Contro le liste di fine anno.

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Michelle Dean questa settimana è guest blogger su The Dish (pare che il titolare sia in giro a cercare nuovi modelli economici per il suo sito o, come l’ha detta l’altro guest blogger Will Wilkinson in un post utilizzando la solita deliziosa formula anglosassone di trasformare ogni nome in un verbo «Andrew is away Andrewing»). Dean ha scritto un post che mette in croce la mania delle liste di fine anno — quella strana usanza, che prende il via solitamente nei primi giorni di dicembre, e che quest’anno mi sembra abbia raggiunto il suo punto di non ritorno, di elencare tutto ciò che ci è piaciuto durante l’anno e giustificarlo — soprattutto — con il fatto che sotto Natale c’è sempre bisogno di qualcuno cui aggrapparsi per farsi venire delle idee regalo.

Dean fa riferimento specifico alle liste di libri. Oltre a farle incrociare gli occhi intorno alla 25esima posizione, secondo lei queste le liste sono anche il segno molto indicativo del modo con cui funziona l’industria editoriale:

Queste liste sono documenti inquietanti del modo in cui pubblichiamo ai giorni nostri. Mi piacerebbe credere che viviamo in un ambiente editoriale dove si producono un centinaio di libri l’anno in modo ben curato e ponderato. Purtroppo, come ha dichiarato di recente anche Ursula K. Le Guin provocando un certo orrore alla cerimonia dei National Book Awards, gli scrittori invece lavorano in un settore controllato da «speculatori di merci che ci vendono come un deodorante, e ci dicono cosa pubblicare e cosa scrivere». Non è un ambiente straordinario per la produzione della letteratura. Più che altro, gli editori continuano a lanciare un sacco di roba contro il muro per vedere cosa rimane attaccato. Trovo schiacciante e un po’ triste ricevere tutte queste bozze, spesso comprate da un editore per una grande quantità di denaro, che sbattono sulla mia porta con il tonfo indegno di un tacchino scongelato.

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