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Ciao. Mi mancherai molto.

Di tutti i dischi di Lou Reed che avrei potuto mettere per salutarlo, ho scelto probabilmente il suo più ostico. C’è sempre un motivo particolare, dietro questo tipo di scelte. Il mio motivo particolare è che questo lavoro coincide con il mio innamoramento nei suoi confronti. La prima volta che l’ho ascoltato non ero più giovanissimo e, per così dire, avevo già una coscienza musicale ben formata. O forse credevo, perché evidentemente non era formata del tutto. Ce lo fece ascoltare un professore all’Università — perché a volte esiste anche un’Università dove vi fanno ascoltare Lou Reed — ed ero in pieno periodo avanguardie musicali non colte, roba tipo gli Henry Cow. Fu un colpo di fulmine: l’unica cosa che ricordo con chiarezza è che rimasi inchiodato al banco con le orecchie affascinate da tutti quei feedback. Ricordare altro di un disco del genere, del resto, credo sia molto difficile. Non ricordo nemmeno, ad esempio, perché quel professore ci fece ascoltare Lou Reed e, in subordine, perché proprio questo disco; probabilmente per citare un esempio di album major che fuggiva completamente da qualunque regola di mercato. Una cosa impensabile al giorno d’oggi.

Del resto una densità sonora come quella contenuta in quei solchi non è mai stata probabilmente prodotta altrove. Metal Machine Music fu un disco capito per niente alla sua uscita — e in questo è accomunato ad altri album di Lou Reed — ma che, col tempo, ha fatto proseliti. Ne sono state incise, nel tempo, svariate versioni da parte di artisti più o meno estremi, più o meno contemporanei (nel senso di musica contemporanea) e più o meno sperimentali. Nessuna di queste eguaglia l’originale — ma è quasi superfluo dirlo.

E’ una giornata molto triste, oggi.

Anche in questo caso, l’esempio è poco calzante.

Scrivevo un paio di settimane fa della riflessione che Christian Caliandro aveva condotto su Artribune circa la mancanza — a sua detta — di capacità di ricezione di un oggetto artistico presso il pubblico, diretta conseguenza di una mancanza di educazione nel riconoscere il capolavoro. Era un panegirico un po’ condotto filosofeggiando e un po’ condotto così così, che contestavo in quanto a mio avviso partiva dall’esempio sbagliato. Per lui, infatti, “Oceania” degli Smashing Pumpkins era uno di quei capolavori non riconosciuti dal pubblico non perché sia la chiavica di disco che è (a prescindere da cosa ne scriva Pitchfork), bensì perché, evidentemente piacendo a Caliandro, ci doveva essere per forza di cose qualcosa che non quadrava. Questo qualcosa è stato riconosciuto nel pubblico poco avvezzo a distinguere i capolavori, per via di un lavorio di pialla condotto sulla materia grigia che ha portato ad un livellamento verso il basso della stessa. Concludevo scrivendo:

fare una battaglia culturale in nome di “Oceania”, ecco, questo mi sembra davvero esagerato.

Oggi, sempre su Artribune e sempre per la penna di Caliandro, è pubblicata quella che sembrerebbe essere la seconda parte del discorso. Che, però, non aggiunge molto alla prima pur essendo viziata dello stesso problema di fondo: oggetto non riconosciuto, a questo giro, è infatti “Lulu”, disco uscito lo scorso anno come risultato di un’ambiziosa quanto inconcludente joint venture tra i Metallica e Lou Reed. Anche in questo caso, lavoro (quasi) universalmente riconosciuto come di scarsissimo interesse artistico e musicale. Più ancora di “Oceania”, il quale ha mancato più che tutto il successo commerciale di massa.

La premessa, ribadita da Caliandro, è sempre la stessa:

il livellamento e il conformismo culturale si sono spinti talmente avanti che l’avanguardia e l’opera “interessante” non sono neanche più riconoscibili in quanto tali, ma vengono confusi con il rumore di fondo, con il rumore bianco.

