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Godere e rosicare.

schadenfreude

«Schadenfreude» è un termine tedesco che indica una particolare forma di piacere provata quando si gode delle disgrazie altrui. È un termine cross-linguistico: viene cioè usato in molte lingue senza essere tradotto e sembra essere l’unico in grado di rendere bene l’idea del sentimento che vuole indicare.

Come racconta il giornalista Ben Cohen in un articolo sul Wall Street Journal, schadenfreude è una antica parola tedesca il cui impiego, almeno nella lingua inglese, si può far risalire alla metà del 1800. Ha avuto un momento di gloria subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, per poi essere caduto in disuso, almeno stando a quanto riportano le ricerche di Google consultate da Cohen.

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Oriundismi

oriundi

Stefano Bartezzaghi, che si occupa delle cose della lingua italiana come nessun altro, approfitta [La Repubblica, 24.03.2015] della polemica innescata da Roberto Mancini sugli ‘oriundi’ in Nazionale per fare un po’ di chiarezza sul termine, partendo dalla sua esperienza di collezionista di figurine dei calciatori nei tardi anni Sessanta:

[Il termine] «oriundo» non era affatto un nonsense. I calciatori «oriundi» appartenevano a una categoria che andava all’esaurimento: non ne venivano tesserati di nuovi, le frontiere si erano serrate da un pezzo; ma alcuni delle ultime ondate erano ancora in attività (Sivori! Sormani! Pesaola! l’intramontabile Altafini!) e il loro status veniva segnalato dalle sobrie didascalie dell’editore Panini: «oriundo». Nessuno spiegava ai piccoli collezionisti di allora che l’aggettivo derivava dal gerundivo del latino oriri, nascere, avere origine. Significava qualcosa come «indigeno», insomma, ma senza connotazioni sgradevoli («indigeni» era allora un sinonimo di «primitivi», con il tremendo girotondo di specificazioni: baluba, zulu, bagonghi…). Gli oriundi italiani erano in definitiva calciatori nati qui o là, Argentina o Belgio, figli o nipoti di immigrati. Dirigenti sportivi scartabellavano archivi parrocchiali. Anche solo una nonna italiana, se reperita e in qualche modo documentata, poteva consentire a un calciatore sostanzialmente straniero di venire schierato come italiano, anche in Nazionale. Andrebbe quindi detto sempre «oriundo italiano», intendendo «originario (anche lontanamente) dell’Italia»; ma nell’uso rimaneva quella strana parola scempia: «oriundo», come dire «originario» ma senza origine. Un po’ come quando il lattaio chiede quale latte si desidera e gli si risponde «il parzialmente». Aggiungere «scremato» parrebbe da puristi pedanteschi.

Compleanni.

Oggi è l’anniversario dell’espressione «OK», che apparve la prima volta 176 anni fa sul quotidiano Boston Morning Post. Era il 23 marzo del 1839 e, come scrive Allan Metcalf sul blog Lingua Franca, fu quasi uno scherzo: era l’abbreviazione volutamente sbagliata di «all correct».

L’OK è forse una delle espressioni più conosciute in tutto il mondo, a prescindere dalla lingua. Fa notare Metcalf che si potrebbe teoricamente organizzare un picnic mettendosi d’accordo sul da farsi e adoperando solo l’OK come parola — «una specie di Esperanto, solo più facile», scrive ad un certo punto.

Ma l’OK, pur nel suo essere estremamente conciso e riconosciuto da chiunque, ha varie sfaccettature:

I have claimed that this OK is the two-letter essence of an American philosophy of pragmatism, of being concerned above all with getting things done. Something did not need to be perfect to be OK.

But to put it another way, OK introduced a new dividing line between success and failure. If an arrangement or a product is OK, it may be only a partial success, but it’s good enough to get by. Maybe very good, maybe just tolerable. The important thing is that the speaker or writer considers it satisfactory.

