresse fu proprio quell’Indipendente fondato da Levi. Ma non dev’essere facile, per lui, nominarlo sulle pagine del primo quotidiano nazionale.
Rimane solo la curiosità di sapere chi era quell’editore interrogato una ventina di anni fa.