Lo svolgimento prende in prestito le parole di quello che dovrebbe essere un esperto di quel genere di musica, e cioè Alex Skolnick, il chitarrista dei Testament, il quale sul suo blog personale all’epoca dell’uscita di “Lulu” aveva postato che dischi come quello si rivelano interessanti:

unicamente come fenomeni da osservare, ponderare e discutere, piuttosto che da ascoltare [il cui senso è] quello di un’opera d’arte destinata ad essere apprezzata come una strana installazione in un museo, qualcosa che vi fermate a guardare ma che probabilmente non vi mettereste in casa, a meno che non abbiate gusti eccentrici.

Un’opinione rispettabilissima, per quanto mi riguarda. E che forse coglie più nel segno di quanto afferma poi Caliandro quando dice che Skolnick nella sua analisi ha separato troppo l’arte dal resto della produzione (musicale, ovvio) dei Metallica, della quale “Lulu” non rappresenterebbe un caso estemporaneo (quale evidentemente è), bensì «un risultato significativo dell’evoluzione creativa iniziata nel 1981». E qui un po’ viene da trasecolare: anche tracciando un’ipotetica mappa dell’evoluzione stilistica dei Metallica, è fin troppo chiaro che il loro percorso musicale non era minimamente destinato ad incrociare gli ambienti sonori di “Lulu”, il quale rimane — con buona pace di Caliandro, e per stessa ammissione dei diretti protagonisti già pronti a tornare a fare altro — un progetto estemporaneo. Ambizioso o artistico quanto si vuole, ma poco significativo della scala evolutiva (musicale) e dei Metallica e di Lou Reed.

Se “Lulu” non ha avuto il successo che secondo Caliandro meritava, non è per un livellamento verso il basso dei gusti del pubblico. Ma solo perché se paragonato alle esperienze musicali precedenti dei due protagonisti del progetto, ciascuno nel proprio campo, era qualcosa di imbarazzante, di totalmente folle. Un gesto artistico? Forse. L’avanguardia che non è stata riconosciuta? Non scherziamo. Tolto il concept di fondo, interessante quanto si vuole, “Lulu” non era nient’altro che la sovrapposizione di due elementi differenti: il riffing monotono (e sottotono) dei Metallica, con una specie di declamazione beatnik di Lou Reed. Una emulsione, e di quelle di cui si direbbe che sono impazzite. La fusione tra i due elementi non è mai avvenuta. Come prodotto musicale, di interesse scarsissimo. Altro che oggetto artistico.

Se Caliandro avesse voluto affrontare, magari per tempo, il caso “Lulu”, avrebbe potuto buttare un occhio su quanto scritto lo scorso anno su The Mire, il blog del magazine The Wire. “Lulù” è risultato, del tutto inaspettatamente, nono nella classifica finale dei migliori dischi del 2011 secondo lo staff della pubblicazione, scatenando le ire dei lettori, i quali contestavano l’alta posizione sulla base di motivi assolutamente differenti rispetto a quelli del mondo del rock tradizionale. Lettori, è bene ricordarlo, che non sono soliti ragionare — per dirla con Caliandro — «con codici e convenzioni molto rigidi e standardizzati», o che confondono l’avanguardia con il rumore bianco — se non altro perché sono lettori avvezzi all’ascolto di dischi realmente scolpiti nel rumore bianco. Su una delle più importanti riviste di cultura musicale contemporanea si era delineata questa situazione: lettori imbizzarriti perché a loro dire il disco faceva schifo, e staff che difendeva la scelta. Con un certo orgolgio, ma senza accusare nessuno di non essere abbastanza addestrato al riconoscimento di capolavori, o altre sciocchezze. Solamente difendendo, da posizioni incomprensibili ai più, il prodotto da un punto di vista musicale, e sottolineando come la parte più interessante fosse l’apporto di Reed anziché la backing band dei Metallica (vedere la recensione di David Keenan sul numero 334, December 2011). Nonostante a tutti sarebbe poi apparso il contrario, Caliandro compreso visto che si concentra maggiormente la sua analisi sui Metallica. Nel pezzo su Artribune, “Lulu” è invece trattato come oggetto artistico a prescindere, ma non c’è mezza riga che spieghi perché la musica in esso contenuta sarebbe un capolavoro e non una cazzimma.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=fJlU_9Vyvqs&w=560&h=315]

Un prodotto del genere, ai nostri giorni, con quelle banalissime parti di batteria suonate da Lars Ulrich, può essere considerato interessante?