We use this OK all the time. If someone slips and falls, we immediately ask, “Are you OK?” And the downed person performs triage with a quick Yes or No—Yes, give me a minute and I’ll recover, or No, call an ambulance.

OK performs this function countless times every day as we coordinate meeting times and places. Like in Shakespeare: “OK, Caesar, see you in the Capitol on the ides”; “OK, Hamlet, I’ll join you on the watchtower at midnight.”

What is OK for one person, of course, may be quite different from what is OK for another. Negotiations are often necessary until everyone is OK with an arrangement. Some may be happy, others reluctant, but the arrangement isn’t definite until everyone has given the OK.

There are different ways of saying and writing OK to indicate different degrees of enthusiasm. I’ve heard from some members of the current millennial generation that texting “K” means grudging approval, “OK” means positive approval, and “okay” implies a degree of enthusiasm. At least those are the signals for some; others surely have different forms of OK for their friends, just as everyone can say OK aloud with varying degrees of enthusiasm.

Pedanterie grammaticali

Lo scrittore e giornalista Oliver Kamm se la prende con quelli che puntano il ditino alla minima incertezza grammaticale (sono i cosiddetti «grammar nazi» e sono tanto famosi sul web), chiamandoli «pedanti» e scrivendo sul Wall Street Journal che non hanno capito come funzionano le regole che governano le lingue: «Se lo dicono le persone, significa che è il modo corretto di parlare».

Le regole grammaticali invocate dai pedanti non sono affatto regole grammaticali. Alla meglio, sono solo convenzioni stilistiche. Un esempio potrebbe essere l’uso della doppia negazione («I can’t get no satisfaction»). Grammaticalmente ha senso, come rafforzativo. Il fatto che solitamente non usiamo le doppie negazioni di questo tipo nell’inglese standard è solo una convenzione.

Altre imposizioni tipiche dei pedanti non sono nient’altro che elementi di folklore, come la convinzione che sia sbagliato dividere un infinito o finire una frase con una preposizione. Dovremmo invece essere rilassati davanti ad una scelta del genere. Perché preoccuparsi, come fanno i pedanti, se scrivere «firstly» o «first» all’inizio di un elenco puntato? Entrambe sono corrette.

Il range di variazioni grammaticali legittime è più ampio di quanto immaginiate. Sì, puoi usare «hopefully» come avverbio andando a modificare l’intera frase; e puoi usare «they» come un generico pronome al singolare; e puoi anche dire «between you and I». I divieti dei pedanti di usare costrutti come questi non sono supportati dall’evidenza dell’uso generale.

La pedanteria è una cattiva abitudine, certo, ma è anche cattiva erudizione. Se qualcuno ti dice che «non puoi» scrivere qualcosa, chiedigli perché. Raramente otterrai una risposta che abbia senso a livello grammaticale; si tratta piuttosto di una superstizione che si portano dietro da anni.

Certo che è possibile fare errori grammaticali, di punteggiatura o di ortografia. Ma non è possibile che tutti, o almeno la maggioranza degli istruiti, sbaglino la stessa cosa. Se un’espressione è parte dell’uso generale allora è parte di una lingua.

Buttare via i numeri di pagina

Naomi S. Baron, professoressa di linguistica e autrice di Words Onscreen, ha iniziato a notare un cambiamento di atteggiamento nei suoi studenti circa la numerazione delle pagine nei compiti. Non importava che lei chiedesse o meno esplicitamente di inserirli nei documenti che preparavano, gli studenti quasi sempre non lo facevano. E nel suo libro — di cui Slate ha pubblicato un piccolo estratto — dopo aver passato in rassegna alcuni dei meta-testi che, col tempo, sono apparsi nel libro e nei documenti fisici (il nome dell’autore, il sommario, i numeri di pagina ecc.) prova a darsi una spiegazione di questo fatto:

Data l’esperienza di lettura su schermo degli studenti, i numeri di pagina nei documenti che creano su un computer (in questo caso i compiti che avevo loro assegnato) sembrano essere irrilevanti. Quando i lettori accedono ai giornali online, non ci sono i numeri di pagina, e sempre più persone leggono i giornali in rete anziché su carta — soprattutto in questa fascia d’età. I documenti che nascono per il web sono prevalentemente non impaginati, e i numeri di pagina sugli ebook non hanno alcuna correlazione con i loro omologhi su carta stampata. Dal momento che i compiti in questione sono stati creati su computer — e talvolta inviati in formato elettronico — se io, lettore, volessi trovare una parola o un passaggio nel testo degli studenti dovrei utilizzare la funzione di ricerca, anziché la convenzione apparentemente antica dell’impaginazione.

Con l’avvento della stampa nella metà del Quindicesimo secolo, il modo in cui le persone leggono ha iniziato a cambiare. E così, con la funzione di ricerca ora disponibile nella lettura online, il concetto di lettura può essere potenzialmente ridefinito da un’attività lineare (continua) ad un processo di accesso casuale (quella che io chiamo la «lettura in agguato»).

Per finire, una confessione. Nella mia carriera di scrittrice professionale, ho ripetutamente affrontato il dilemma se sforzarmi di rintracciare i numeri di pagina originali negli articoli che leggevo online pensati però per un supporto di carta (la maggior parte dei siti internet non prevede l’impaginazione), o se rinunciarvi. Generalmente preferisco la seconda ipotesi. Il motivo: nell’era di Internet le convenzioni bibliografiche sono cambiate.

John Berger, traduzione

JohnBerger

John Berger, critico d’arte e scrittore inglese, autore tra gli altri del romanzo G. (Booker Prize e James Tait Black Memorial Prize nel 1972), interviene sull’inserto culturale del Corriere della Sera [La Lettura, 11.01.2015, p. 16] in celebrazione della lingua.
Tra un riferimento alla bellezza delle lingue e uno a Chomsky e alla sua teoria del linguaggio innato e della grammatica universale (che, però, da alcune parti non viene più considerata granché significativa), Berger trova anche il tempo per fare una riflessione sulla traduzione nella letteratura:

Oggi le traduzioni sono perlopiù tecniche, mentre io mi riferisco alle traduzioni letterarie, alle traduzioni di testi che riguardano l’esperienza individuale. Se si guarda alla faccenda in modo convenzionale, il traduttore o i traduttori non dovrebbero far altro che studiare le parole scritte in una certa lingua su una pagina, per poi renderle in una lingua diversa su un’altra pagina. Il procedimento implicherebbe dunque una cosiddetta traduzione parola per parola, una successiva rielaborazione che rispetti e incorpori la tradizione e le regole linguistiche della seconda lingua, e una passata finale per ricreare l’equivalente della «voce» del testo originale.
Molte traduzioni seguono questo metodo e i risultati sono validi, ma di seconda qualità. Perché? Perché la vera traduzione non è binaria (una relazione tra due lingue) bensì triangolare (una storia a tre). La vera traduzione esige che si ritorni al pre-verbale.
Si leggono e si rileggono le parole del testo originale per capirle a fondo e così raggiungere, toccare la visione o l’esperienza da cui sono scaturite. Poi si raccoglie quel che si è trovato, si prende questa «cosa» tremante e quasi muta e la si colloca dietro la lingua in cui va tradotta. Adesso il compito principale è convincere la lingua ospitante ad accettare e accogliere la «cosa» che attende di essere articolata.

Incapacità comunicative.

Il Corriere della Sera di questa mattina ci informava, in un articolo di Paolo Di Stefano che purtroppo non riesco a rintracciare online [p. 23], che il termine «selfie» pur essendo apparso per la proma volta in un forum australiano nel 2002, è stato inserito solo l’anno scorso nell’Oxford Dictionary. E che nei prossimi mesi a farla da padrone tra i termini con i quali saremo bombardati, ci saranno «belfie» (cioè un selfie, ma del lato b) e «nomofobia», cioè quello stato di ansia che arriva quando per vari motivi — abbiamo dimenticato lo smartphone a casa, dove ci troviamo non c’è campo — siamo disconnessi dalla Rete.

Un articolo simile — ché alla fine dell’anno si fanno questi rescononti un po’ ovunque — l’ha scritto anche Fay Schopen sul Guardian. Più che indagare i nuovi vocaboli, Schopen cerca di capire come la rete stia modificando il linguaggio inglese, anche se questa transazione per ovvi motivi la possiamo ritrovare anche nell’Italiano — che solo a volte, vedi il caso di «selfie» prende in prestito termini da altre lingue: spesso, invece, i modi di dire ce li inventiamo nel nostro idioma. Scrive Schopen:

Certo che il linguaggio evolve, e da amante delle lettere mi fa piacere, anche se mi sembra che stia evolvendo nella direzione sbagliata. Ora, quando le persone scrivono su internet usano un terribile linguaggio pseudo-emozionale anziché esprimere se stessi in maniera coerente. Da persona che scrive meticolosamente ogni parola di un testo o di un tweet (anche se a volte mi permetto anche io un ironico «lolz»), sono consapevole che questo mio discorso possa sembrare come un rimanere arroccati su una posizione passatista. Ma proprio perché lo scrivere mi dà da vivere, odio vedere il linguaggio macellato in questo modo.

Tra gli esempi che Schopen cita, e qui si può tracciare un parallelo tra quanto scrivevo sopra a proposito di inventarci formule linguistiche nuove nel nostro idioma, c’è l’espressione «I can’t even». In italiano non abbiamo un’espressione corrispondente (almeno, che io sappia: se ce ne sono, fatemelo sapere) ad indicare ciò che lo Urban Dictionary definisce come «una frase completa solo se la si legge su Tumblr» e che viene usata quando «qualcosa è troppo divertente, o spaventosa o adorabile» per avere una buona reazione nei suoi confronti. Una nostra espressione simile potrebbe essere «non ce la posso fare». Scrive Schopen che quando sente qualcuno pronunciare, o lei stessa legge la frase «I can’t even», la prima cosa che le viene in mente è di rispondere: «You can’t even WHAT??» — che se ci pensate, è la stessa cosa che viene da rispondere a noi quando qualcuno sentiamo qualcuno dire: «Non ce la posso fare» («Fare COSA???»).

Conclude Schopen che questo strano modo di evolversi del linguaggio potrebbe causare qualche problema alle nuove generazioni, incapaci di esprimersi:

Questa maniera di esprimersi sta facendo nascere una generazione che porta con sé due problematiche: ha una risposta emozionale esagerata ad eventi ordinari, mentre allo stesso tempo è completamente incapace di esprimere appropriate e coerenti emozioni.

Xmas vs Christmas.

merryxmas

Mi rendo conto che la questione sia di lana caprina. Ma qualcuno, come il reverendo Franklin Graham in una conversazione sulla Cnn, ha ipotizzato che l’uso di «Xmas» al posto di «Christmas» nel linguaggio anglosassone (ma in verità un po’ ovunque, ultimamente) sia null’altro che un tentativo di togliere la figura di Gesù dal Natale. Un segno dei tempi del secolarismo, insomma:

Per noi cristiani, questo è uno dei momenti più santi di tutte le feste, la nascita del nostro salvatore Gesù Cristo. Altri vorrebbero togliere il Cristo dal Natale. Sono contenti di dire «merry Xmas». Basta togliere i riferimenti a Gesù dal termine. Davvero, io credo, che sia una battaglia nel nome di Gesù Cristo.

Forse, però, la verità è un’altra. Come ricostruisce bene Brandon Ambrosino su Vox, nel termine «Xmas» i riferimenti a Gesù sono più presenti di quanto si creda: «la ‘x’ in ‘Xmas’» — scrive Ambrosino — «vuol dire letteralmente ‘Cristo’». La spiegazione è da individuare nella lingua greca:

Nel Greco, il linguaggio del Nuovo Testamento, la parola «Christos» (Cristo) inizia con la lettera ‘X’ («chi», in greco):

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Fu poi l’imperatore romano Costantino Il Grande ha coniare definitivamente l’abbreviazione giunta fino ai giorni nostri, con la visione che gli permise di creare il Monogramma di Cristo: che è la sovrapposizione delle prime due lettere del termine greco, la ‘X’ e la ‘P’.

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La prima volta che questo simbolo è stato associato al Natale, e quindi la lettera ‘X’ ha sostituito il prefisso ‘Christ’, secondo il sito First Thing è stata intorno al 1021, quando gli scribi inglesi per salvare spazio (un concetto incomprensibile ai giorni nostri) iniziarono a scrivere «Xmas». Il termine lo si trova poi citato in una lettera del poeta e filosofo inglese Samuel Taylor Coleridge datata 31 dicembre 1801 («On Xmas day I breakfasted with Davy») ed è stata reso un verbo («xmassing») in un numero del 1994 del magazine Punch , stando a quanto riporta il Guardian.

(foto via Flickr)

Ho un sogno, tipo.

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Steven Kurutz sul New York Times indaga sull’abuso nella lingua inglese, e in quella statunitense in particolar modo, delle espressioni «sort of» e «kind of» — comprese le versioni più gergali «sorta» e «kinda» — che hanno un perfetto equivalente in italiano in «una specie di» e «una sorta di»:

«Una specie di» e «una sorta di» sono espressioni in voga da svariate decadi. Se digitate «sort of» dentro Goggle Ngram, un database composto da milioni di libri digitalizzati, troverete un loro utilizzo ininterrotto attraverso tutti gli anni Ottanta e Novanta, con un leggero balzo in avanti a partire dal Duemila. E questo solo nella lingua scritta, non nel parlato informale. Per avere una prova non scientifica, ascoltate la National Public Radio per qualche ora.

Gabriel Doyle, che ha un dottorato in linguistica e cura il blog Motivated Grammar, mi ha detto che «sort of» può essere visto come uno «strumento di de-precisione»: «È come se chi parla stesse dicendo: “Non pensare a ciò che stai sentendo come a qualcosa di estremamente accurato”».

In altre parole, le persone usano «sort of» nei loro discorsi perché sono insicure. Il nostro linguaggio riflette la vita moderna.

Conclude Kurutz che a volte gli capita di riflettere molto su questa deriva che il linguaggio moderno ha preso. Si chiede come questa incertezza nell’esprimere opinioni, incertezza come abbiamo visto coadiuvata dall’espansione di espressioni come «una specie di», possa essere paragonata a celebri dichiarazioni del passato:

A volte penso ad epiche ed esplicite dichiarazioni, e mi chiedo come possano essere rese nel parlato evasivo di oggi. «Era una specie di tempo migliore, e una specie di tempo peggiore» [incipit de Le due città di Charles Dickens]. «Venni, vidi, e vinsi — più o meno» [il celebre Veni, vidi, vici di Giulio Cesare]. «Ho un sogno, tipo» [Martin Luther King].

Suonano un po’ infiacchite e remissive? Certamente.

(foto: Theyuniversity)

Le virtù dell’essere poliglotti

multilingualism

Per tenere la mente allenata e migliorarne le prestazioni, pare sia consigliato conoscere e parlare più di una lingua:

Il multilinguismo ha tutta una serie di incredibili effetti collaterali: chi parla più lingue tende ad avere risultati migliori nei test standardizzati, soprattutto in matimatica, lettura e vocabolario; ricorda meglio elenchi o sequenze, probabilmente perché ha imparato più regole grammaticali e parole; è più ricettivo nel suo ambiente e mette meglio a fuoco le informazioni importanti tralasciando quelle fuorvianti (del resto non è una sorpresa sapere che Sherlock Holmes e Hercule Poirot sono esperti poliglotti). Per non dire del piacere culturale nel leggere l’Odissea in greco antico o Alla ricerca del tempo perduto di Proust in francese.

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